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Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]

Электронная книга - «Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]». Краткое содержание книги:

Jason Taverner, popolarissimo conduttore di uno show televisivo, si trova all’improvviso senza identità. Nessuno si ricorda più di lui e il suo nome sembra scomparso dagli archivi informatici. L’uomo comincia così un viaggio alla ricerca di qualche traccia della propria esistenza nei bassifondi di una città ipertecnologica e crudele.
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— Anche per noi. — Buckman fece ricorso al suo tono più grave. — Dill-Temko era il nostro genitore. Il nostro unico genitore. Lo sapeva che al momento della morte aveva cominciato a preparare il progetto del gruppo Otto?

— Come sarebbero stati?

— Solo Dill-Temko lo sapeva — rispose Buckman, e sentì crescere la propria superiorità sul Sei. Eppure, quanto era fragile il suo vantaggio psicologico. Un solo sbaglio, una semplice frase di troppo, e sarebbe svanito. Una volta perso, non l’avrebbe più recuperato.

Era proprio questo il rischio che correva. Ma gli piaceva: gli era sempre piaciuto scommettere contro le proprie possibilità, giocare d’azzardo al buio. In momenti come quello, avvertiva quasi sensibilmente tutta la sua abilità. E non riteneva che fosse solo un prodotto della sua immaginazione, a dispetto di ciò che avrebbe detto un Sei al corrente della sua natura di Ordinario. La cosa non gli dava il minimo fastidio.

Premette un pulsante. — Peggy, portaci una caraffa di caffè con la panna e il resto. Grazie. — Poi si appoggiò all’indietro sulla poltrona con studiata noncuranza. E scrutò Jason Taverner.

Chiunque avesse già incontrato un Sei avrebbe riconosciuto la vera natura di Taverner. Il petto robusto, la struttura massiccia di braccia e schiena. La testa forte, da ariete. Ma la maggioranza degli Ordinari non si sarebbero mai resi conto di avere a che fare con un Sei. Non avevano l’esperienza di Buckman. Le conoscenze sul conto dei Sei che lui aveva mentalmente archiviato con tanta cura.

Una volta aveva detto ad Alys: — Non si impadroniranno mai del potere. Non governeranno il mio mondo.

— Tu non hai un mondo. Tu hai un ufficio. A quel punto, lui aveva chiuso il discorso.

— Signor Taverner — disse a bruciapelo, — com’è riuscito a far sparire dalle banche dati dell’intero pianeta documenti, tessere, microfilm, persino dossier completi? Ho tentato di immaginare come abbia potuto fare, ma alla fine mi sono dovuto arrendere. — Si concentrò con lo sguardo sul viso, bello ma ormai sulla via dell’invecchiamento, del Sei, e aspettò.

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“Cosa posso dirgli?” si chiese Jason Taverner, mentre sedeva in silenzio davanti al generale di polizia. “Raccontargli esattamente tutto quello che è successo, per filo e per segno? Non mi crederebbe, perché in realtà quasi quasi non ci credo nemmeno io.

“Ma forse un Sette potrebbe…” Solo Dio sapeva cosa poteva fare. “Cercherò di dargli” decise “una spiegazione plausibile.”

Ma quando fece per rispondere, qualcosa gli fermò le parole sulla punta della lingua. “Non voglio raccontargli niente. Non esiste un limite a quello che potrebbe farmi. È un generale, ha un potere enorme e, se è un Sette, per lui questo limite potrebbe essere il cielo. Devo partire da questo presupposto se voglio salvarmi.”

— Il fatto che lei sia un Sei — disse Buckman, dopo un attimo di silenzio — mi porta a considerare la situazione sotto una luce diversa. Lei sta lavorando con altri Sei, vero? — Tenne gli occhi puntati su Jason, che trovò questo fatto sgradevole e sconcertante. — Secondo me — continuò Buckman, — ci troviamo di fronte alla prima prova concreta del fatto che i Sei stanno…

— No — disse Jason.

— No? — Buckman continuò a fissarlo. — Lei non è in combutta con altri Sei in questa faccenda?

— Conosco un solo altro Sei — disse Jason. — Heather Hart. E lei mi considera un “aborto di fan”. — Pronunciò quelle parole con il più amaro dei toni di voce.

Buckman trovò il dato interessante. Non sapeva che la celebre cantante Heather Hart fosse un Sei. Ma, ripensandoci, era più che ragionevole. Comunque, nel corso della sua intera carriera non si era mai trovato di fronte a un Sei femmina; i suoi contatti con i Sei erano tutt’altro che frequenti.

— Se la signorina Hart è un Sei — disse, — forse dovremmo chiedere anche a lei di presentarsi qui per un colloquio. — Un eufemismo classico della polizia che gli uscì con estrema facilità dalle labbra.

— Faccia pure — disse Jason. — La metta pure sotto torchio. — Il suo tono era diventato furibondo. — L’arresti. La sbatta in un campo di lavori forzati.

“Voi Sei” si disse Buckman “siete davvero poco leali gli uni con gli altri.” L’aveva già scoperto, ma era un fatto che non mancava mai di sorprenderlo. Un gruppo d’élite, creato da vecchi circoli aristocratici per ristabilire e far rispettare la moralità nel mondo, si era praticamente volatilizzato, ridotto a nulla, perché i suoi membri non si sopportavano tra loro. Rise tra sé; lasciò che in volto trapelasse quel sorriso.

— Si sta divertendo? — chiese Jason. — Non mi crede?

— Non ha importanza. — Buckman prese da un cassetto della scrivania una scatola di sigari Cuesta Rey e usò il suo coltellino per tagliarne la punta a uno. Il coltellino d’acciaio serviva a quell’unico scopo.

Jason Taverner lo scrutava affascinato.

— Un sigaro? — Buckman tese la scatola a Jason.

— Non ho mai fumato un buon sigaro. Se si fosse sparsa la voce che io… — Jason si interruppe.

— Se si fosse sparsa la voce? — Le orecchie di Buckman si drizzarono. — Cioè se la voce fosse arrivata a chi? Alla polizia?

Jason non aprì bocca. Ma aveva stretto il pugno, e il suo respiro si era fatto affannoso.

— Esistono dei gruppi sociali all’interno dei quali lei è molto conosciuto? — chiese Buckman. — Per esempio, gli intellettuali chiusi nei campi di lavori forzati? Sa, quelli che fanno circolare manoscritti ciclostilati.

— No.

— Negli ambienti musicali, allora? Jason rispose a denti stretti: — Non più.

— Lei ha mai inciso dischi?

— Non qui.

Buckman continuò a fissarlo senza batter ciglio, una tecnica che aveva perfezionato in lunghi anni. — Allora dove? — chiese, con una voce appena al di sopra della soglia dell’udibile. Un effetto deliberato, voluto: un tono che cullava, che interferiva con la capacità di capire appieno il significato delle parole.

Ma Jason Taverner lo lasciò cadere nel nulla, non rispose. “Maledetti bastardi di Sei!” pensò Buckman, rabbioso soprattutto con se stesso. “Non posso fare i miei soliti giochetti con un Sei. Non funzionano. E, da un momento all’altro, questo potrebbe cancellare dalla mente la mia asserzione, la mia pretesa di possedere un patrimonio genetico superiore al suo.”

Premette un pulsante del citofono interno. — Fai portare qui la signorina Katharine Nelson — ordinò a Herb Maime. — Un’informatrice della polizia che vive nel distretto di Watts, l’ex zona dei neri. Ho bisogno di parlare con lei.

— Mezz’ora.

— Grazie.

Jason Taverner chiese: — Perché mettere in mezzo anche lei?

— Ha falsificato i suoi documenti.

— Di me sa soltanto quello che le ho fatto scrivere sulle tessere.

— Ed erano dati falsi?

Dopo una pausa, Jason scosse la testa.

— Allora lei esiste.

— Non… qui.

— Dove?

— Non lo so.

— Mi spieghi com’è riuscito a cancellare quei dati da tutte le banche.

— Non l’ho mai fatto.

A quella risposta, Buckman si sentì afferrare da un’intuizione grandiosa, che lo strinse con artigli d’acciaio. — Lei non ha tolto informazioni dalle banche dati. Ha cercato di inserirle. Non ci sono mai stati dati su di lei nelle banche.

Finalmente, Jason Taverner annuì.

— Okay. — Buckman sentiva ardere dentro la fiamma della scoperta; gli si stava svelando nel fulgore della comprensione. — Però dev’esserci una ragione, se i suoi dati non sono mai esistiti. Perché? Lo sa?

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