I racconti inediti
- Автор: Вэнс Джек Холбрук
- Год: 1995
- Язык: итальянский
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:
Wratch sorrise fra sé. Era così facile leggere gioia, dubbio, sgomento, nella mente dei suoi avversari, e poiché non aveva alcuna intenzione di riscuotere, vincere gli pareva un innocuo passatempo, specialmente contro il malinconico ma enfatico Cabron.
Un allarme rauco fischiò. Ci fu un secondo di paralizzata inattività.
«Tutti alle navicelle!» gridò il Capitano Dick Humber. «Ci siamo!»
Una corsa ben disciplinata, i portelli si aprirono, sbatterono, si richiusero.
«Arrivederci, Wratch! Buona fortuna!» Il Capitano Humber strinse il tentacolo nero. Si arrampicò nell’apertura, lo sbocco che portava dalla cattura a opera dei furtivi Phalid alla salvezza su Lojuk. Wratch dominò il breve impulso di seguirli, vide chiudersi il portello della navicella di salvataggio un istante prima del portello dello scafo.
Il sibilo come di cartucce ad aria compressa, quattro colpi, e le quattro navicelle vennero espulse dalla loro culla. Silenzio.
Adesso ci siamo, pensò Wratch. Fino a quel momento, era stata solo speculazione, procedura sperimentale. Se i Phalid li avessero incrociati, se gli uomini fossero riusciti a scappare, se…
Secondo il piano, Wratch fece scivolare gli arti superiori in un paio di manette, le chiuse con uno scatto, e si dispose ad attendere che i suoi compatrioti lo liberassero. Oppure che sopraggiungesse una morte maledetta e rapida, se non si fossero sentiti rassicurati a sufficienza dalla fuga delle quattro navicelle.
Ma i minuti passavano e ancora non vedeva l’immensa e silenziosa fiammata improvvisa del raggio d’azione dell’arma usata dai Phalid, che neutralizzava i legami molecolari dissolvendo la materia in atomi sciolti e impazziti.
Una grande forma fluttuò nello spazio davanti ai portelli, una massa enorme, vasta come le più grandi navi di linea terrestri.
Poco dopo un urto violento contro lo scafo, e il raspare della nave appoggio che si affiancava.
Il portello si spalancò. Wratch vide il luccichio di corpi scuri… proprio come già una volta, su Kordecker 343 nel Sagittario, dove avevano ucciso i suoi due fratelli, e ripartendo su un incrociatore terrestre si erano lasciati alle spalle un esemplare della loro razza, il cui corpo adesso Wratch aveva indosso.
Entrarono tre Phalid, con i tentacoli che stringevano fucili esplosivi dalla strana forma: misteriose creature aliene, che solo un uomo — Ryan Wratch — aveva visto ed era sopravvissuto per raccontarlo.
E Ryan Wratch adesso non aveva certo molto da vivere, e non l’avrebbe mai, pensò, potuto raccontare.
Lo videro, i loro passi si fecero esitanti. Che nobili figure, agli occhi da Phalid di Ryan Wratch, che andatura maestosa! Wratch cercò di sentire con la propria mente le emozioni che era stato in grado di individuare negli uomini, ma sentì solo il vuoto. Allora le emozioni erano un attributo umano? O forse la facoltà telepatica di Wratch si esplicava solo su cervelli terrestri?
Incerto se i Phalid possedessero oppure no tale facoltà, Wratch tentò di predisporsi in uno stato di piacere e di benvenuto.
Ma i Phalid parvero subito considerarlo con indifferenza. Fecero un giro di ricognizione della nave e, senza avere trovato nulla, ritornarono. Allora, con grande sorpresa di Wratch, lo ignorarono di nuovo e iniziarono a lasciare la nave.
«Un momento,» chiamò nel linguaggio ronzante dei Phalid. «Liberate il vostro fratello da questi maledetti vincoli di metallo.»
Si fermarono, e lo scrutarono come presi alla sprovvista, o così parve a Wratch.
«Impossibile,» disse una. «Conosci bene Bza,» la parola usata era intraducibile, ma significava «costume, ordine, regolamento, procedura», «che rende necessario fare il primo rapporto a Zau-amuz.» Così il nome, o titolo, suonò all’organo uditivo di Wratch.
«Sono stanco, debole,» si lamentò Wratch.
«Pazienza!» ronzò bruscamente il Phalid; e con una punta di dubbio: «Dov’è la sopportazione del Phalid, il suo stoicismo?»
Wratch si rese conto che la sua condotta era in contrasto con il codice prestabilito, e subito scivolò nella passività.
Dieci minuti dopo i tre Phalid ritornarono, presero il giornale di bordo, e uno o due strumenti che attirarono il loro interesse. Quasi per un ripensamento, uno si avvicinò a Wratch.
«La chiave è su quello scaffale,» ronzò Wratch.
Venne liberato, e costrinse nella propria mente una sensazione di sollievo e di gratitudine. Le seguì nella navicella a forma di scatola, meravigliandosi per l’indifferenza con la quale lo accettavano.
Rimase in silenzio in un angolo della navicella mentre volavano verso il grande scafo che galleggiava a dieci miglia di distanza, e i Phalid restarono ugualmente in silenzio. Non avevano la minima curiosità?
Com’era bella la loro grande nave agli occhi da Phalid di Wratch, così sospesa nell’opaco lucore del nero spazio, così aggraziata e potente rispetto ai vascelli tozzi e schiacciati dei piccoli Terrestri frettolosi!
Questo era il messaggio degli occhi di Wratch. Ma la sua mente era tesa e circospetta. Aveva anche paura, ma la paura era così poco importante ormai da tanto tempo che non ne era più consapevole. Wratch si era riconciliato con la morte. La tortura sarebbe stata spiacevole. Represse l’impulso umano di scrollare le spalle. Il suo stesso corpo era morto, bruciato e ridotto a un pugno di cenere, e sapeva che mai più avrebbe rivisto il pianeta dov’era nato. Ma se per una fantastica possibilità avesse portato a termine quella missione, migliaia, forse milioni — forse anche bilioni — di vite sarebbero state salvate.
Wratch osservò con attenzione per imparare i comandi della navicella, in caso avesse avuto bisogno di tale conoscenza. Scoprì che erano relativamente semplici, disposti secondo un sistema che sembrava universale e usuale ovunque creature intelligenti costruissero astronavi. Essenzialmente una leva guida era montata su un cardine universale per il governo del timone, e una ruota su una forcella consentiva il controllo della velocità.
Si avvicinarono alla nave dei Phalid, un cilindro scuro piatto alle due estremità, con bande longitudinali di metallo sub-rosso.
La navicella d’appoggio a forma di scatola rallentò, si fermò, si incastrò nel recesso apposito sul fianco della nave, e i portelli si aprirono con uno scatto.
Wratch seguì i Phalid nel passaggio. Lì, con suo grande stupore, lo abbandonarono, allontanandosi in differenti direzioni, e lasciandolo sconcertato in mezzo al corridoio, senza seguirlo, senza interrogarlo, apparentemente libero di agire secondo il suo volere.
Com’era diversa dalla disciplina di una nave terrestre! L’uomo tratto in salvo sarebbe stato sballottato in un trambusto di eccitazione fino all’ufficio del Comandante. Sarebbe stato investito di domande, la sua memoria sarebbe stata frugata alla ricerca di qualunque dettaglio dei dispositivi nemici che avesse potuto concepibilmente notare.
Wratch era fermo, perplesso, in mezzo al corridoio, e i Phalid della nave, intente ai loro compiti, passavano oltre. Cercò di ragionare sulla situazione. Forse era stato scoperto, e gli davano corda per saggiare le sue intenzioni? In qualche modo non poteva convincersene. L’atteggiamento di quelli che l’avevano portato a bordo era troppo casuale per essere finto. Se avessero avuto in mente di ingannarlo, così pensava Wratch, l’avrebbero indubbiamente interrogato in modo sommario, e apparentemente soddisfatte l’avrebbero rilasciato sotto stretta sorveglianza.
Ma forse non c’era nessun inganno. Wratch si rammentò che una razza aliena non poteva essere giudicata secondo valori umani.
Su nessuno dei Phalid poté notare distintivi o evidenze di rango. Ognuna sembrava avere un compito specifico, come formiche estremamente intelligenti, pensò Wratch.
In quel caso, quando era stato portato a bordo, non ci sarebbe stato bisogno di interrogarlo; avrebbero supposto che il suo istinto e l’addestramento l’avrebbero guidato automaticamente ai suoi doveri. Questa ipotesi poteva spiegare il ritardo nel liberarlo dalle manette fissate al puntello nella corvetta. Una razza di individui — come i Terrestri — sarebbe stata indotta dalla sorpresa, dalla curiosità, dalla simpatia, a liberare un compagno prigioniero prima di compiere qualunque altra azione.