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La carezza della paura [The Pet - it]

Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:

Quale sarà la prossima vittima dello squartatore, il mostro del New Jersey? Il timido Donald Boyd, capace di parlare solo con creature immaginarie di sua invenzione, assalito dal mostro, viene salvato da uno stallone nero che da allora lo difenderà sempre, apparendo dal nulla. Per Donald è la lotta contro una nuova inspiegabile ossessione.
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L’asciugamano scivolò ancora; non se ne preoccupò.

Appoggiò un palmo contro il vetro e rabbrividì per il contatto freddo, premette il viso contro la finestra per cercare di vedere il retro della casa dei Boyd. Era lontana e ostacolata da troppi alberi, però riuscì a vederla, e vide Don, e vide anche suo padre.

Si domandò se avessero lontanamente capito quello che aveva in mente di fare, se Don ci sarebbe rimasto male, sapendo che era coinvolto anche lui. Norman, pensò, non sarebbe stato un problema. Sicuramente no, a giudicare dallo sguardo che le aveva lanciato il giorno prima quando si era salutata con suo figlio, e anche a giudicare dai sorrisi che le lanciava ogni volta che lei riusciva a trovare una scusa per andare a parlargli nel suo ufficio.

Non era uno stupido. Sapeva che si era accorto del suo piano. Aveva capito perché era venuta in quella sporca città a diplomarsi con il più alto punteggio possibile, non importava con quale mezzo; aveva sicuramente capito che un fiore in un giardino incolto è più bello di un fiore in un’aiuola, specialmente quando si tratta di un fiore che fa presa sugli uomini. In un posto come quello, lei faceva la parte dell’orchidea.

Sua madre aveva preferito restare nell’ombra e ne aveva pagato le conseguenze; i suoi amici erano troppo indaffarati a trasformare il lavoro e le dichiarazioni d’amore in considerazioni politiche.

Chris, d’altra parte, sapeva di essere in guerra e solo gli stupidi e le puttane non sanno usare le proprie armi.

Norman aveva capito, glielo aveva letto negli occhi; Don avrebbe capito più tardi, forse, ma non prima che lei fosse pronta.

Un’ombra nel giardino.

Si sporse in avanti, asciugò il vetro e scrutò di nuovo.

Sospirò.

Non era Don, e Norman non era uno stupido.

Era un gatto al quale sorrise mentre si stirava e pensava a come fare la prossima mossa.

Qualcosa si muoveva nella pioggia e il sergente Quintero, chiuso nella macchina di pattuglia, si mise all’erta. Stava aspettando che Verona uscisse dal gabinetto del bar. Si era rifiutato di entrare con lui perché sapeva che avrebbe incontrato qualche donna. Era domenica. Anche di domenica ci sarebbe stata qualche donna sugli sgabelli del bancone, impegnata a bere e a parlare con il proprietario, in attesa che arrivasse qualcuno a riportarla a casa. Era una cosa che lo faceva innervosire e si era rifiutato di entrare quando Tom aveva dichiarato di non poterne più dei continui scossoni dell’auto. Vado a svuotarmi la vescica, aveva detto uscendo dall’auto; Quintero si era limitato a fare un verso e ad abbassare il finestrino per respirare una boccata d’aria fresca.

E aveva sentito il rumore nel vicolo.

Si mise a scrutare, pensando che era uno strano posto per dormirci, osservò la pioggia e decise di lasciar perdere quel vagabondo.

Poi lo sentì di nuovo, che si allontanava lentamente.

Sembrava qualcuno che batteva mollemente per terra con un badile.

Diede un’occhiata alla porta chiusa del bar, poi si strinse nelle spalle e si chiuse bene il bavero attorno al collo. Scese dalla macchina e si toccò con la mano il fianco sinistro per assicurarsi di avere con sé la pistola, poi guardò torvo la pioggia e mosse verso l’imboccatura del vicolo.

Era buio.

Sul retro, lo sapeva per via delle notti insonni passate a rincorrere gli ubriachi, c’era un recinto di legno rotto che conduceva a un giardino. Un bambino avrebbe potuto passare, ma un adulto avrebbe dovuto bestemmiare e scavalcare.

Fu in quel momento che si sentì il rumore del legno che cedeva, come colpi di pistola, e un riflesso lo costrinse a correre tenendo la pistola sempre in mano, mentre gli occhi cercavano di orientarsi nella nebbiolina. Ma nonostante la luce fioca della strada e quelle delle case più a nord, non riuscì a vedere niente, nemmeno quando raggiunse il recinto. Si fermò a osservare di quanto si era allargata la fessura.

Un camion, pensò; qualcuno ci era andato addosso con un camion.

Cercò il colpevole nel vicolo e nella zona intorno e poi decise che doveva essere stato qualche ubriaco ormai scappato verso casa.

Dopo altri cinque minuti ripose l’arma nella fondina e si diresse nuovamente verso la macchina.

E dietro di lui, delicatamente, qualcosa si mosse nella pioggia.

«È come andare allo stesso funerale due volte in un mese», disse Tracey a Jeff, mentre scendevano i gradini dello stadio per andare a mangiare. «Abita in quell’appartamento orribile, al quarto piano di un palazzo in un quartiere che sembra bombardato. Mio padre sta cercando di farla traslocare da quando mio nonno è morto due anni fa, ma lei dice che i suoi amici sono ancora tutti da quelle parti e che non ha intenzione di spostarsi.»

Jeff spinse un dito contro la montatura degli occhiali per sistemarli meglio sul naso e sorrise mentre sedevano e tiravano fuori il cibo dalle borse. Avevano comperato qualche cartone di latte alla caffetteria e delle arance come dessert, e quando si accorsero che Don non c’era, pensarono che potesse essere rimasto fuori. La pioggia domenicale era sparita nonostante le nuvole persistessero, però la temperatura era salita come se stesse splendendo il sole.

Sospirando, Jeff si mise a studiare i sedili, ancora scuri per l’umidità. «Non si vede.»

«Be’, stava studiando matematica.»

«Non ti ha detto niente?»

Lei scosse il capo e una ciocca di capelli si liberò dall’orecchio per andare a coprirle l’occhio. «Comunque aveva un’aria tremenda. Sembrava non aver dormito per tutto il week.»

Mangiarono in silenzio, senza essere abbastanza vicini da toccarsi, ma abbastanza per sentirsi che erano soli in quel posto.

«Tracey?»

Lei lo guardò in modo assente e si domandò come mai non avesse una ragazza. Non era tanto brutto nonostante gli occhiali con le lenti così spesse; aveva per i suoi capelli lunghi e fuori moda una cura quasi femminea e, quando ne aveva voglia, sapeva essere spiritoso in modo piuttosto sarcastico. Forse era perché stava nel terzo gruppo nella squadra di football, il che non lo rendeva certo un incapace, ma neppure gli attirava il tifo osannante dei fan che affollavano le tribune. Una brutta posizione, pensò, e anche un po’ stupida.

«Ehi», le disse lui, tamburellandole la fronte con le nocche. «Ehi, ci sei ancora?»

Si mise a ridere. «Sì.»

«Stai pensando a Don?»

Lei si strinse nelle spalle; non era una bugia, ma nemmeno la verità.

«Andrai al concerto mercoledì, se non piove?»

«Credo di sì.»

«Ti ha già chiesto di andarci con lui?»

Era la stessa cosa che le aveva chiesto sua madre quella mattina, e ieri sera, e ieri pomeriggio. Ma non aveva permesso a Tracey di chiamarlo. Non si faceva così, aveva detto con decisione; bisogna sempre che sia il ragazzo a chiamare per primo. Solo che Maria Quintero non conosceva Donald Boyd. Tracey sapeva che quella sera si era divertito almeno quanto lei e sapeva anche che forse avrebbe dovuto dirgli qualcosa quando l’aveva riaccompagnata a casa. Ma c’era stato quel bacio e lei era corsa via.

E non appena si era resa conto di quell’errore, in camera sua, avrebbe voluto precipitarsi fuori, impedirgli di andarsene, ma suo padre era rientrato dalla porta della cucina. Non indossava l’uniforme, il che indicava chiaramente che da quel momento avrebbe fatto i turni doppi con il detective Verona, sperando di evitare che lo Squartatore colpisse di nuovo in città.

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