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Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]

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Jason Taverner, popolarissimo conduttore di uno show televisivo, si trova all’improvviso senza identità. Nessuno si ricorda più di lui e il suo nome sembra scomparso dagli archivi informatici. L’uomo comincia così un viaggio alla ricerca di qualche traccia della propria esistenza nei bassifondi di una città ipertecnologica e crudele.
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Di colpo, Allen Mufi, ammesso che fosse lui, si mosse. Aprì gli occhi. E si rizzò a sedere all’istante, fissando i pol. E la luce della torcia elettrica.

— Cosa? — disse, e ansimò di paura: una profonda, convulsa, tremante emissione di respiro. — No. — Dopo di che, fece per afferrare qualcosa sul comodino; frugò nelle tenebre, pallido e peloso e nudo, in cerca di qualcosa d’invisibile che per lui doveva essere molto prezioso. Disperatamente. Poi si rizzò a sedere sul letto, ansante, stringendo l’oggetto: un paio di forbici.

— A cosa le servono? — chiese il sergente, puntando il fascio di luce sul riflesso metallico delle forbici.

— Mi ucciderò — disse Mufi. — Se non se ne va e non… ci lascia in pace. — Premette le forbici, chiuse, contro il petto coperto di peli, all’altezza del cuore.

— Allora non è la signora Mufi — disse il sergente. Spostò il fascio di luce sull’altra forma raggomitolata, nascosta dalle coperte. — Eh? Una roba tipo una botta e via, grazie tante signorina? Ha trasformato il suo appartamento di lusso in un motel? — Il sergente raggiunse il letto, afferrò lenzuola e coperte, e tirò.

Nel letto, a fianco del signor Mufi, c’era un ragazzino nudo, magro, con lunghi capelli biondi.

— Mi venisse un accidente! — esclamò il sergente.

Uno dei suoi uomini disse: — Gli ho preso le forbici. — Le gettò a terra, davanti al piede destro del sergente.

Il signor Mufi se ne stava seduto, tremante, gli occhi colmi di un terrore stupefatto. Il sergente gli chiese: — Quanti anni ha il ragazzo?

L’adolescente si era svegliato. Teneva gli occhi fissi al soffitto, ma non si muoveva. Non c’era alcuna espressione sul suo viso tenero, dai contorni solo accennati.

— Tredici — rispose con voce rotta, quasi implorante, Mufi. — L’età per il libero consenso sessuale.

Il sergente chiese al ragazzo: — Lo puoi dimostrare? — Ora provava disgusto. Una forte sensazione di repulsione che gli faceva quasi venire voglia di vomitare. Sul letto c’erano delle chiazze umide, non ancora del tutto asciutte, di sudore e liquido seminale.

— La tessera d’identità — ansimò Mufi. — Nel suo portafogli. I pantaloni sulla sedia.

Uno degli uomini chiese al sergente: — Sarebbe a dire che se questo qui ha tredici anni non è stato commesso nessun reato?

— Al diavolo! — fece un altro agente, indignato. — È chiaro che si tratta di un reato. Perversione. Portiamoli dentro tutti e due.

— Aspettate un minuto, okay? — Il sergente prese i calzoni del ragazzo, frugò, trovò il portafogli, lo tirò fuori, studiò il documento. E come no: tredici anni. Chiuse il portafogli e lo rimise nella tasca. — No — disse. Si stava ancora godendo a metà la situazione. Lo divertiva il nudo imbarazzo di Mufi, ma si sentiva sempre più disgustato, di attimo in attimo, dal vigliacco orrore dell’uomo all’idea di essere stato scoperto. — Il nuovo testo rivisto del codice penale, articolo 640.3, dice che a dodici anni un minorenne è legalmente autorizzato a praticare attività sessuali o con un altro giovane di entrambi i sessi o con un adulto di entrambi i sessi, però con un solo partner per volta.

— Ma è disgustoso — protestò uno degli uomini.

— Questa è la sua opinione — ribatté Mufi. Adesso aveva un tono meno pavido.

— Perché non li sbattiamo dentro? Non sarebbe un bel colpo? — insistettero i pol raccolti attorno a lui.

— Stanno sistematicamente eliminando tutti i reati senza vittime — rispose il sergente. — È un processo che va avanti da dieci anni.

Questo? Questo sarebbe un reato senza vittime?

Il sergente chiese a Mufi: — Cos’è che le piace nei ragazzini? Me lo spieghi. Mi sono sempre domandato cosa provino i sodo come lei.

Sodo — fece eco Mufi, storcendo la bocca in una smorfia di fastidio. — Ecco cosa sono, allora.

— È una categoria. Gli individui che sfruttano i minori a scopi omosessuali. Un comportamento legale, ma ancora aborrito. Lei cosa fa nella vita?

— Vendo trabi usati.

— Se i suoi datori di lavoro sapessero che è un sodo, non le lascerebbero toccare i loro trabi. Non dopo quello che le sue mani esangui e pelose hanno fatto nel tempo libero. Giusto, signor Mufi? Nemmeno un venditore di trabi usati la può passare liscia, se è un sodo. Anche se il reato, in quanto tale, non esiste più.

Mufi disse: — È colpa di mia madre. Dominava mio padre, che era un uomo debole.

— Quanti ragazzini ha convinto a venire a letto con lei negli ultimi dodici mesi? — chiese il sergente. — Guardi che parlo sul serio. E poi saranno certo tutte storie di una sola notte, giusto?

— Io amo Ben. — Mufi teneva gli occhi fissi sul pol. La sua bocca si muoveva appena. — Col tempo, quando la mia situazione economica migliorerà e potrò permettermi di mantenerlo, lo sposerò.

Il sergente domandò a Ben: — Vuoi che ti portiamo via di qui? Dai tuoi?

— Vive qui. — Mufi accennò un sorrisetto.

— Sì, resto qui — rispose imbronciato il ragazzo. Poi rabbrividì. — Mostri, mi volete ridare le coperte? — Irritato, allungò una mano verso il lenzuolo.

— Cerchiamo di mantenere basso il livello di rumore qui dentro. — Il sergente cominciò a indietreggiare, depresso. — Cristo! E l’hanno depenalizzato.

— Probabilmente — continuò Mufi, molto più sicuro di sé adesso che i pol avevano iniziato a sgomberare — perché qualcuno di quei vecchi comandanti di polizia, uno di quei grassoni, si scopa anche lui i ragazzini e non vuole finire dentro. Non reggerebbe lo scandalo. — Il suo sorriso si allargò in un ghigno insinuante.

— Spero — disse il sergente — che un giorno o l’altro lei commetta qualche infrazione alla legge e la portino dentro, e ci sia io di servizio. Per avere l’onore di sbatterla in cella di persona. — Si raschiò la gola, poi sputò su Mufi. Sul suo viso senza espressione.

In silenzio, il gruppo di pol ripercorse il soggiorno ingombro di mozziconi di sigarette, cenere, pacchetti accartocciati, bicchieri vuoti a metà. Tornò in corridoio, sotto il portico. Il sergente chiuse con un colpo deciso la porta, rabbrividì, e per un attimo rimase ad ascoltare il buio nella propria mente, del tutto lontana dal luogo in cui si trovava. Poi disse: — 211 : Ruth Gomen. Dove l’uomo che stiamo cercando, Taverner, dovrebbe trovarsi, visto che è l’ultimo appartamento rimasto. Ammesso che lui sia davvero qui. — “Finalmente” pensò.

Bussò alla porta del 211. E restò in attesa, pronto a colpire col suo manganello di plastica e piombo; e d’un tratto non gli importò più nulla del suo lavoro. — Abbiamo visto Mufi — disse tra sé e sé, o quasi. — Adesso vediamo com’è la signora Gomen. Secondo voi, sarà meglio? Speriamo. Per stanotte ne ho avuto abbastanza.

— Qualunque cosa sarebbe meglio — disse, serio, uno dei pol al suo fianco. Annuirono tutti e si misero in posizione, nell’attesa di udire dei passi lenti dietro la porta.

13

Nel soggiorno del nuovo e lussuoso appartamento di Ruth Rae nel distretto Fireflash di Las Vegas, Jason Taverner disse: — Sono abbastanza sicuro di poter contare su quarantotto ore all’esterno e ventiquattro ore qui dentro. Per cui penso di non dovermene andare immediatamente. — “E se questo nostro nuovo, rivoluzionario principio è esatto” pensò, “è ovvio che la situazione ne risulterà modificata a mio beneficio. Sarò al sicuro.”

LA TEORIA CAMBIA…

— Sono lieta — disse senza il minimo entusiasmo Ruth — che tu possa restare qui con me in maniera civile. Così potremo chiacchierare ancora un po’. Vuoi qualcos’altro da bere? Scotch e Coca, magari?

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