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La carezza della paura [The Pet - it]

Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:

Quale sarà la prossima vittima dello squartatore, il mostro del New Jersey? Il timido Donald Boyd, capace di parlare solo con creature immaginarie di sua invenzione, assalito dal mostro, viene salvato da uno stallone nero che da allora lo difenderà sempre, apparendo dal nulla. Per Donald è la lotta contro una nuova inspiegabile ossessione.
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Non le avrebbe permesso di uscire.

Lei avrebbe fatto qualche protesta e sarebbe stata rispedita immediatamente in camera sua; era tardi, il ragazzo se n’era già andato e il giorno dopo si sarebbero recati a casa di nonna Quintero.

Che cosa poteva fare? L’ultima volta che lo aveva affrontato apertamente, suo padre aveva preso la cinghia e l’aveva rinchiusa al piano di sopra per un intero week end. Sua madre, grazie a Dio, le aveva portato da mangiare di nascosto, l’aveva consolata, ma non era riuscita a fare niente per ottenere la sua libertà.

«Non mi ha detto nemmeno ciao, per tutta la giornata», disse tristemente a Jeff. «Non so se sia impazzito o che altro.»

Jeff sorrise. «Penso che abbia paura.»

«Paura? Di che cosa?»

Lui le puntò un dito contro.

«Sei pazzo.»

Jeff rifletté qualche minuto prima di confidarle che Don aveva domandato praticamente a tutta la scuola se lei avesse una relazione con Brian Pratt. Quando lei rispose con fermezza che non c’era relazione alcuna, che non ce n’era mai stata una e che, finché avesse avuto fiato per respirare, non ce ne sarebbero state, Jeff le garantì che era proprio quello che gli avevano detto tutti.

«Aveva preso il volo, avresti dovuto vederlo.» Sorrise e si scolò l’ultimo latte rimasto. «Quando gli hanno dato il castigo, sembrava essere sulla luna.» Scosse la testa in segno di amicizia. «Non l’ho mai visto ridotto in quello stato. Mai.»

«Davvero?» gli domandò lei, fingendo indifferenza. Ma Jeff la conosceva troppo bene. «Allora non capisco.»

«Che cosa c’è da capire? Te l’ho detto. Ha una paura da morire.»

«Oh, splendido!»

«Ehi, non prendertela, Trace. Se gli fai un cenno o qualcosa del genere, finirà per accompagnarti a casa tenendo i tuoi libri con una mano e la tua nell’altra.»

Lei scoppiò in una risata mentre sentiva che il rossore le copriva le guance. Deglutì, scosse i capelli e saltò in piedi al suono della campana. Due minuti più tardi era nell’ingresso, diretta al laboratorio di Hedley, e fu in quel momento che vide Don appoggiato al muro dell’aula di storia. Rallentò, sperando che si voltasse e la vedesse, rallentò ancora e, infine, decise di passargli vicino e di prenderlo sotto braccio. Colto di sorpresa, lui arretrò di un passo, spalancando gli occhi in un’espressione di panico, finché non la riconobbe.

«Ciao», lo salutò lei allegramente.

«Ciao», rispose Don evitando il suo sguardo.

«Sei in ritardo per la lezione.»

«Già. Anche tu.»

«Ritorni a casa subito dopo la scuola?»

Lui alzò una mano. «Io … credo che andrò a correre un po’.»

La voce di un uomo la chiamò per nome e Don si voltò, dirigendosi verso le scale.

«Ci vediamo», gli sussurrò lei sottovoce, e si sarebbe presa a schiaffi quando notò i visi dei suoi compagni mentre si precipitava al posto. Loro sapevano. Doveva averlo scritto in faccia. Mormoravano, qualcuno ridacchiava e sentì ancora il rossore salire alle guance; imprecò tra sé e sé per tre minuti e infine sentì la tensione allentarsi e le guance di nuovo fresche.

L’ora fu interminabile, e l’ultima lezione le diede la sensazione che fosse venerdì e non lunedì. Si trovava quasi all’uscita con i libri appoggiati al maglione quando si fermò, si voltò e si scontrò con Chris Snowden.

Chris le sorrise appoggiandole una mano sulla spalla. «Calmati», le disse tranquillamente, abbassando la testa in segno di intimità. «L’ho visto che si dirigeva verso l’aula di ginnastica.»

Tracey riuscì soltanto a balbettare un ringraziamento e a correre via, mentre lacrime di imbarazzo le riempivano gli occhi. Dio mio, era davvero chiaro. E se Chris, alla quale non poteva importare poi molto di lei, se Chris era riuscita a capire, allora lo sapeva tutta la scuola. E se lo sapeva tutta la scuola, anche sua sorella minore era venuta a saperlo. Oh, Dio. La cena di quella sera si prospettava un inferno.

Al pianterreno fu tentata di dimenticare tutto e di tornarsene a casa. Era ridicolo. Non era mai corsa dietro a nessun ragazzo in vita sua; era umiliante, e poi aveva anche notato lo sguardo vacuo di Don quando l’aveva preso sotto braccio fuori dall’aula: non aveva avuto nessuna espressione di piacere, né di timore, e non aveva fatto nemmeno un sorriso di circostanza. Niente di niente. Avrebbe anche potuto essere una pianta, o un mattone.

Si incamminò per il corridoio. Era deserto, le luci stavano già affievolendosi ed era anche più scuro per la mancanza di finestre, per le pareti grigiastre e per l’assenza di porte. Le uscite per la palestra e per lo stadio si trovavano dall’altra parte. Aveva detto che sarebbe andato a correre, la soffiata di Chris glielo aveva confermato, per cui si incamminò lentamente verso le porte che sembravano a chilometri di distanza. Da qualche parte si sentiva ridere un gruppo di ragazzi, con tutta probabilità la squadra di football che si stava preparando per l’allenamento. Si levò una voce più acuta, che divenne rauca per poi trasformarsi in una risata; era la squadra di basket femminile che si stava avviando verso la palestra più piccola, di fronte a quella principale.

I suoi passi rumoreggiavano sul pavimento come se avesse avuto i tacchi di ferro.

Si affrettò, sentendosi nervosa, le spalle leggermente rigide, il mento sul petto.

Rallentò, per riflettere se stava facendo la cosa giusta, e si accorse che qualcosa la seguiva.

Passi irregolari, che suonavano vuoti, forti.

Gettò un’occhiata alle spalle, ma non vide nulla e riprese a camminare. Un ragazzo, forse uno dei bidelli, Gabby D’Amato che trascinava una delle sue scope.

L’idea che uno dei custodi dai capelli brizzolati potesse seguirla le fece venire i brividi e aumentò il passo. Non le piaceva quel vecchio; non piaceva a nessuna ragazza. Sospettavano tutte che trascorresse la maggior parte del tempo negli spogliatoi delle donne e sapevano con sicurezza che passava ore di fronte all’ingresso della palestra femminile, per osservarle in pantaloncini corti e maglietta.

Dietro di lei. I passi.

Si ritrovava a pochi metri dall’uscita, e sul pavimento non risuonava nient’altro che il suo passo, si sentiva solo il suo fiato, e il rumore che la seguiva, vuoto e forte, sempre più vicino.

Non guardare, disse tra sé e sé; raggiungi la porta ed esci, va’ a bloccare Don e cerca di strappargli un invito, a costo di strappargli la gola.

Nel frattempo, il rumore forte si faceva più veloce sul legno — più vicino.

Non guardare, idiota; e girò l’angolo.

Il corridoio era vuoto.

Ma si sentivano ancora i passi.

E riuscì a vedere un’ombra enorme che attraversava la parete sul fondo.

Non era un uomo; era sicura che non si trattasse di un uomo, perché se così fosse stato, si trattava di qualcuno che stava arrancando, appoggiandosi in modo instabile contro le mattonelle del muro, contro gli armadietti. Ma non si sentì nessun rumore che assomigliasse a quello che fa una spalla contro il metallo, nessun rumore di fiato pesante, nessun rumore in assoluto a parte quei tonfi sul legno che indicavano chiaramente che si stava muovendo qualcosa.

Qualcosa di più grande di un ragazzo, di un uomo.

Sbatté gli occhi, stringendo al petto i libri, con la bocca e la gola secche, mentre le labbra avevano voglia di far uscire un urlo.

Poi la cosa svoltò l’angolo e lei urlò, superò la porta e uscì precipitandosi giù per la gradinata. Era quasi arrivata sul campo, quando si rese conto che lo stadio era vuoto. Don non c’era. Non c’era nessuno. Era sola.

La scuola la sovrastava e si precipitò verso la pista.

Che cos’era stato?

Non lo sapeva. E non aveva intenzione di fare la stupida andandosene in giro per cercare di soddisfare la sua curiosità. Poteva essere stato un gioco di luci, e potevano essere stati i suoi nervi tesi per dover affrontare Don, ma qualsiasi cosa avesse svoltato quell’angolo non era umana; non poteva essere, a meno che, pensò fermandosi di colpo, non si fosse trattato dello Squartatore che stava cercando qualcuno da ammazzare.

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