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L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]

Электронная книга - «L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]». Краткое содержание книги:

Con questo L’ombra del torturatore ha inizio uno dei cicli di science-fantasy più osannati negli ultimi venti anni. In uno stile elegante e raffinato, lirico e sublime, Gene Wolfe ci narra le cronache di Severian il Torturatore, in un futuro talmente distante da rassomigliare al passato più remoto. Alla corporazione dei torturatori non si accede per diritto di nascita: solo i figli delle vittime possono esservi ammessi. Nella grande cittadella di incorruttibile metallo grigio il giovane Severian e i suoi compagni apprendisti studiano per raggiungere il rango di Maestro Torturatore, imparando gli antichi misteri della corporazione, legati al giuramento di torturare e uccidere i nemici dell’Autarca. Ma con l’arrivo di Thecla, una donna bella e intelligente che per le sue indiscrezioni ha perso il posto nel circolo interno delle concubine della Casa Assoluta, la vita cambierà per Severian. La sua disobbedienza alle regole che gli sono state insegnate è causa del suo esilio dalla Città: accompagnato solo dalla mitica spada del torturatore, Terminus Est, donatagli dal suo maestro, Severian si accinge ad un lungo viaggio verso la lontana Thrax, la Città delle Stanze senza Finestre. Un viaggio che lo porterà attraverso l’immensa Città e gli farà incontrare personaggi strani e misteriosi come i gemelli Agia e Agilus, che lo spingeranno a un arcano duello sul Campo Sanguinario, o ancora Dorcas, la misteriosa ragazza che gli apparirà sulle rive del Lago degli Uccelli, dove giacciono i morti. Un viaggio lungo e pieno di insidie che lo condurrà all’Artiglio del Conciliatore, la gemma dai poteri miracolosi, e, chissà, forse allo stesso trono della Casa Assoluta.
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Stavo guardando con meraviglia quei giardini pensili e quella foresta di marmo bianco e rosato, di sardonice rossa, di mattoni grigio-azzurri, color panna e neri, di piastrelle verdi, gialle e porpora, quando la comparsa di un lanzichenecco che montava la guardia davanti a una caserma mi fece tornare in mente la promessa fatta la notte precedente all'ufficiale dei peltasti. Dal momento che non avevo molti soldi e che di notte il manto della mia corporazione mi sarebbe servito per scaldarmi, decisi che la cosa migliore da fare sarebbe stata di comprare una cappa voluminosa di tessuto scadente da mettere sopra di esso. Le botteghe stavano aprendo, ma quelle che vendevano vestiti non sembravano offrire niente che facesse al caso mio e avevano prezzi superiori alle mie possibilità.

Non avevo ancora pensato alla possibilità di sfruttare la mia professione prima di raggiungere Thrax. E se anche mi fosse venuto in mente, avrei accantonato quell'idea, perché certamente c'era un bisogno tanto scarso dei servigi di un torturatore che nessuno mi avrebbe cercato. Insomma, ero convinto che i tre asimi, gli oricalchi e gli aes che avevo in tasca mi sarebbero dovuti bastare fino a Thrax; e non avevo la minima idea dei compensi che avrebbero potuto offrirmi. Così guardavo i balmacaan e le sopratute, i dolman e i giubbotti di paduasoy e di matelassé e di altre cento stoffe costose senza mai entrare nei negozi che li avevano esposti e senza nemmeno fermarmi a osservarli.

Ben presto la mia attenzione venne attratta da altre merci. Nonostante a quel tempo non lo sapessi, migliaia di mercenari si stavano preparando per la campagna estiva e la città rigurgitava di cappe militari e coperte da sella, selle con i pomelli corazzati per riparare l'inguine, berretti rossi, kheten dalle lunghe aste, ventagli di lamina argentata per le segnalazioni, archi ricurvi per i cavalleggeri, frecce offerte in serie da dieci o da venti, custodie per archi fatte di cuoio bollito e decorate con borchie dorate e di madreperla, bracciali per proteggere il braccio sinistro. Quando notai tutto quello, mi tornò in mente quanto mi aveva detto il Maestro Palaemon, prima della mia nomina ad artigiano, riguardo la possibilità che io «seguissi il tamburo»; e nonostante avessi disprezzato i matrossi della Cittadella, mi pareva di udire il lungo rullo delle parate e la sfida vivace delle trombe lanciata dai bastioni.

Proprio quando non pensavo più al mio mantello, una donna snella di circa vent'anni uscì da uno dei negozi ancora bui per levare le grate. Indossava un abito color pavone, di un broccato incredibilmente ricco e lacero e quando la guardai un raggio di sole andò a colpire uno strappo proprio sotto la cintura trasformando la pelle sottostante in oro pallido.

Non so spiegare il desiderio che provai per lei da quel momento in poi. Tra le molte donne che ho conosciuto era forse la meno bella… meno graziosa di quella che ho amato di più, meno voluttuosa di un'altra, meno regale di Thecla. Era di media statura, con il naso corto, gli zigomi larghi e gli occhi castani a mandorla. La vidi sollevare la grata e l'amai di un amore mortale ma tuttavia tutt'altro che serio.

Mi avvicinai. Non sarei stato capace di resisterle più di quanto avrei resistito alla cieca avidità di Urth se fossi caduto in un burrone. Non sapevo cosa dirle e avevo paura che sarebbe arretrata inorridita alla vista della mia spada e del mantello di fuliggine. Invece lei sorrise e anzi, mi guardò ammirata. Dopo un istante di silenzio mi domandò cosa volessi e io le risposi che stavo cercando un mantello.

— Sei certo di averne bisogno? — La sua voce era più profonda di quanto mi aspettassi. — Il tuo è tanto bello. Lo posso toccare?

— Certo, se vuoi.

Prese l'orlo fra le mani e lo strofinò delicatamente. — Non avevo mai visto un nero simile… è talmente scuro che non si vedono nemmeno le pieghe. Sembra che la mia mano sia scomparsa. E la spada. Quello è un opale?

— Vuoi vedere anche la spada?

— No, affatto. Ma se stai cercando veramente un mantello… — Indicò la vetrina e vidi che era colma di capi d'abbigliamento usati, gellabe, cappotti, camici, zimarre e altri ancora. — Costano pochissimo. Se vuoi entrare sono certa che troverai quello che ti serve. — Oltrepassai la porta tintinnante, ma la giovane donna, contrariamente alle mie aspettative, non mi seguì.

L'interno era quasi buio, tuttavia non appena riuscii a guardarmi intorno compresi per quale motivo la donna non si era lasciata spaventare dal mio abbigliamento. L'uomo dietro il banco era più terrificante di un torturatore. Il suo volto era più simile a un teschio, una faccia con due cavità nere al posto degli occhi, le guance incavate e la bocca priva di labbra. Se fosse rimasto fermo e senza parlare, l'avrei preso per un cadavere posto lì per soddisfare il morboso desiderio di qualche vecchio proprietario.

XVII

LA SFIDA

Invece si mosse. Si voltò a guardarmi quando entrai e disse: — Molto bella. Veramente molto bella la tua cappa, ottimate. Posso vederla?

Percorsi il pavimento di piastrelle logore e sconnesse e mi avvicinai a lui. Un raggio di sole rossastro, brulicante di polvere, ci divideva, rigido come una lama.

— La tua cappa, ottimate.

Sollevai il mantello e allungai la sinistra, e l'uomo toccò la stoffa come aveva fatto prima la giovane donna. — Sì, bellissima. E morbida. Sembra lana, ma è molto più soffice. È un misto di lana e vicuña? Ha un colore stupendo. Un mantello da torturatore. Non penso che quelli originali fossero tanto belli, ma chi può discutere un simile tessuto? — Si piegò sotto il banco e si rialzò stringendo una manciata di stracci. — Posso guardare la spada? Ti assicuro che farò la massima attenzione.

Sfoderai Terminus est e la posai sugli stracci. L'uomo si avvicinò, senza toccarla e senza dire una parola. Intanto i miei occhi si erano abituati all'oscurità della bottega e vidi che un sottile nastro nero gli sporgeva dai capelli, sopra gli orecchi. — Tu porti una maschera — dissi.

— Tre crisii per la spada e un altro per il mantello.

— Non sono venuto per vendere — ribattei. — Levatela.

— Come vuoi. Ti offro quattro crisii per la spada. — Alzò le mani e si tolse la maschera. Il volto nero, dalle guance piatte e abbronzate, assomigliava molto a quello della giovane donna.

— Voglio solo comperare un mantello.

— Cinque crisii. È l'ultima offerta. Dovrai darmi un giorno di tempo per trovare i soldi.

— Te l'ho già detto, la spada non è in vendita. — Presi Terminus est e la riposi nel suo fodero.

— Sei. — L'uomo allungò la mano attraverso il bancone e mi afferrò per un braccio. — È più di quanto vale veramente. Ascolta, te lo propongo per l'ultima volta. Sei.

— Sono venuto per comperare un mantello. Tua sorella, credo, ha detto che ne avete alcuni a prezzi ragionevoli.

Lui sospirò. — E va bene. Ti venderò un mantello. Ma prima vuoi dirmi dove hai trovato quella spada?

— Mi è stata regalata da un maestro della mia corporazione. — Sul volto gli passò un'espressione indecifrabile. Chiesi: — Non mi credi?

— Certo che ti credo, è proprio questo il guaio. Chi sei?

— Un artigiano dei torturatori. Non ci capita spesso di arrivare tanto a nord. Ma veramente la cosa ti stupisce tanto?

L'uomo annuì. — È come incontrare uno psicopompo. Posso domandarti per quale motivo ti trovi da queste parti?

— Puoi chiedermelo, ma è l'ultima domanda alla quale risponderò. Sto andando a Thrax a prendere servizio.

— Grazie — disse. — Non farò altre domande. Non ne ho bisogno, a dire il vero. Ora, dato che intenderai fare una sorpresa ai tuoi amici quando ti leverai il mantello, giusto?, ne vorrai uno che sia di un colore completamente diverso dal tuo. Il bianco andrebbe benissimo, ma è un colore molto sporchevole. Cosa ne diresti di un marrone spento?

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