Il silenzio degli innocenti
- Автор: Thomas Harris
- Год: 1991
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: R. Rambelli
- Жанр: Маньяки
Электронная книга - «Il silenzio degli innocenti». Краткое содержание книги:
«Era una farfalla?»
Clarice Starling si sentì mancare il fiato per un momento e si augurò di non aver sentito la domanda. «Era una falena» rispose. «Per favore, mi dica come l'aveva previsto.»
«Clarice, ora le dirò perché Buffalo Bill vuole Catherine Baker Martin e poi, buonanotte. È la mia ultima parola alle condizioni attuali. Può riferire alla senatrice ciò che Bill vuole da Catherine, e lei potrà avanzare qualche offerta più interessante per me... oppure può aspettare fino a quando il cadavere di Catherine verrà a galla e vedere che avevo ragione.»
«Perché Buffalo Bill la vuole, dottor Lecter?»
«Vuole un panciotto con le tette» rispose il dottore.
Catherine Baker Martin giaceva cinque metri al di sotto del pavimento della cantina. La tenebra risuonava del suo respiro e del battito del suo cuore. A volte la paura le calpestava il petto, nel modo in cui un cacciatore uccide una volpe. A volte riusciva a pensare: sapeva che qualcuno l'aveva sequestrata, ma non sapeva chi. Sapeva di non sognare: nella tenebra assoluta udiva i leggerissimi "clic" che facevano i suoi occhi quando batteva le palpebre.
Si sentiva un po' meglio, adesso, di quando aveva ripreso conoscenza. La vertigine terribile era scomparsa quasi del tutto, e sapeva che c'era aria a sufficienza. Sapeva distinguere il basso dall'alto e aveva in una certa misura il senso della posizione del suo corpo.
La spalla, il fianco e il ginocchio dolevano, perché premevano sul fondo di cemento. Quel lato era giù. Su era il telo ruvido sotto il quale si era rifugiata durante l'ultimo intervallo di luce abbacinante. Ora il martellare nella testa si era attenuato, e l'unico dolore vero era quello alle dita della mano sinistra. Sapeva che l'anulare era fratturato.
Indossava una tuta imbottita che non le apparteneva. Era pulita e aveva odore di ammorbidente. Anche il pavimento era pulito, a parte le ossa di pollo e i pezzi di verdure che il suo carceriere aveva buttato nel pozzo. Poi c'erano il telo e un secchio igienico di plastica con spago legato al manico. Sembrava spago da cucina, e saliva nell'oscurità, fin dove riusciva a toccarlo con le mani.
Catherine Martin era libera di muoversi, ma non c'era nessun posto dove andare. Il pavimento dov'era distesa era ovale, all'incirca due metri e mezzo per tre, con un piccolo tombino al centro. Era il fondo di un profondo pozzo coperto. Le pareti di cemento erano lisce e salivano inclinandosi leggermente verso l'interno.
C'erano suoni che giungevano dall'alto, oppure era il suo cuore? Suoni dall'alto. Venivano da un punto sopra la sua testa. La segreta dov'era prigioniera era nella parte della cantina direttamente al di sotto della cucina. Un suono di passi che attraversavano la cucina e poi lo scorrere dell'acqua. Il ticchettio delle unghie di un cane sul linoleum. Poi più nulla fino a quando apparve un disco fioco di luce gialla attraverso la botola: la lampada della cantina era stata accesa. Poi nel pozzo ci fu una luce sfolgorante; questa volta Catherine si sollevò a sedere, con il telo sulle gambe, decisa a guardarsi intorno. Cercava di sbirciare attraverso le dita mentre i suoi occhi si adattavano; la sua ombra oscillava mentre un riflettore calato nel pozzo si dondolava lassù, appeso al cordone.
Catherine sussultò quando il bugliolo si mosse, si alzò, salì trascinato dalla spago sottile, girando adagio mentre saliva verso la luce. Cercò di trangugiare la paura e aspirò troppa aria, ma riuscì a parlare.
«La mia famiglia pagherà» disse. «In contanti. Mia madre pagherà senza fare domande. Ecco il suo numero priva... oh!» Un'ombra scese svolazzando su di lei, ma era soltanto un asciugamani. «Ecco il suo numero privato. È 202...»
«Lavati.»
Era la stessa voce incorporea che aveva sentito parlare al cane.
Un altro secchio scese, attaccato a un cordone sottile. Catherine sentì l'odore di acqua calda saponata.
«Spogliati e lavati dappertutto, t'innaffio con il tubo.» Poi in un "a parte" rivolto al cane, mentre la voce si allontanava: «Sì, l'innaffierò con il tubo, tesoruccio, sicuro!».
Catherine Martin sentì il suono dei passi e delle unghie del cane sul pavimento sopra la cantina. Quando le luci si erano accese per la prima volta aveva visto doppio, ma adesso era passato. Poteva vedere. Quanto era alta la sommità del pozzo? Il riflettore era fissato a un cordone robusto? Sarebbe riuscita a raggiungerlo e a impigliarlo con la tuta, o magari con l'asciu-gamani? Doveva fare qualcosa, maledizione, ma era impossibile. Le pareti erano così lisce: un pozzo levigato.
Una crepa nel cemento, trenta centimetri al di sopra del punto più alto che poteva raggiungere con le mani era l'unico difetto che si vedesse. Arrotolò il telo strettamente e lo legò con l'asciugamani. Vi salì, barcollando, cercò di arrivare alla crepa, vi piantò le unghie per non perdere l'equilibrio e guardò la luce. Socchiuse le palpebre nel bagliore. Era un riflettore con il paralume, appeso a una trentina di centimetri dalla sommità del pozzo, circa tre metri al di sopra della sua mano protesa. Era come se fosse la luna, e l'uomo stava tornando, il telo ondeggiava. Catherine si afferrò alla crepa per non sbilanciarsi, saltò giù e qualcosa, come una scaglia, le cadde davanti al viso.
Qualcosa discese oltre il riflettore: un tubo. Uno spruzzo di acqua gelida, una minaccia.
«Lavati. Dappertutto.»
Nel secchio c'era una salvietta, e nell'acqua galleggiava una bottiglietta di plastica piena di una costosa crema emolliente per la pelle, un prodotto straniero.
Catherine obbedì, con le braccia e le cosce accapponate, i capezzoli contratti e doloranti nell'aria fredda. Si accovacciò accanto al secchio d'acqua tiepida, vicina il più possibile al muro, e si lavò.
«Asciugati e spalma la crema dappertutto. Dappertutto.» La crema aveva assorbito il tepore dell'acqua. Le faceva aderire la tuta alla pelle.
«Adesso raccogli la tua sporcizia e lava il pavimento.»
Catherine obbedì anche questa volta. Raccattò gli ossi di pollo e i piselli. Li mise nel secchio e strofinò le piccole macchie di grasso sul cemento. C'era qualcos'altro, vicino al muro. La scaglia che era caduta dalla crepa. Era un'unghia umana, coperta di smalto e spezzata dal vivo.
Il secchio venne sollevato.
«Mia madre pagherà» disse Catherine Martin. «Senza fare domande. Pagherà abbastanza per farvi diventare tutti ricchi. Se è per una causa, Iran o Palestina o Liberazione Nera, pagherà comunque. Non dovete far altro...»
Le luci si spensero. Venne un'oscurità improvvisa e totale.
Catherine trasalì ed esclamò «Uhhhh!» quando il bugliolo legato allo spago si posò accanto a lei. Sedette sul telone e rifletté convulsamente. Ormai era convinta che il suo catturatore fosse solo e che fosse un americano bianco. Aveva cercato di dargli l'impressione di non sapere cosa era e di che colore, di non sapere quanti erano, come se il ricordo di quanto era accaduto nel parcheggio fosse stato cancellato dai colpi in testa. Sperava che l'uomo fosse convinto di poterla lasciare libera senza correre dei rischi. La sua mente funzionava, funzionava... e alla fine funzionò troppo bene.
L'unghia. Qualcun altro era stato lì dentro. Una donna, una ragazza era stata lì. Dov'era, adesso? Che cosa le aveva fatto l'uomo?
Se non fosse stato per lo shock e il disorientamento, non avrebbe impiegato tanto tempo a comprendere. La chiave fu l'emolliente per la pelle. La pelle. Capì chi la teneva prigioniera. La rivelazione le piombò addosso come un'orda di tutte le cose più orrende e brucianti della terra. Urlò, urlò sotto il telone, si alzò e cercò di arrampicarsi artigliando il muro, urlò fino a quando tossì e sentì qualcosa di caldo e salato nella bocca e sulle dita con cui si copriva la faccia, qualcosa di viscoso che si asciugava sul dorso delle mani. Rimase irrigidita sul telo, inarcandosi sul pavimento dalla testa ai calcagni, con le mani affondate nei capelli.