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Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]

Электронная книга - «Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]». Краткое содержание книги:

Jason Taverner, popolarissimo conduttore di uno show televisivo, si trova all’improvviso senza identità. Nessuno si ricorda più di lui e il suo nome sembra scomparso dagli archivi informatici. L’uomo comincia così un viaggio alla ricerca di qualche traccia della propria esistenza nei bassifondi di una città ipertecnologica e crudele.
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Attorno a loro si raccolse un gruppo di pol di Los Angeles, molto interessati ai nuovi venuti. Parevano rilassati e allegri. Jason non vide cattiveria in nessuno di loro, e pensò: “Quando ti hanno preso, diventano gentili. È solo quando devono chiuderti nella rete che sono crudeli. Perché è ancora possibile che tu riesca a scappare. Mentre qui, adesso, questa possibilità non esiste”.

— Ha tentato il suicidio? — chiese un sergente di Los Angeles al pol fanatico religioso.

— No, signore.

Allora era per questo che l’avevano portato lì.

Quell’idea non aveva mai sfiorato Jason, e probabilmente nemmeno Ruth Rae… Tranne magari solo come una pura ipotesi: compiere un gesto estremo, concepito in teoria ma mai preso in seria considerazione per…

— Okay — disse il sergente di Los Angeles agli uomini di Las Vegas. — Da questo momento assumiamo formalmente la custodia dei due sospetti.

I pol di Las Vegas tornarono a bordo del trabifurgone, che si alzò in volo per rientrare in Nevada.

— Da questa parte — disse il sergente, con un cenno deciso della mano in direzione del tubo di discesa. I pol di Los Angeles sembravano a Jason un po’ più rozzi, un po’ più duri e anziani di quelli di Las Vegas. O forse era la sua immaginazione. Forse si trattava solo delle sue paure che aumentavano.

“Cosa si dice a un generale di polizia?” si chiese. “Specialmente quando tutte le spiegazioni che puoi dare non reggono, quando non sai niente, non credi in niente, e il resto è buio. Ma che se ne vada al diavolo!” decise esausto. E si lasciò cadere, praticamente a peso morto, nel tubo di discesa assieme a Ruth Rae e ai pol.

E al tredicesimo piano uscirono dal tubo.

Di fronte a loro c’era un uomo ben vestito. Portava occhiali con la montatura a giorno, il soprabito sul braccio, scarpe di pelle con la punta, e Jason notò che aveva due capsule d’oro in bocca. Un uomo, gli parve, più o meno della sua stessa età. Alto, grigio di capelli, con un’espressione di autentico calore umano sul viso aristocratico, dai lineamenti quasi perfetti. Non sembrava un pol.

— Lei è Jason Taverner? — chiese l’uomo. Porse la mano. Jason la strinse solo per un riflesso automatico. A Ruth, il generale di polizia disse: — Lei può scendere ai piani inferiori. La interrogherò più tardi. Per adesso voglio parlare col signor Taverner.

I pol portarono via Ruth. Jason la sentì che continuava a lamentarsi finché non scomparve. Dopo di che, si trovò davanti solo il generale di polizia, e nessun altro. Nessun uomo armato.

— Sono Felix Buckman — disse il generale di polizia. Indicò la porta aperta e il corridoio alle sue spalle. — Venga nel mio ufficio. — Girò sui tacchi e guidò con garbo Jason davanti a sé, in una grande suite con le pareti tinte in toni pastello blu e grigi. Jason sgranò gli occhi: non aveva mai visto prima un ufficio di polizia. Non aveva mai immaginato che potesse essere tanto elegante.

Incredulo, un istante più tardi si trovò seduto su una poltrona in pelle, con la morbidezza dello styroflex dietro la schiena. Buckman, comunque, non si accomodò alla scrivania in quercia, così alta e imponente da incutere timore. Aprì invece un armadio per riporre il soprabito.

— Sarei venuto ad accoglierla sul tetto — spiegò. — Ma, a quest’ora, là sopra il vento Santana soffia troppo forte. È un problema per la mia sinusite. — A quel punto, si voltò a guardare Jason. — Vedo in lei qualcosa che non risulta dalle sue foto quadridimensionali. Non si vede mai. È sempre una sorpresa, almeno per me. Lei è un Sei, giusto?

Improvvisamente all’erta, Jason si rizzò sulla schiena. — È un Sei anche lei, generale?

Con un grande sorriso, mettendo in mostra i denti incapsulati in oro, Felix Buckman alzò sette dita.

15

Nella sua carriera di ufficiale della polizia, Felix Buckman aveva usato quel trucchetto ogni volta che si era trovato di fronte un Sei. Vi faceva affidamento soprattutto quando, come in quel caso, l’incontro risultava imprevisto. Ne aveva conosciuti quattro. Alla fine, tutti quanti gli avevano creduto. Lo trovava divertente. I Sei, esperimenti genetici, per di più segreti, parevano insolitamente creduloni di fronte all’asserzione che fosse stato portato a termine un ulteriore progetto genetico, segreto quanto il loro.

Senza quella bugia, per un Sei lui sarebbe stato semplicemente un Ordinario. Una posizione di svantaggio dalla quale non avrebbe potuto trattare con un Sei nel migliore dei modi. Quindi, l’inganno. Grazie al quale il suo rapporto con un Sei si capovolgeva. E, in quelle condizioni artefatte, poteva gestire con successo un essere umano che, diversamente, sarebbe sfuggito al suo controllo.

Una volta, in un momento di relax, aveva detto ad Alys:

— Riesco a pensare meglio di un Sei all’incirca dai dieci ai quindici minuti. Ma se la cosa va avanti… — Aveva fatto un cenno con la mano, accartocciando un pacchetto di sigarette acquistate al mercato nero. Ne conteneva ancora due.

— Dopo quel periodo, le loro facoltà iperamplificate hanno il sopravvento. Quello che mi occorre è un grimaldello per aprire quelle loro boriose, stramaledette menti. — E, col tempo, l’aveva trovato.

— Perché un Sette? — aveva chiesto Alys. — Se imbrogli, perché non dire che sei un Otto o un Trentotto?

— Il peccato della vanagloria. L’esagerazione. — Buckman non voleva commettere quell’errore. — Dirò loro — aveva confessato a sua sorella — qualcosa che, secondo me, crederanno. — E, alla fine, la sua ipotesi si era dimostrata giusta.

— Non la berranno — aveva detto Alys.

— Oh, diavolo se la berranno! — aveva ribattuto lui. — È la loro paura segreta, la loro bestia nera. Sono al sesto posto in una serie di sistemi di ricostruzione del dna e sanno che, se è stato possibile farlo a loro, potrebbe essere fatto anche ad altri, con tecniche più avanzate.

Alys, indifferente, aveva commentato distratta: — Tu dovresti andare in televisione a vendere saponette. — Questa era stata l’unica sua reazione. Se ad Alys non interessava qualcosa, quel qualcosa, per lei, smetteva di esistere. Probabilmente non avrebbe dovuto farla franca con quell’atteggiamento per tutto quel tempo… “Ma, una volta o l’altra” aveva spesso pensato lui, “arriverà la giusta punizione: la realtà negata tornerà per la persecuzione. Si impossesserà senza preavviso dell’individuo che la nega e lo porterà alla follia.”

E Alys, aveva pensato molte volte, era un caso patologico davvero strano, un caso clinico del tutto bizzarro.

Buckman aveva questa intuizione senza riuscire a definirla con esattezza. Comunque, molte delle sue intuizioni avevano queste caratteristiche. L’idea non lo turbava, per quanto amasse sua sorella. Sapeva di avere ragione.

E ora, di fronte a Jason Taverner, profuse tutto il suo impegno nel trucchetto che aveva già funzionato altre volte.

— Eravamo in pochissimi — disse, sedendosi alla gigantesca scrivania di quercia. — Quattro in tutto. Uno è già morto, quindi restiamo in tre. Non ho la più pallida idea di dove siano gli altri. Manteniamo tra noi contatti ancora più ridotti di quanto facciate voi Sei. E già voi ne avete ben pochi.

— Chi era il suo mutatore? — chiese Jason.

— Dill-Temko. Lo stesso vostro. Si è occupato dei gruppi dal Cinque al Sette, poi è andato in pensione. Come lei saprà senz’altro, adesso è morto.

— Sì — disse Jason. — È stato uno shock per tutti.

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