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La carezza della paura [The Pet - it]

Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:

Quale sarà la prossima vittima dello squartatore, il mostro del New Jersey? Il timido Donald Boyd, capace di parlare solo con creature immaginarie di sua invenzione, assalito dal mostro, viene salvato da uno stallone nero che da allora lo difenderà sempre, apparendo dal nulla. Per Donald è la lotta contro una nuova inspiegabile ossessione.
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Allora si mise a correre e non si fermò finché non raggiunse casa sua.

La porta dell’ufficio era chiusa, le segretarie se n’erano andate in anticipo e Norman stava alla finestra. Vide la giovane Quintero che correva per strada come se fosse inseguita da un rapinatore. Si sporse per vedere se ce ne fosse veramente uno, ma non c’era nessuno.

Brontolò e andò a sedersi alla scrivania.

«È una puttana», disse allentandosi la cravatta e sbottonandosi il colletto della camicia.

Harry Falcone proruppe in una risata dalla poltrona di fronte, dov’era seduto a gambe accavallate con la giacca sportiva aperta. «Puoi dirlo ancora, se vuoi.»

«Okay, è una puttana.»

Sorrisero, ma non troppo a lungo.

Norman afferrò una matita, la rigirò e la mise sul tampone. «Non puoi farcela, sai. Ti tornerà tutto nel culo, il consiglio non muoverà un dito e i genitori dei veterani verranno a caccia della tua testa.»

Falcone emise un verso che assomigliava a un grugnito o a un lamento e si appoggiò allo schienale, fissando il soffitto. «Che possibilità abbiamo, Norman?»

«Accettare l’offerta che c’è sul tavolo, per prima cosa.»

Falcone rise ironicamente.

«Allora che ne dici di un arbitrato vincolante?»

Un’altra risata; questa volta più amara.

«Be’, allora, che fate, per l’amore del cielo?»

«Cammineremo», rispose Falcone, senza guardarlo in faccia. «Ci metteremo a camminare. Se i voti sono favorevoli questa sera, ci metteremo per strada mercoledì dopo l’ultima campana, a meno che qualcuno non ci sottoponga un contratto con il quale sia possibile vivere.»

«Pazzesco.»

«Questa», disse Falcone, drizzandosi sulla sedia, «è la tua opinione.»

Norman si voltò all’improvviso, guardò verso il prato e comandò a se stesso di rilassarsi.

«Hai qualche dichiarazione che desideri farmi leggere alla facoltà questa sera?»

«Leggi l’ultima», gli rispose amaramente. «Non ho nient’altro da dire.»

«Cristo, Norm, sei uno stronzo, sai? Sei veramente uno stronzo. Hai la possibilità di sistemarti per tutta la vita, potresti diventare un eroe e gli insegnanti della scuola si ammazzerebbero per te, ma tu continui a insistere nel tagliarti la gola.»

Brutto figlio di puttana, pensò; brutto figlio di puttana maledetto.

Girò la sedia, lasciò cadere la matita e appoggiò i gomiti sulla scrivania. Falcone stava sorridendo. Norman afferrò il compito di Don. Il sorriso dell’insegnante non cambiò.

«So quello che stai facendo», disse Norm pacatamente. «E così non funziona. È evidente che stai cercando di arrivare a me attraverso Joyce e attraverso Donald. Così non funziona, per cui piantala, Falcone. Lascia fuori dalla merda mio figlio.»

«Oh, Dio», sospirò l’altro, alzandosi e lisciandosi i risvolti mentre si dirigeva verso la porta. «È una minaccia, signor preside?»

Norman considerò l’idea di ritrattare, di porgere una mezza scusa. Sapeva come avrebbe agito quell’uomo se lui non lo avesse fatto — una dichiarazione alla facoltà sulle accuse del preside, forse anche una spifferata alla stampa. Norman sarebbe diventato all’istante il cattivo, il tirapiedi del consiglio per tutti quanti. Norman sta perdendo il controllo perché ha perso il controllo della scuola, e chi avrebbe voluto che un uomo di quel genere si trovasse in posti di potere nella città?

«Harry», disse richiudendo il compito e mettendoci sopra un pugno, «mettiamola in questi termini; ti faccio mangiare i coglioni se tenti ancora qualche idiozia del genere. Credimi, Harry. Ti romperò il culo.»

Falcone esitò un attimo prima di dirigersi verso la soglia, si voltò leggermente e lo guardò senza tremare. «Ti posso concedere il figlio», rispose con voce appena udibile, «ma che mi venisse un colpo, signor Boyd, se capisco perché stai mettendo di mezzo anche la tua cara mogliettina.»

La porta si chiuse.

Norm scattò in piedi, pronto a reagire, ma si sentì afferrare da una mano sulla spalla che lo fece sedere di nuovo. Non c’era nessuno nella stanza, ma per lui era lo stesso e cominciò a tremare quando si rese conto di com’era stato vicino ad ammazzare quell’uomo. Si morse il labbro inferiore fino a farsi male, per cercare di ritornare in sé, e poi mormorò: «Non è leale. Non è proprio leale.»

Poi si schiarì la gola rumorosamente e decise che non era il caso di portare a casa il lavoro, e al diavolo le relazioni. Sorrise, si alzò e andò a prendere il cappotto che stava nel mobiletto dall’altra parte della stanza. L’abitudine lo fece uscire dalla porta privata che dava direttamente sul corridoio, dove svoltò a destra per dirigersi verso l’ingresso principale. E quando uscì sul piazzale di cemento, notò che Gabby stava ammainando la bandiera dall’asta, si fermò un momento, come se facesse parte della cerimonia, accennò un saluto con le dita al custode e riprese a camminare.

La macchina di Adam Hedley passò a gran velocità.

Norman lo osservò, pregando che l’insegnante di chimica non si fermasse per domandargli se sapeva nulla della giacca a vento trovata il giorno prima sulla sua siepe. La giacca che Don aveva dichiarato di aver perso due giorni prima.

«Non ho chiamato la polizia», gli aveva detto per pietà Hedley quella mattina. «La scuola ha anche troppi problemi in questi giorni con quel maniaco per le strade. Per non parlare dello scandalo che causerebbe durante i festeggiamenti di questa settimana.»

«Ti ringrazio, Adam», aveva risposto lui, troppo sorpreso per la prova che aveva in mano per dire qualcosa di più.

«Ne sono sicuro.» Poi Hedley gli aveva stretto la mano, trattenendola qualche secondo più a lungo del necessario.

«Desidero solo che la tua assicurazione si occupi di questo, Norman. Cerchiamo di non farlo sapere in giro. Sarebbe un disastro, non credi?»

Norman aveva annuito senza parlare. Sapeva esattamente a che cosa si stava riferendo l’insegnante, che cosa avrebbe potuto fare Falcone con un’informazione di quel genere — il preside non riusciva nemmeno a gestire suo figlio, come faceva a gestire una scuola intera di ragazzi come lui?

Lo sapeva. Eppure si rifiutava di credere, nonostante la giacca, che Don avesse potuto fare una stupidaggine del genere.

Ma c’era stata la fiala, la sua giacca, e poi il comportamento recente di Don si stava facendo sempre più strano.

Credo che scambierò qualche parola con lui questa sera, pensò.

O forse no. Forse domani.

Pensò: della corda — dagli un po’ di corda e si appenderà da solo, così non mi accuserà nessuno.

«Cristo», mormorò. «Sei un bastardo, Boyd.»

Ma non cambiò idea.

Quando raggiunse l’angolo di casa sua, si fermò e gettò un’occhiata alle spalle. La strada era vuota, il sole stava calando lanciando gli ultimi raggi di luce rossastra attraverso i rami. Poi osservò la sua casa nascosta tra gli alberi e le ombre e scoprì, con un certo senso di colpa, che non aveva voglia di rincasare. Se non ci fosse stata Joyce ad aspettarlo per chiacchierare, ci sarebbe stato Don, nascosto in camera sua.

Aveva visto il ragazzo solo un paio di volte durante il giorno; una volta nel corridoio prima dell’ora di pranzo, mentre camminava come uno zombie con un’aria sconvolta e poi poco prima dell’ultima campanella, mentre si stava dirigendo verso il suo armadietto. Norman era stato sul punto di chiamarlo nel suo ufficio, ma aveva cambiato idea vedendo Fleet Robinson che si fermava, gli sussurrava qualcosa nell’orecchio e gli dava una pacca sulle spalle. Don si era girato e aveva sorriso, aveva annuito e si era spostato. Ma continuava ad avere un aspetto sconvolto e non era soltanto per quel dannatissimo occhio nero; era per il modo in cui guardava la gente — un modo vacuo, come se lui fosse poco più di una conchiglia con il corpo corroso dalle abitudini. Era stato così per la maggior parte della giornata precedente, secondo quanto aveva detto Joyce. Era ancora offeso per l’insolenza del ragazzo e non si sentiva pronto a rivolgergli la parola. Il ragazzo doveva imparare che l’infrazione alle Regole significava sopportarne le conseguenze.

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