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Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]

Электронная книга - «Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]». Краткое содержание книги:

Jason Taverner, popolarissimo conduttore di uno show televisivo, si trova all’improvviso senza identità. Nessuno si ricorda più di lui e il suo nome sembra scomparso dagli archivi informatici. L’uomo comincia così un viaggio alla ricerca di qualche traccia della propria esistenza nei bassifondi di una città ipertecnologica e crudele.
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— Sì, sono stata fortunata a tornare in me. Un caso, un incidente. Avevo già fumato erba un’infinità di volte e non era mai successo. Per questo, dopo quel giorno, fumo solo tabacco. Comunque, non è stato come svenire. Non ho avuto la sensazione di cadere perché non avevo nulla con cui cadere, non avevo un corpo… e non c’era un giù verso il quale cadere. Tutto, compresa me stessa, era semplicemente… — Ruth gesticolò. — Andato. Come l’ultimo goccio che esce da una bottiglia. Poi, dopo un po’, hanno ricominciato a proiettare il film. La pellicola che chiamiamo realtà. — Fece una pausa, aspirò dalla sigaretta. — Non l’avevo mai raccontato a nessuno.

— Ti sei spaventata?

Lei annuì. — La coscienza della mancanza di coscienza, se mi segui. Quando moriremo non ce ne accorgeremo, perché morire è perdere tutto quanto. Così io non ho più paura di morire, per niente, dopo quel brutto viaggio con l’erba. Ma soffrire è morire ed essere vivi allo stesso tempo. L’esperienza più assoluta, più totale che si possa provare. La forza. A volte giurerei che non siamo stati creati per superare un ostacolo simile. È troppo. Il corpo arriva quasi a distruggersi, con tutti quei sussulti, quelle contorsioni. Ma io voglio provare dolore. Versare lacrime.

— Perché? — Jason non riusciva a capirlo; per lui era una cosa da evitare. Appena cominciava a provarla, se la dava a gambe.

Ruth disse: — La sofferenza ti unisce di nuovo a ciò che hai perso. è una fusione. Te ne vai anche tu con la cosa o la persona amata che scompare. In un certo senso, ti dividi da te stesso e l’accompagni, fai con lei una parte del viaggio. La segui sin dove ti è concesso spingerti. Ricordo che una volta avevo un cane che amavo. Avevo diciassette o diciott’anni. Ero quasi maggiorenne, per quel che rammento. Il cane si ammalò e lo portammo dal veterinario. Dissero che aveva ingerito del veleno per topi e che ormai i suoi visceri erano solo un sacco di sangue e che le ventiquattro ore successive avrebbero stabilito se sarebbe sopravvissuto o no. Io tornai a casa e aspettai, poi verso le undici di sera crollai. Il veterinario doveva telefonarmi al mattino, appena rientrato in clinica, per dirmi se Hank aveva superato la notte. Io mi alzai alle otto e mezzo e cercai di rimettere ordine nella mia testa, in attesa della telefonata. Andai in bagno, volevo lavarmi i denti, e vidi Hank nell’angolo in fondo a sinistra. Con molta dignità e contegno, stava salendo lentamente una scala invisibile. Lo guardai salire in diagonale e poi, nell’angolo in alto a destra del bagno, scomparve, proseguendo su per la scala. Non si girò una sola volta. Capii che era morto. Poi il telefono squillò e il veterinario mi disse che Hank non ce l’aveva fatta. Ma io l’avevo visto salire. E, ovviamente, provai un dolore orribile, devastante, e patendo quella sofferenza mi persi e salii con lui quelle dannate scale.

Tutti e due rimasero in silenzio per un po’.

— Ma alla fine — proseguì Ruth, schiarendosi la gola — la sofferenza se ne va e tu torni in sintonia col mondo. Senza l’altro.

— E tu riesci ad accettarlo.

— Che scelta abbiamo? Piangi, continui a piangere, perché non torni mai del tutto indietro dal posto in cui sei andato con l’altro. Un frammento che si è staccato dal tuo cuore pulsante è ancora là. C’è una lesione. Una ferita che non guarisce mai. E se ti succede una volta e un’altra e un’altra ancora nella vita, col tempo se ne va una parte troppo grande del tuo cuore e non riesci più a soffrire. E allora tu stesso sei pronto a morire. Salirai la scala in diagonale e qualcun altro resterà indietro a soffrire per te.

— Non ci sono tagli nel mio cuore — disse Jason.

— Se te ne vai adesso — rispose Ruth, rauca, ma con una compostezza insolita in lei —, è così che mi sentirò io.

— Resterò fino a domani — rispose lui. Occorreva come minimo quell’intervallo di tempo perché il laboratorio della polizia scoprisse che i suoi documenti erano falsi.

“Kathy mi ha salvato?” si chiese. “O mi ha rovinato?” Proprio non lo sapeva. “Kathy, che mi ha usato, che a diciannove anni ne sa più di te e di me messi assieme. Più di quanto scopriremo nell’intero corso della nostra vita.”

Come un abile moderatore di una tavola rotonda, lo aveva demolito. E perché? Per ricostruirlo, più forte di prima? Ne dubitava. Ma restava una possibilità. Non doveva dimenticarla. Provava nei confronti di Kathy una certa fiducia, strana e cinica, a un tempo assoluta e poco convinta; metà del suo cervello la riteneva affidabile al di là dei propri poteri di comprensione, e l’altra metà la vedeva come una persona svilita, in vendita, pronta a darsi a chiunque. Non poteva fare convergere quelle percezioni. Le due immagini di Kathy restavano sovrapposte nella sua testa.

“Magari potrei districare le mie due opinioni parallele di Kathy prima di andarmene da qui” pensò. Prima del mattino. Ma forse poteva fermarsi anche un altro giorno, anche se avrebbe significato tirare troppo la corda. “Fino a che punto è in gamba la polizia?” si chiese. “Sono riusciti a sbagliarsi sul mio cognome; hanno ripescato il dossier errato. È possibile che riescano a mandare tutto a puttane sul serio? Forse. E forse no.”

Aveva idee assolutamente opposte tra loro anche sulla polizia. E non era in grado di risolvere nemmeno quel dilemma. E così, come un coniglio, come il coniglio di Emily Fusselman, si fermò dove si trovava. Sperando che tutti conoscessero le regole: non si distrugge una creatura che non sa cosa fare.

12

I quattro pol in uniforme grigia si erano radunati in corridoio sotto la luce dell’applique in ferro battuto a forma di candela. Il cono di quella fiamma falsa e perennemente luminosa tremolava nel buio della notte.

— Ne restano solo due — disse il sergente, quasi senza farsi udire. Lasciò che parlassero per lui le dita che stava facendo scorrere sull’elenco degli inquilini. — Una certa signora Ruth Gomen al 211 e un certo Allen Mufi al 212. Quale per primo?

— Mufi — rispose uno degli agenti in uniforme. Nella penombra si batté sul palmo della mano il manganello in plastica e piombo, ansioso di farla finita adesso che si cominciava a intravedere la meta.

— Allora il 212 — disse il sergente, e fece per suonare il campanello. Poi gli venne in mente di provare prima la maniglia.

Aperta. Una possibilità su moltissime contrarie, una coincidenza remota, ma improvvisamente favorevole. La porta non era chiusa a chiave. Fece cenno di fare silenzio, si concesse un sorrisetto, poi spalancò la porta.

Apparve un soggiorno buio, con calici per il vino vuoti e semivuoti sparsi in giro, alcuni anche sul pavimento. E una grande quantità di posacenere stracolmi di pacchetti di sigarette accartocciati e mozziconi spenti.

Un sigaretta-party, decise il sergente. Arrivato al capolinea. Adesso, tutti sarebbero tornati a casa. A eccezione forse del signor Mufi.

Entrò, puntò qua e là il fascio di luce della torcia elettrica. Infine lo diresse sulla porta che immetteva nelle altre stanze di quell’appartamento costosissimo. Nessun suono. Nessun movimento. Tranne il chiacchiericcio lontano, distante, smorzato, di un talk-show radiofonico a volume molto basso.

Camminò sul tappeto da parete a parete che raffigurava, in color oro, l’ascesa di Richard Nixon in paradiso, tra gioiosi canti in cielo e gemiti di dolore in terra. Arrivato alla porta di fronte, posò i piedi su Dio, che sorrideva radioso nel riaccogliere nel proprio seno il suo secondo figlio unigenito. Il sergente spalancò la porta della camera da letto.

Sul grande, morbidissimo letto matrimoniale dormiva un uomo, con spalle e braccia nude. I suoi vestiti erano ammucchiati su una sedia lì vicino. Il signor Allen Mufi, ovviamente. Sano e salvo nel suo letto. Però non era solo, in quel suo talamo così lussuoso. C’era un’altra forma indistinta, raggomitolata tra le lenzuola e le coperte dai toni pastello. La signora Mufi, pensò il sergente, e le puntò addosso la luce della torcia, con curiosità tutta maschile.

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