Il silenzio degli innocenti
- Автор: Thomas Harris
- Год: 1991
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: R. Rambelli
- Жанр: Маньяки
Электронная книга - «Il silenzio degli innocenti». Краткое содержание книги:
Aveva la sensazione che la quiete e la calma del furgone, il tempo necessario perché la missione procedesse in modo ordinato, fossero stati acquistati a caro prezzo. Ascoltò le telefonate di Crawford e ne ebbe la conferma.
Adesso Crawford stava parlando con il direttore dell'FBI, che si trovava a casa. «No signore. Ci sono andati?... Quanto tempo? No, signore. No. Nessun microfono. Tommy, è la mia raccomandazione e insisto. Non voglio che quella ragazza abbia un microfono. Il dottor Bloom dice la stessa cosa. Sì, è bloccato dalla nebbia all'aeroporto O'Hare di Chicago. Verrà non appena gli sarà possibile. Giusto.»
Poi Crawford ebbe una conversazione enigmatica con l'infermiera di notte a casa sua. Quando ebbe finito, guardò dal finestrino per circa un minuto. Teneva gli occhiali sul ginocchio con l'indice piegato, e il suo viso appariva nudo nelle luci dei fari delle macchine che incontravano. Poi rimise gli occhiali e si rivolse di nuovo verso Clarice Starling.
«Avremo a disposizione Lecter per tre giorni. Se non otterremo risultati, quelli di Baltimora cominceranno a metterlo sotto torchio fino a quando il tribunale gli imporrà di piantarla.»
«L'ultima volta non è servito assolutamente a nulla. Con il dottor Lecter non attacca.»
«L'altra volta che cosa gli ha dato, dopo tutte le loro domande? Un pulcino di carta?»
«Un pulcino, sì». L'origami gualcito era ancora nella borsetta di Clarice. Lo posò sul ripiano, lo allisciò e mostrò come bisognava muoverlo perché beccasse.
«Non posso dar torto ai poliziotti di Baltimora. È un loro prigioniero. Se Catherine dovesse venire ripescata in acqua, vogliono essere in grado di dire alla senatrice Martin che le hanno tentate proprio tutte.»
«Come sta la senatrice Martin?»
«È coraggiosa, ma soffre. È una donna dura e intelligente, dotata di grande buonsenso, Starling. Probabilmente le piacerebbe molto.»
«Il Johns Hopkins e la squadra omicidi della Contea di Baltimora non parleranno dell'insetto trovato nella gola di Klaus? Potremo evitare che finisca sui giornali?»
«Almeno per tre giorni, sì.»
«C'è voluto parecchio daffare.»
«Non possiamo fidarci di Frederick Chilton o degli altri all'ospedale», disse Crawford. «Se Chilton viene a saperlo, viene a saperlo tutto il mondo. Chilton deve essere informato della sua visita; però si tratta semplicemente di un favore che lei fa alla squadra omicidi di Baltimora, per cercare di chiudere il caso Klaus... non ha niente a che vedere con Buffalo Bill.»
«E vado a farlo a quest'ora di notte?»
«È l'unico orario che le ho concesso. Ma devo dirglielo: la storia dell'insetto del West Virginia uscirà sui giornali domattina. L'ufficio del coroner di Cincinnati lo ha spifferato, e quindi non è più un segreto. È un dettaglio riservato che Lecter può ottenere da lei: è la cosa non ha importanza, per la verità, purché non sappia che ne abbiamo trovato uno anche nella gola di Klaus.»
«Che cosa abbiamo, per proporgli uno scambio?»
«Ci sto lavorando» disse Crawford, e si voltò di nuovo verso i telefoni.
Un grande bagno, tutto piastrelle bianche e lucernari e lucidi impianti igienici di marca italiana che spiccavano contro i vecchi mattoni scoperti. Un elaborato tavolo da toilette fiancheggiato da alte piante e carico di cosmetici, lo specchio imperlato dal vapore della doccia. Dalla doccia giungeva un canticchiare troppo alto per la voce sinistra. Era una canzone di Fats Waller, Cash for Your Trash, tratta dal musical Ain't Misbehavin'. Qualche volta la voce prorompeva nelle parole:
«Tenete da parte i vecchi gior-NALI,
ammucchiateli come gratta-CIELI
DA DADADA DA DA DADA DA DA...»
Ogni volta che risuonavano le parole, un cagnolino raspava alla porta del bagno.
Sotto la doccia c'era Jame Gumb, maschio, bianco, di trentaquattro anni, alto un metro e ottantacinque, novanta chili, capelli bruni e occhi azzurri, senza segni particolari. Pronunciava il suo nome come James senza la s. Jame. Insisteva perché anche gli altri lo pronunciassero così.
Dopo il primo risciacquo, Gumb prese Friction des Bains, se l'applicò con le mani sul petto e sulle natiche e usò uno strofinaccio da piatti sulle parti che preferiva non toccare. Le gambe e i piedi erano un po' pelosi, ma decise che potevano andare bene così.
Gumb si massaggiò fino a quando la sua pelle diventò tutta rosea, quindi si spalmò con una crema emolliente di buona marca. Davanti allo specchio a figura intera c'era una sbarra con una tenda da doccia.
Gumb usò lo strofinaccio per spingere di nuovo fra le gambe il pene e i testicoli. Scostò la tenda e si piazzò davanti allo specchio e si mise in posa sporgendo un fianco, sebbene questo gli stringesse dolorosamente le parti intime.
«Fai qualcosa per me, tesoro. Fai qualcosa per me, PRESTO.» Usava il registro più alto della voce che per natura era profonda, ed era certo di stare migliorando. Gli ormoni che aveva preso (per un po' il Premarin, e quindi il diethylstilbestrol per via orale) non potevano far niente per la voce, ma avevano diradato un po' il pelo sui seni che cominciavano a sbocciare. L'elettrocoagulazione aveva fatto sparire la barba e gli aveva ridisegnato a punta l'attaccatura dei capelli, ma non sembrava una donna. Sembrava un uomo portato a lottare con le unghie e non soltanto a pugni e calci.
Sarebbe stato difficile, per chi lo conosceva superficialmente, stabilire se il suo comportamento era un appassionato e inetto tentativo di transessua-lismo oppure una beffa odiosa; e non aveva altro, appunto, che conoscenze superficiali.
«Cosa farai per meee?»
Al suono della voce il cane grattò la porta. Gumb indossò la vestaglia e
lo fece entrare. Prese in braccio la barboncina color champagne e le baciò la schiena grassa.
«Sììììì. Hai tanta fame, Precious? Anch'io.»
Passò la cagnolina da un braccio all'altro per aprire la porta della camera da letto e la bestiola si divincolò per scendere.
«Un momento solo, tesoro.» Con la mano libera, Gumb prese dal pavimento accanto al letto una carabina Mini-14 e la mise sui cuscini. «Su. Su. Ceneremo fra un minuto.» Posò la cagnolina e prese i vestiti. Lei lo seguì impaziente giù per la scala, fino alla cucina.
Jame Gumb tolse tre cene pronte dal forno a microonde. C'erano due pasti Hungry Man per lui e uno Lean Cuisine per la barboncina.
La cagnetta mangiò avidamente l'antipasto e il dessert e lasciò le verdure. Jame Gumb lasciò soltanto gli ossi sui suoi due vassoi.
Fece uscire la cagnolina dalla porta sul retro stringendosi nella vestaglia per proteggersi dal freddo, e rimase a guardarla mentre si accovacciava nella stretta fascia di luce che usciva dalla cucina.
«Non hai fatto il Numero Due. Va bene, va bene, non ti guardo.» Ma sbirciò fra le dita. «Oh, super, piccoletta, sei una vera signora. Vieni, andiamo a letto.»
Al signor Gumb piaceva andare a letto. Lo faceva diverse volte ogni notte. Gli piaceva anche alzarsi, e mettersi a sedere nell'una o nell'altra delle tante stanze senza accendere la luce, oppure lavorare per un po', durante le ore notturne, quando era tutto preso da qualche idea creativa.
Fece per spegnere la luce della cucina, ma si soffermò sporgendo le labbra con aria critica mentre guardava il disordine lasciato dalla cena. Prese i tre vassoi e passò uno straccio sul tavolo.
Un interruttore in cima alla scala accese la luce della cantina. Jame Gumb cominciò a scendere reggendo i vassoi. La cagnetta guaì in cucina e aprì la porta spingendola con il muso.
«E va bene, stupidella.» Gumb prese in braccio la bestiola e la portò giù mentre quella si divincolava e fiutava i vassoi. «No, no, hai mangiato abbastanza.» La mise a terra, e la cagnetta lo seguì attraverso la grande cantina a più livelli.