Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]
- Автор: Дик Филип Кайндред
- Год: 1998
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 8804449365
- Переводчик: Vittorio Curtoni
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]». Краткое содержание книги:
— Sì. — Jason Taverner abbassò gli occhi sulla scrivania. Il suo viso si era trasformato in uno specchio deformante. — Io non esisto.
— Però, una volta esisteva.
— Sì. — Taverner annuì a malincuore, con il dolore che gli affiorava nella voce.
— Dove?
— Non lo so!
“Si torna sempre allo stesso punto” pensò Buckman. “ ‘Non lo so.’ Be’, forse non lo sa sul serio. Però si è spostato da Los Angeles a Las Vegas; è andato a letto con quella tizia magra e rugosa che i pol di Las Vegas hanno caricato sul trabifurgone con lui. Forse potrei ricavare qualcosa da lei.” Ma l’intuito gli diceva di no.
— Ha cenato? — chiese.
— Sì.
— Però mi terrà compagnia. Faccio portare qualcosa per tutti e due. — Attivò di nuovo il citofono interno. — Peggy, è così tardi… Ordina due pasti a quel nuovo locale in fondo alla strada. Non quello dove andavamo prima. Quello nuovo, con l’insegna del cane con la testa da ragazza. Barfy.
— Sì, signor Buckman — rispose Peggy, e chiuse la comunicazione.
— Perché non la chiamano generale? — chiese Jason Taverner.
— Quando lo fanno — rispose Buckman, — ho l’impressione che avrei dovuto scrivere un libro su come invadere la Francia senza trovarmi coinvolto in una guerra su due fronti.
— Allora lei è un semplice “signore”.
— Esatto.
— E loro glielo permettono?
— Per me — disse Buckman, — non esistono “loro”. A parte i cinque marescialli di polizia sparsi qua e là per il mondo, e anche loro si fanno chiamare “signore”. — “E quanto sarebbero felici di farmi retrocedere di grado ancora di più” pensò. “Per tutto quello che ho fatto.”
— Però c’è il direttore.
— Il direttore non mi ha mai visto. Non mi vedrà mai. Non vedrà nemmeno lei, signor Taverner. Anche se, in realtà, nessuno può vederla perché, come lei stesso ha osservato, lei non esiste.
Una agente di polizia in uniforme grigia entrò in ufficio, reggendo un vassoio. — Quello che lei ordina di solito a quest’ora — disse, depositandolo sulla scrivania di Buckman. — Panini caldi con prosciutto e panini caldi con salsiccia.
— Lei cosa preferisce? — chiese Buckman a Jason Taverner.
— La salsiccia è ben cotta? — Jason Taverner si protese in avanti a sbirciare. — Mi pare di sì. Prendo quella.
— Sono dieci dollari e una moneta d’oro da cinque — disse la pol. — Chi paga?
Buckman si frugò in tasca e tirò fuori la banconota e la moneta. — Grazie. — L’agente uscì. — Lei ha figli? — chiese Buckman a Taverner.
— No.
— Io ne ho uno. Adesso le mostro una sua foto tridimensionale che ho appena ricevuto. — Il generale Buckman si chinò verso i cassetti ed estrasse un palpitante quadrato di colori tridimensionali ma immobili. Jason prese la fotografia, la alzò secondo l’angolatura giusta di luce e vide il ritratto statico di un bambino in calzoni corti e maglione, a piedi nudi. Stava correndo su un campo col filo di un aquilone in una mano. Come il generale, aveva corti capelli chiari e una mascella forte, imponente. Già a quell’età.
— Bello — disse Jason. Restituì la fotografia.
Buckman continuò: — Non è mai riuscito a far volare l’aquilone. Forse è troppo giovane. O ha troppa paura. Il nostro ragazzo è pieno di ansietà. Penso che sia perché vede così poco me e sua madre. Sta in una scuola in Florida e noi siamo qui, e non è una bella cosa. Lei ha detto di non avere figli?
— Non che io sappia.
— Non che lei sappia? — Buckman inarcò un sopracciglio. — Il che significa che non ha mai indagato sulla questione? Non ha mai cercato di scoprirlo? Fosse anche solo per via della legge, lo deve sapere: se lei è il padre, è tenuto a provvedere al mantenimento dei figli, che sia sposato oppure no.
Jason annuì.
— Be’ — disse il generale Buckman, risistemando la foto in un cassetto, — ognuno fa a modo suo. Ma rifletta su quello che ha escluso dalla sua vita. Non ha mai amato un bambino? Colpisce dritto al cuore, nella parte più intima di una persona, dove è così facile morire.
— Non lo sapevo.
— Oh, sì. Mia moglie dice che si può dimenticare qualsiasi amore, tranne quello per i bambini. Scorre a senso unico, non torna mai indietro. E se qualcosa si frappone tra noi e un bambino, per esempio la morte o una terribile calamità come un divorzio, non si riesce mai a riprendersi.
— Oh, be’, allora… — Jason gesticolò con la forchetta su cui era infilzata la salsiccia. — Allora sarebbe meglio non provare quel tipo d’amore.
— Non sono d’accordo — rispose Buckman. — Bisognerebbe sempre amare, e soprattutto un bambino, perché è questo l’amore più forte.
— Capisco — disse Jason.
— No, lei non capisce. I Sei non capiscono. Non vale la pena discuterne. — Spostò un fascio di carte sulla scrivania, accigliato, perplesso e irritato. Ma poco per volta si calmò, riacquistò la sua consueta freddezza. Però non riusciva a comprendere l’atteggiamento di Jason Taverner. Per lui, suo figlio era la cosa più importante; oltre, ovviamente, all’amore per la madre del bambino. Erano quelli i cardini della sua vita.
Per un po’ mangiarono in silenzio. All’improvviso, non c’era più un ponte che li collegasse.
— In questo palazzo c’è una tavola calda — disse alla fine Buckman, bevendo un bicchiere di pseudo Tang. — Ma serve cibi avvelenati. Tutto il personale deve avere parenti nei campi di lavori forzati. Si vendicano su di noi. — Rise. Jason Taverner non lo imitò. — Signor Taverner… — Buckman si passò il tovagliolo sulla bocca. — La lascio andare. Non la trattengo.
Jason lo fissò. — Perché?
— Perché lei non ha fatto niente.
Jason disse con voce roca: — Procurarsi documenti d’identità falsi è reato.
— La mia autorità mi permette di far annullare tutte le imputazioni che voglio — disse Buckman. — Ritengo che lei sia stato costretto a procurarsi dei documenti falsi a causa di una situazione nella quale è venuto a trovarsi, una situazione di cui rifiuta di parlarmi ma che io sono riuscito a intuire.
Dopo una pausa, Jason disse: — Grazie.
— Però — proseguì Buckman — sarà tenuto sotto sorveglianza elettronica ovunque vada. Non sarà mai solo, fatta eccezione per i pensieri nella sua mente, e forse nemmeno per quelli. Prima o poi, tutti coloro che raggiungerà o incontrerà o vedrà saranno portati qui per essere interrogati… come stiamo per fare adesso con la Nelson. — Si protese verso Jason Taverner, sillabando con lentezza ogni singola parola, in modo che Taverner ascoltasse attentamente. — Ritengo che lei non abbia sottratto alcun dato da nessuna banca, pubblica o privata. Ritengo che lei stesso non capisca quale sia con esattezza la sua situazione attuale. Però… — Lasciò salire in modo molto chiaro il tono della voce. — Prima o poi la capirà, e, quando accadrà, noi vogliamo esserne informati. Quindi saremo sempre con lei. Le pare corretto?
Jason Taverner si alzò. — Tutti voi Sette pensate in questo modo?
— Quale modo?
— Siete capaci di prendere decisioni estreme e vitali all’istante come fa lei? Il suo modo di fare domande e ascoltare… Dio, come ascolta…! Per poi arrivare a una decisione definitiva.
Buckman, in tutta sincerità, rispose: — Non lo so, perché non ho praticamente contatti con gli altri Sette.
— Grazie. — Jason tese la mano. Buckman gliela strinse. — Grazie per la cena. — Adesso sembrava calmo. Padrone di sé. E molto, molto sollevato. — Esco di qui ed è finita? Come arrivo alla strada?
— Dovremo trattenerla fino a domattina — rispose Buckman. — È la prassi. Non rilasciamo mai i sospetti durante la notte. Col buio, in strada succede di tutto. Le daremo una brandina e una stanza. Dovrà dormire vestito… E domattina alle otto la farò scortare da Peggy all’ingresso principale dell’accademia. — Attivò il citofono interno. — Peg, per ora porta il signor Taverner nell’area detentiva. Alle otto in punto di domattina riaccompagnalo fuori. Chiaro?