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I racconti inediti

Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:

L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».
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Wratch vagabondò lungo il corridoio, sbirciando mentre procedeva nelle camere che si aprivano su ogni lato. Vedeva e si meravigliava, e tuttavia non poteva essere certo di quello che vedeva a causa dell’ingannevole vista da Phalid.

All’estremità opposta trovò delle macchine, e comprese che dovevano trattarsi di motori a propulsione. Percorse un passaggio trasversale alla nave, e riprese a camminare nella direzione opposta.

A giudicare dalle apparenze, lo schema della nave era costituito da due corridoi longitudinali paralleli lungo i due lati opposti della nave, e, come sulle navi terrestri, i comandi erano davanti e i motori a propulsione dietro. Progetto, ingegneria, meccanica, erano tutti concetti universali, pensò Wratch, e consentivano di risolvere un dato problema con sviluppi estremamente efficienti all’incirca nello stesso modo. Com’era con i Terrestri, così era anche con i Phalid. In questo caso il problema era il modo migliore di attraversare lo spazio. La soluzione era una nave spaziale meccanicamente non tanto diversa dalle navi terrestri.

Malgrado l’apparente libertà, Wratch era perplesso e imbarazzato. Si era aspettato sospetti, esami minuziosi e profondi, forse un rapido smascheramento della sua vera identità. Non gli sembrava naturale che tutti lo ignorassero.

In quel momento la sua incertezza venne dissipata. Una forte voce ronzante si diffuse per la nave.

«Dov’è colui che è stato trovato sulla nave degli uomini insetti? Non è ancora venuto al cospetto di Zau-amuz.» La voce denotava stupore piuttosto che sospetto.

Dove, chi è Zau-amuz? si chiese Wratch. Dove sarebbe andato a trovarlo? Se la situazione era simile a quella di una nave terrestre, allora sarebbe stato avanti e in alto sopra la prua. Affrettò il passo in quella direzione, guardando in ogni portello in cerca di un indizio, un segno.

Dietro una porta sbarrata scorse fugacemente due o tre dozzine di esseri umani, se fossero uomini o donne la sua vista di Phalid non avrebbe saputo dirlo. Esitò, si fermò un istante a guardare. Ma potevano aspettare. Adesso era impaziente di trovare Zau-amuz prima che venisse fatta una ricerca, un’indagine, prima che lui e la sua menzogna venissero scoperti.

In una camera sotto la cabina di pilotaggio Wratch fu certo di vedere il padrone della nave. La camera era decorata in uno stile che affascinava i suoi sensi di Phalid: un soffice tappeto di due toni sopra il viola, pareti tinte di azzurro ricoperte di trafori fantasticamente ricchi, mobili bassi di plastica rosa e bianca, con inseriti dei medaglioni di quel colore alto nello spettro che il dottor Plogetz aveva chiamato «callicromo».

Zau-amuz era un Phalid gigantesco, grosso due volte Wratch, con un cervello supersviluppato e un addome più grande del normale. Il suo carapace era smaltato di una sfumatura sopra il viola. Le zampe posteriori sembravano invece sottosviluppate, troppo deboli per sopportare tanto peso anche per breve tempo. Se ne stava steso su un lungo giaciglio, e gli occhi di Wratch pensarono a quanta gloria e maestà erano incarnate lì in Zau-amuz.

Ignorando assolutamente la procedura corretta, ma sperando che la cortesia formale e le rigide norme cerimoniali fossero abitudini non praticate dai Phalid, Wratch avanzò lentamente.

«Riverito, io sono colui che è stato prelevato dalla nave degli uomini insetti,» disse Wratch.

«Sei in ritardo,» disse il grande Phalid. «E dov’è il tuo senso di Bza?», l’intraducibile parola che significava «costume, regolamento, antiche maniere.»

«Chiedo perdono, essere intelligente. Come prigioniero degli uomini insetto, ho visto cose talmente sgradevoli che, aggiunte alla gioia di riunirmi ai miei compagni, hanno temporaneamente tolto ai miei sensi la loro piena efficienza.»

«Ah, sì,» ammise il Signore dei Phalid. «Eventi simili non sono una novità. Come ti è successo di cadere nelle mani delle creature insetto?»

Wratch fece il resoconto degli avvenimenti che avevano portato alla cattura del Phalid di cui ora aveva indosso il corpo.

«Comprendo la situazione,» disse Zau-amuz. Non erano evidenti né la rudezza, né la asprezza che Wratch associava alla disciplina terrestre. Invece il Phalid sembrava dare per scontato la lealtà e l’industriosità dei suoi simili. «Hai nessuna osservazione significativa da riferire?»

«Nessuna, grandiosità, tranne che gli uomini insetto erano così terrorizzati dall’approssimarsi di questa nave che sono fuggiti in preda al panico più completo.»

«Questo l’abbiamo già notato,» disse Zau-amuz con un vago accenno di fastidio. «Vai. Esegui qualche compito utile. Se i tuoi sensi non si sistemano, gettati nello spazio.»

«Vado, magnificenza.»

Wratch si ritirò, compiaciuto per come si era svolto il colloquio. Adesso era un membro riconosciuto dell’equipaggio della nave. L’interrogatorio era stato più semplice di quanto avrebbe potuto immaginare. Adesso se solo la nave si fosse diretta al pianeta madre dei Phalid, se gli fossero stati concessi pochi minuti da solo, a terra, tutto sarebbe andato bene.

Vagabondò per la nave, e dopo poco giunse a una sala buia, evidentemente destinata all’assorbimento di cibo. Vide venti o trenta Phalid che con un mestolo si versavano una pappa marrone nel sacco gastrico all’altezza del torace, masticavano rumorosamente gambi di un vegetale che sembrava sedano, staccavano segmenti da mazzi come grappoli d’uva, e li infilavano nel sacco gastrico. Quei grappoli sembravano essere il cibo più appetitoso. Infatti Wratch divenne consapevole che il suo corpo aveva un gran desiderio di quei grappoli, un bisogno come un assetato che anela all’acqua.

Entrò, e cercando per quanto possibile di passare inosservato, prese un grappolo da una tinozza e lasciò che il suo corpo si nutrisse. Con sua sorpresa, scoprì che i grappoli erano vivi, e si contorcevano e dimenavano tra le sue dita, e pulsavano freneticamente nel sacco gastrico. Ma erano deliziosi; e lo colmarono di una sensazione di meraviglioso benessere. Voleva intensamente prendere un secondo grappolo, ma forse, pensò, non era un comportamento corretto. Così attese finché vide un Phalid prendere un secondo grappolo, e allora fece altrettanto.

Dopo il pasto si recò alla prigione dei Terrestri. Nella porta, sbarrata con una semplice barra esterna, era inserita una spessa lastra trasparente. All’interno notò due Phalid che si muovevano tra i Terrestri, li tastavano, esaminavano la pelle e gli occhi, come veterinari che ispezionano una mandria di bestiame.

Wratch provò un leggero senso di nausea. Poveri diavoli, pensò, e li commiserò come non faceva mai con se stesso. Lui, almeno, aveva un dovere da compiere che lo spronava, e poi i Phalid avevano ucciso i suoi fratelli. Lui le odiava. Ma quei prigionieri erano bestiame condotto al macello, erano confusi, spaventati, innocenti.

Un piano gli si formò all’improvviso nella mente. Forse, senza rischiare nulla, poteva riuscirci.

Andò in ricognizione lungo il corridoio, contò circa trenta passi dalla prigione fino al portello d’entrata della navicella d’appoggio. La navicella era grande abbastanza, pensò Wratch, per contenere, con un minimo di affollamento, i venti o trenta prigionieri terrestri. Aveva notato delle bombole d’acqua di emergenza nella navicella, e presumibilmente c’era del cibo. Ad ogni modo, era una prospettiva migliore che essere portati come prigionieri sul pianeta madre dei Phalid.

Il corridoio era temporaneamente sgombro. Wratch si assicurò velocemente che il portello fosse aperto, e ritornò alla prigione.

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