La carezza della paura [The Pet - it]
- Автор: Грант Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-0762-2
- Переводчик: Paola Formenti
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:
Era orribile.
Era innaturale.
Ma dopo averlo visto in quello stato, non malato ma chissà che altro, si vergognava ad ammettere di avere paura di lui.
«Hai parlato con Don?» gli domandò infine, con un tono di voce basso, e schiarendosi la voce per l’imbarazzo.
«No. Ero appena rientrato quando sei arrivata tu.»
«Allora lo farai?»
«Quando sarò pronto.»
Il cucchiaio andò a sbattere contro la parete del tegame.
«Se vuoi sapere la verità», disse lui, dando la sensazione di essere meno arrabbiato, ma non meno stanco, «credo che il ragazzo abbia bisogno di una sculacciata, ma è troppo grande per questo. Se cercassi di farlo, con tutta probabilità mi tirerebbe un pugno sui denti.»
Un anno prima, un mese prima, una settimana prima si sarebbe rivoltata con violenza per aver soltanto osato suggerire un’idea del genere; ma quella sera si limitò ad annuire senza permettergli di vedere la sua espressione.
«In effetti, credo che sia innamorato.»
Sollevò il cucchiaio pieno di zuppa per assaggiare se si era scaldata e tornò a mescolarla. «Non credi anche tu?»
«Sì, credo che abbia i calori per la figlia di Quintero. Il poliziotto.»
«Norman, vorrei che non parlassi in quel modo.»
«In che modo?» chiese con tono di innocenza, di noncuranza.
«Quando dici che Don ha i calori per qualcuno. Se è innamorato, è innamorato e questo non significa necessariamente che debba fare del sesso con una bambina.»
Ma non è innamorato, pensò, sperando quasi che lui le leggesse nel pensiero. Non è innamorato. Lo so. Sono sua madre e lo so.
«Be’, forse», concesse lui. «E c’è un’altra cosa.»
«Che cosa?»
«Se non la smetti con quel cucchiaio, avremo colla a cena.»
Non era stato tanto spiritoso, ma lei rise comunque mentre si dirigeva nell’ingresso per chiamare suo figlio, avvertendolo che la cena era pronta e che era meglio si affrettasse prima che si raffreddasse tutto. Non ci fu risposta. Lo chiamò di nuovo, pensando a quanto aveva desiderato che assomigliasse di più a Sam, che non aveva mai avuto bisogno di essere chiamato due volte, che non aveva mai procurato problemi.
«Donald!»
Sentì la porta aprirsi, sentì i passi nell’ingresso e sorrise nel miglior modo possibile quando lo vide apparire sul pianerottolo.
«Non ho molta fame, mamma», disse.
«Be’, sarà meglio che tu scenda e mangi quello che puoi. Non ti farà male e non voglio che ti ammali proprio durante le feste di questa settimana.»
«Sì», rispose lui, diede un’occhiata alla sua stanza e cominciò a scendere. Lentamente. Fece scivolare la mano sulla ringhiera finché non si trovò a un passo da lei. Il sorriso c’era ancora, ma così da vicino riuscì a vedere i suoi occhi, riuscì a vedere il suo sguardo, uno sguardo cupo che la fece sentire una formica sul punto di essere schiacciata, per capriccio di un ragazzo comune e inspiegabilmente terrorizzante.
«Coraggio», gli disse bruscamente e si allontanò.
Lui la seguì e lei aumentò il passo e riuscì a sopprimere con fatica un sospiro di sollievo quando notò che Norman era ancora seduto alla tavola. Persino una lite in quel momento sarebbe stata meglio di niente.
Ma Norm si limitò ad annuire e Don rispose annuendo a sua volta e durante la cena si scambiarono parole tanto gentili, tanto formali, tanto stupidamente insensate che per la prima volta le capitò di desiderare la presenza di Harry. Lui avrebbe saputo che cosa fare. Era rimasto, nonostante il modo di vestire e le maniere che usava con gli studenti, un tipo vecchio stile quando si trattava di affrontare i ragazzi, e lui avrebbe saputo come fare per trattare con quello straniero che era suo figlio.
A cena terminata, mentre lei stava raggruppando le stoviglie nel lavandino, Don chiese: «Avete intenzione di divorziare?»
Joyce si voltò di scatto lasciando cadere per terra rumorosamente una terrina che però non si ruppe. «Dio mio, Donald, ma che cosa dici?»
«Torna nella tua stanza», gli ordinò Norman con uno strano tono di voce.
«Era solo una domanda», disse Don, scrollando le spalle. Poi si alzò, piegò il tovagliolo di carta e uscì.
«Cristo», esclamò Norman prendendo una birra dal frigorifero.
«Norm, che cosa dobbiamo fare?»
Lui la guardò, ubriaco, e fece uno sforzo per ruttare.
«A me sembra», disse, mentre si dirigeva nella stanza della TV, «che il problema sia tuo. Sei tu quella che pensa che non ti amo più, ricordi?»
«Ma…»
E restò sola, con le mani imprigionate in un asciugamano, mentre le labbra si muovevano senza emettere suoni e il suo sogno di fuggire via con Harry in qualche paradiso remoto le parve d’un tratto il sogno di una vecchia zitella.
Poi guardò l’orologio e si rese conto che stava facendo tardi. Oh, merda, pensò, gettò l’asciugamano per terra, si precipitò nell’ingresso e disse: «Io vado. Tornerò verso le undici».
«Sarò qui.»
«Parla con Don, okay?»
Alzò una mano — forse sì, forse no.
Vai al diavolo, pensò, e riuscì a mettersi dietro al volante prima di scoppiare in lacrime. Non per molto, e senza fare rumore. Solo quel tanto che bastava per provare a se stessa che era ancora in grado di farlo e che ancora le importava qualcosa nonostante i sogni a occhi aperti, nonostante Falcone. Non era facile; qualche settimana prima aveva ammesso con se stessa che non era niente per lei, nemmeno un rifugio tra le sue tempeste private. Le importava ancora meno, per essere completamente onesta, dell’avvocato che si era presa subito dopo la morte di Sam. Era stato un episodio per cercare un senso, almeno così aveva dichiarato, e così Norman aveva creduto concedendole il suo perdono; ma questa volta stava cercando qualcos’altro, qualcosa che non riusciva a definire, e cominciava a essere stanca di tentare. Probabilmente si trattava, pensò amaramente, di una donna sull’orlo della menopausa, alla ricerca della sua adolescenza in uno specchio che mentiva.
Emise una risata a quell’immagine e fece retromarcia sulla strada, andandosene con il proposito di tornare prima possibile. Forse allora avrebbero potuto parlare, tutti e tre, su quello che stava succedendo e quello che avrebbero potuto fare, e di come si amavano tutti quanti. Dovevano farlo. La domanda di Don di quella sera l’aveva dimostrato.
Qualcosa si muoveva nell’oscurità.
«Sai, mio padre mi ucciderà», disse Tracey, camminando il più velocemente possibile per non sentire il freddo che era arrivato con la sera di lunedì.
«Ma non sei in ritardo», le rispose Amanda. Aveva i capelli lunghi e neri tenuti insieme da un nastro nero, e teneva la giacca aperta nonostante i rigori della sera. «Dio, non penserai che sia il tuo guardiano o qualcosa del genere.»
«A volte pensa di esserlo», ribatté lei, con un sorriso. Amanda aggrottò le sopracciglia e scosse il capo. «È uno strazio che sia tanto vecchio stile a volte, sai? Ma … be’, ha solo paura, tutto qui. È per via dello Squartatore.»
«Per l’amor del cielo, quel pazzo con tutta probabilità si trova a mille miglia di distanza, ormai. Non può essere tanto stupido da restare qui in giro, no? Cristo, forse ha già raggiunto l’Ohio o chissà quale altro posto.» Si mise a ridere. «Con tutto il casino che hanno fatto, non sono riusciti a scoprire niente.»
«Ehi», mormorò Tracey.
«Oh, scusa», disse Amanda senza dispiacersi. Scrollò le spalle e aumentò l’andatura.
«Va bene.»
«No, dico davvero.»
Amanda tacque per un po’, poi disse: «Mi chiedo se Provetta resterà in piedi tutta la notte».
«Ancora?»