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La carezza della paura [The Pet - it]

Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:

Quale sarà la prossima vittima dello squartatore, il mostro del New Jersey? Il timido Donald Boyd, capace di parlare solo con creature immaginarie di sua invenzione, assalito dal mostro, viene salvato da uno stallone nero che da allora lo difenderà sempre, apparendo dal nulla. Per Donald è la lotta contro una nuova inspiegabile ossessione.
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E se aveva qualcosa a che fare con quella sciocchezza combinata a Hedley, avrebbe pagato anche qualcosa di più.

Una leggera brezza smosse le foglie che si erano raggruppate sul tombino mentre lui si affrettava verso casa, con le mani in tasca, a capo chino e con la pelle umida. Passò davanti all’abitazione degli Snowden, mentre Chris stava facendo marcia indietro nel suo vialetto d’ingresso, con la macchina scappottata, nonostante il brutto tempo; sorrise e fece un cenno di saluto quando la guardò, attirato dal rumore del motore. Mormorò un saluto, lei si voltò e se ne andò, lui rimase fermo per un istante, intento a guardare i capelli della ragazza che volavano al vento.

Vuole venire a letto con te, vecchio mio.

Deglutì e si guardò attorno prima di rendersi conto che la voce che aveva sentito era la sua. Poi il silenzio.

Ma era la verità, non c’era dubbio. Faceva quel lavoro da troppo tempo per non capire la differenza tra un flirt innocuo e un flirt organizzato per ottenere votazioni migliori. Chris era decisamente il tipo che sapeva che cosa voleva, più calcolatrice di chiunque altro avesse mai conosciuto. Poi si affrettò a complimentarsi con se stesso per non essere caduto nella sua trappola. Non era difficile contraccambiare un flirt; non era doloroso e non sarebbe importato a nessuno. E sarebbe stato facile, anche perché sapeva bene che non avrebbe garantito un otto solo perché la ragazza era carina, aveva un bel sorriso o un paio di occhi che non lo faceva dormire di notte.

Ma quella volta, d’altra parte, avrebbe potuto essere più difficile. Sospettava che se non fosse riuscita a comprometterlo sul materasso, avrebbe trovato comunque il modo di comprometterlo per coinvolgimento. In ogni caso, doveva fare molta attenzione.

Scoppiò in una risata allegra e genuina, mettendo il piede sul gradino che conduceva alla porta principale. Calcolatrice o meno, era carino pensare che non veniva considerato troppo vecchio per fare quel tipo di sforzo. Anzi, si sentiva quasi lusingato.

Stava per ridere di nuovo, quando mise un piede nella pozzanghera che c’era sul vialetto, e si girò all’improvviso.

L’acqua era chiara e pulita e sull’orlo c’era un’ombra che non era proiettata né da un albero del giardino, né da una grondaia, e nemmeno da lui stesso che stava passando di là.

La fissò, chiudendosi bene attorno al collo il bavero del cappotto.

L’ombra non si mosse.

Suggeriva qualcosa di molto grande, di scuro, ma quando esaminò la strada, il marciapiede, il giardino, la veranda, non vide niente.

L’ombra era sempre là e, anche quando diede un calcio all’acqua per smuoverla e scaraventarla sull’erba, persistette.

«Cristo», disse.

Diventava sempre più grande.

Più scura.

Mise un piede nella pozzanghera e osservò l’ombra che scivolava sulla scarpa.

Poi alzò subito lo sguardo e tirò un sospiro di sollievo. Una nuvola. Era una nuvola nera che si era fatta più compatta per la luce calante del giorno. Niente di più, pensò Norman, niente di più.

Aveva già la mano sulla maniglia della porta, quando sentì il rumore alle sue spalle.

Ovattato. Vuoto. Leggermente irregolare, come pietre che cadono leggere su un pezzo di legno vuoto e umido.

Stava risalendo il vialetto.

Non si voltò. Girò il pomolo con decisione, aprì di scatto la porta ed entrò in casa. Se la chiuse alle spalle senza guardare indietro e rimase fermo nell’ingresso vuoto per diversi secondi prima di togliersi il cappotto.

C’era qualcosa che gli aveva suggerito che non era stata la nuvola a lanciare quell’ombra.

Qualcosa strascicava e Don apparve sulla cima delle scale.

Un rumore vuoto e attutito, poi qualcosa bussò pesantemente alla porta alle sue spalle, che subito dopo si aprì con violenza.

8

Joyce, scura in volto, entrò in casa carica di borse della spesa. La tracolla le stava fastidiosamente scivolando dalla spalla e aveva sulla punta della lingua un’imprecazione, ma la faccia di suo marito la fece ammutolire. Era pallido e si stava allontanando da lei come se fosse stata un cadavere appena risuscitato dalla tomba.

«Dio», disse. «Spero davvero di non essere così brutta.»

Norm riuscì a fare un debole sorriso dopo essersi asciugato la fronte con il palmo della mano e si precipitò a prendere una delle borse. Seguendola in cucina, le domandò com’era andata la giornata, la aiutò a sistemare le lattine e le scatole negli armadi e infine si decise a chiederle se sapesse cosa stava rodendo il loro figlio.

«Domandalo a lui», rispose lei, afferrando un tegame da sotto il lavandino. «Sei tu che parli la lingua dei giovani, a quanto si dice in giro.»

«Ehi, siamo nervose oggi, vero?» le disse, ma senza la solita amarezza.

Lei lo guardò lasciarsi andare su una sedia, accendersi una sigaretta e fissare il fumo finché svaniva nel vuoto. «Per me è stata una giornata di merda, ma per te dev’essere stata un inferno.»

«Ci sei vicina», le rispose.

E mentre preparava un pasto veloce, qualcosa da mangiare in cinque minuti senza sentirsi troppo pieni, ascoltò il suo racconto sul tiro che Hedley aveva subito durante il week end, sugli allenatori che si lamentavano perché gli insegnanti si erano messi d’accordo nel trattenere i giocatori migliori per rovinare la finale di venerdì contro la Ashford Nord, e sugli insegnanti stessi e su quel figlio di puttana di Falcone con la sua minaccia di far sfilare per strada tutti i docenti nel giro di due giorni.

Lei non disse niente, perché sapeva che anche una sola parola sbagliata gli avrebbe fatto perdere la pazienza. C’erano tutti i sintomi.

E sapeva anche che lui aveva scelto deliberatamente di parlare della storia di Harry solo alla fine di quella tirata noiosa. Forse aveva pensato di coglierla di sorpresa; forse aveva pensato che si sarebbe schierata in difesa di quell’uomo rivelando in quel modo il suo amante non più segretissimo.

O forse non aveva pensato proprio a niente e stava solo divagando, nella speranza di far uscire tutto lo schifo di quella giornata prima di rilassarsi e di mettersi a pensare al giorno dopo.

Dopo tre sigarette lui era sfinito e il silenzio la rese nervosa. Si voltò dai fornelli e lo vide che la osservava.

«Mi dispiace per la cena», disse lei, facendo un gesto verso la zuppa e i panini. «C’è un…»

«Incontro del comitato, questa sera», finì lui al suo posto. «Lo so.»

«Be’, è così», ribatté Joyce. «Dio mio, inizia tutto mercoledì, sai.»

«Lo so.»

«E visto che ci siamo, ti vorrei dire che quello che ti ostini a chiamare capobanda è un vero coglione, Norm. Si comporta come se fosse sul podio della Filarmonica di New York, santo cielo. Non gli stiamo mica chiedendo il sangue, dopotutto. E lui sta già parlando di una paga extra!»

«Lo so.»

Sbatté una mano sul bancone. «Vuoi, per favore, smetterla di rispondere in quel modo? Se sai tutto così bene, perché diavolo non gli parli, visto che ormai te l’ho già chiesto un centinaio di volte?»

«Forse trecento, chi le conta più?» rispose lui.

«Cristo.»

Gli girò le spalle e mescolò la zuppa, mentre con la mano libera si tirava la coda di cavallo sopra le spalle e la scuoteva, cercando di rilassarsi, di trovare un modo per convincerlo a parlare con Donald. Lei non riusciva a farlo. Quando era andata a dargli un’occhiata domenica e l’aveva visto con quell’espressione sul viso, si era resa conto che non avrebbe mai potuto fare con lui una conversazione decente ed era corsa via dalla stanza.

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