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Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]

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Jason Taverner, popolarissimo conduttore di uno show televisivo, si trova all’improvviso senza identità. Nessuno si ricorda più di lui e il suo nome sembra scomparso dagli archivi informatici. L’uomo comincia così un viaggio alla ricerca di qualche traccia della propria esistenza nei bassifondi di una città ipertecnologica e crudele.
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— Sì, signor Buckman.

Il generale Buckman aprì le mani a ventaglio e sorrise. — Questo è tutto. Non c’è altro.

17

— Signor Taverner, — stava dicendo Peggy, in tono insistente — venga con me. Si vesta e mi raggiunga nell’ufficio esterno. L’aspetto lì. Passi per la porta azzurra e bianca.

Tenendosi in disparte, il generale Buckman ascoltò la voce della ragazza, gradevole e fresca. A lui sembrava bellissima, e probabilmente doveva sembrarlo anche a Taverner.

— Un’altra cosa. — Buckman fermò Taverner, insonnolito, con gli abiti spiegazzati, mentre si avviava verso la porta azzurra e bianca. — Non potrò rinnovare il suo pass se qualcun altro dei miei colleghi opporrà un veto. Lo capisce? Quel che deve fare è richiederci, seguendo l’esatta procedura legale, una serie completa di documenti. Il che significherà sottoporsi a un interrogatorio intensivo, ma… — Batté la mano sul braccio di Taverner. — Un Sei ce la può fare.

— Okay. — Jason Taverner lasciò l’ufficio e chiuse alle proprie spalle la porta azzurra e bianca.

Buckman attivò il citofono interno. — Herb, fagli mettere addosso un microtras e una testata eterostatica di classe Ottanta. Per poterlo seguire e, se dovesse essere necessario, eliminare in qualunque momento.

— Magari anche una pulce vocale? — chiese Herb.

— Sì, se riesci a sistemargliela sulla gola senza che se ne accorga.

— Farò provvedere da Peg — disse Herb, e chiuse la comunicazione.

“Se, diciamo, McNulty e io avessimo giocato al poliziotto buono e a quello cattivo saremmo riusciti a strappargli più informazioni?” si chiese Buckman. “No” decise. “Semplicemente perché lui stesso non sa altro. Quel che dobbiamo fare è aspettare che capisca… ed essere lì con lui, o di persona o a livello elettronico, quando accadrà. Come in effetti gli ho detto.

“Però continuo a sospettare che potremmo esserci imbattuti in qualcosa che i Sei potrebbero fare collettivamente, nonostante la loro solita animosità reciproca.”

Premette di nuovo il pulsante del citofono. — Herb, fai mettere sotto sorveglianza ventiquattr’ore su ventiquattro quella cantante pop, Heather Hart o come diavolo si fa chiamare. E chiedi alla centrale dati tutti i dossier sui Sei. Hai capito?

— Esistono schede specifiche per questa categoria? — chiese Herb.

— Probabilmente no — rispose Buckman, fosco. — Probabilmente nessuno ha pensato di prepararle dieci anni fa, quando Dill-Temko era vivo e progettava nuove forme di vita ancora più bizzarre da creare. — “Come noi Sette” pensò caustico. — E di certo nessuno lo farebbe al giorno d’oggi, dopo il fallimento politico dei Sei. Ne convieni?

— Ne convengo — rispose Herb. — Comunque tenterò lo stesso.

Buckman disse: — Se esistono delle schede specifiche, voglio una sorveglianza ventiquattr’ore su ventiquattro su tutti i Sei. E anche se non riusciamo a scovarli tutti, se non altro possiamo mettere sotto controllo quelli di cui ci è nota l’identità.

— Sarà fatto, signor Buckman. — Herb chiuse la comunicazione.

18

— Addio e buona fortuna, signor Taverner — gli disse l’agente di polizia Peg, nell’ampio ingresso del palazzo dell’accademia.

— Grazie — rispose Jason. Inspirò forte l’aria mattutina, per quanto fosse molto inquinata. “Ne sono uscito” si disse. “Avrebbero potuto inchiodarmi con mille imputazioni, ma non l’hanno fatto.”

Una voce femminile, molto di gola, disse al suo fianco: — E adesso, omettino?

In vita sua, non si era mai sentito chiamare “omettino”; era alto più di un metro e ottanta. Si girò, fece per ribattere qualcosa, poi vide chi gli aveva rivolto la parola.

Anche lei era un metro e ottanta abbondanti; in quello, erano alla pari. Ma, a differenza di lui, la donna indossava calzoni neri aderenti, una camicia in pelle rossa con le frange, orecchini d’oro ad anello e una cintura a maglie di catena. E scarpe con i tacchi a spillo. “Gesù Cristo!” pensò Jason, esterrefatto. “Dov’è la frusta?”

— Stava parlando con me? — chiese.

— Sì. — Lei sorrise, mettendo in mostra denti intarsiati con i simboli zodiacali in oro. — Le hanno messo addosso tre aggeggi, prima di lasciarla uscire. Pensavo che dovesse saperlo.

— Lo so. — Jason si domandò chi o che cosa fosse quella donna.

— Uno dei tre — disse lei — è una bomba H miniaturizzata. Può esplodere se riceve un segnale radio emesso da questo edificio. Sapeva anche questo?

— No. Non lo sapevo.

— È il suo modo di fare — disse la donna. — Mio fratello… Fa il dolce, il carino, il civile. Poi ordina a qualcuno del suo staff, e ha uno staff molto numeroso, di metterle addosso quello schifo prima che lei possa uscire dalle porte del palazzo.

— Suo fratello — disse Jason. — Il generale Buckman. — Adesso notava le somiglianze tra i due. Il naso lungo e sottile, gli zigomi alti, il collo elegantemente affusolato, degno di un Modigliani. Un viso patrizio. Si sentiva estremamente colpito da tutti e due.

“Quindi dev’essere una Sette anche lei” si disse. Si mise di nuovo in guardia. Avvertiva come una sensazione di bruciore intenso al collo.

— Glieli tolgo io — disse lei. Come il generale Buckman, sfoggiava denti incapsulati in oro.

— Molto bene.

— Venga sul mio trabi. — Lei si avviò a passi lievi; lui la seguì zampettando goffo.

Un attimo dopo erano sui sedili anteriori di un trabi.

— Io mi chiamo Alys.

— Io sono Jason Taverner — rispose lui. — Cantante e star televisiva.

— Sul serio? Non guardo un programma televisivo da quando avevo nove anni.

— Non si è persa molto. — Jason non capì se l’avesse detto in maniera ironica. “Francamente” pensò, “sono troppo stanco perché me ne freghi qualcosa.”

— Questa piccola bomba è grande come un seme — disse Alys. — Ed è affondata nella sua pelle come una zecca. Con mezzi normali, se anche lei sapesse di averla addosso, non riuscirebbe mai a individuarla. Ma io ho rubato questo all’accademia. — Gli mostrò una torcia elettrica tascabile a forma di tubo. — Si accende quando c’è una bomba-seme nelle vicinanze. — Cominciò subito, in modo molto efficiente, quasi professionale, a passargli sul corpo la piccola torcia. La luce si accese sopra il polso sinistro di Jason.

— Ho anche il kit che usano per rimuovere le bombe-seme. — Estrasse dalla borsa una scatoletta di latta, che aprì subito. — Prima gliela tolgo, meglio è — disse, prendendo una specie di bisturi dalla scatola.

Armeggiò con mano esperta per un paio di minuti, continuando a spruzzare un analgesico sulla ferita. E alla fine estrasse la bomba. Come aveva detto lei, aveva le dimensioni di un seme.

— Grazie — disse Jason. — Grazie di avermi tolto la spina dalla zampa.

Alys rise allegra. Rimise il bisturi nella scatola, chiuse il coperchio e poi ripose la scatola nella grande borsa. — Vede, non lo fa mai lui di persona. Provvede sempre qualcuno del suo staff. In modo che lui possa continuare a bearsi del suo distacco, come se non c’entrasse per niente. Credo che sia la cosa che odio di più in lui. — Rifletté. — Lo odio sul serio.

— C’è qualcos’altro che può togliermi? — chiese Jason.

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