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La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]

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La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]
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«Ma chi credi dunque di essere, figlio del deserto?» gridò Rold. «Non hai mai sentito parlare dei Dhuviani, che sono alleati di Sark, e delle loro terribili armi? Quanti Khond pensi che siano morti in questi ultimi, lunghi anni, cercando di combattere quelle armi?»

«Ma supponete di poter avere anche voi delle armi!» esclamò Carse. «Armi più potenti di quelle dei Dhuviani.»

Qualcosa, nella sua voce, penetrò perfino il muro di collera che circondava la mente di Rold. Il Re del Mare tacque per un istante, interdetto, e fissò Carse con aria minacciosa.

«Se le tue parole hanno un significato, e non sono soltanto un vaneggiamento dovuto ai fumi del vino, parla apertamente!»

«Sark non potrebbe resistervi,» disse allora Carse, «Se possedeste le armi di Rhiannon!»

Barbadiferro sbuffò, e disse, con aria di scherno:

«Oh, sì, le armi del Maledetto! Trova la sua Tomba, straniero, e gli strumenti di potenza che essa contiene, e ti seguiremo subito a Sark, come un solo uomo!»

«E allora dovrete mantenere questa vostra promessa!» gridò Carse alla folla, levando alta la spada. «Guardate! Guardate bene… c’è qualcuno, tra voi, che sappia riconoscere questa spada?»

Thorn di Tarak tese il braccio buono, e avvicinò a sé la spada, in modo da poterla esaminare meglio. E allora, dopo pochi istanti, la mano che teneva la spada cominciò a tremare. Sollevò lo sguardo, fissando gli altri in maniera strana, e disse, con una voce sommessa, tremante, nella quale vibrava un oscuro timore:

«È la spada di Rhiannon.»

Ci fu un momento di silenzio, un momento che pareva vibrare del respiro che tutti, nel grande salone, trattenevano, fissando il barbaro dalla lunga spada. E poi Carse parlò di nuovo, nel silenzio:

«Ecco la prova!» disse. «Io conosco il segreto della Tomba.»

Silenzio. Poi, un’esclamazione gutturale sfuggì a Barbadiferro, e subito dopo, un crescente, selvaggio tumulto, che divampò e si propagò come un incendio.

«Il barbaro conosce il segreto! Per gli dei, lo conosce davvero!»

«Sareste pronti ad affrontare le armi Dhuviane, se possedeste i ben più grandi poteri di Rhiannon?» domandò Carse.

Il clamore che seguì quelle parole fu tale, che ci volle del tempo, prima che Rold riuscisse a farsi ascoltare. Il volto dell’alto sovrano Khond era ancora dubbioso.

«Anche se possedessimo gli strumenti di potenza di Rhiannon, saremmo in grado di servircene? Non siamo neppure in grado di comprendere le armi Dhuviane catturate sulla galera.»

«Datemi il tempo di studiarle, e di provarle, e io risolverò il mistero del funzionamento degli strumenti della potenza di Rhiannon,» replicò Carse, con un tono nel quale vibrava una profonda, incrollabile fiducia.

E lui era sicuro di poterlo fare. Certo, ci sarebbe voluto del tempo, ma era certo che le sue conoscenze scientifiche gli avrebbero permesso di scoprire il funzionamento di almeno qualcuna di quelle armi create da una scienza aliena. Se su quel Marte del remoto passato esisteva qualcuno in grado di giungere alla chiave del segreto, quello era lui, Matthew Carse, che possedeva le conoscenze della progredita scienza terrestre del suo tempo. Non doveva, in fondo, scoprire con certezza la teoria in base alla quale quelle armi funzionavano: gli bastava di scoprirne l’uso.

Sollevò la grande spada sopra il suo capo, e la roteò nell’aria, scintillante nella luce rossastra delle torce fumose, e la sua voce fu un grido vibrante, poderoso:

«E se io vi armerò in questo modo, onorerete la vostra parola? Mi seguirete a Sark?»

Tutti i dubbi furono spazzati via da quella sfida, da quell’occasione mandata dagli dei per colpire finalmente Sark, dopo lunghi anni di sconfitte e di terrore, per affrontare il vecchio nemico almeno su di un piano di uguaglianza.

La risposta dei Re del Mare fu un solo grido, un tuono che parve scuotere le antiche pareti di pietra:

«Ti seguiremo!»

Fu in quel momento che Carse vide Emer. La fanciulla era salita sul palco dei Re del Mare, giungendo attraverso qualche passaggio segreto, e adesso era in piedi tra due gigantesche sculture, ancora incrostate del ricordo del mare, e i suoi occhi erano fissi su Carse, grandi e colmi di orrore.

Qualcosa, in lei, indusse tutti a voltarsi, perfino in quel momento, e a guardarla; come un richiamo irresistibile di pensiero, come il propagarsi di una sensazione che faceva voltare ogni uomo nella direzione in cui lei si trovava. E allora lei si fece avanti, nello spazio aperto davanti al tavolo. Indossava soltanto una bianca veste sciolta, e i suoi capelli le scendevano liberi sulle spalle. Era come se si fosse appena destata dal sonno, e camminasse ancora al centro di un sogno.

Ma era un sogno orribile. Un incubo, il cui peso gravava su di lei, la schiacciava, appesantendole il passo, tendendole affannoso il respiro, facendola avanzare lentamente, come se ogni passo le costasse un terribile sforzo; e perfino quei rozzi guerrieri avvertirono un soffio di quell’orrore senza nome sui loro cuori.

Emer parlò, e le sue parole furono chiare e misurate.

«Avevo già visto prima tutto questo, quando lo straniero venne davanti a me, ma allora le forze mi mancarono, e non potei parlare. Ma ora ve lo dirò. Voi dovete uccidere quest’uomo. Dovete distruggerlo, perché egli è pericolo, egli è tenebra, egli è morte, morte per noi tutti!»

Ywain s’irrigidì, socchiudendo gli occhi. Carse avvertì lo sguardo della principessa su di lui, penetrante e intenso. Ma la sua attenzione era completamente assorbita da Emer. Come sul molo, si sentiva pervaso da uno strano, oscuro terrore, che non aveva nulla in comune con la normale paura, un terrore inspiegabile dei poteri extrasensoriali di quella fanciulla.

Rold cominciò a parlare, e quel suono diede a Carse la scossa necessaria per riprendersi. Stupido, pensò, così stupido da farsi impressionare dalle parole di una donna, dalla fantasia di una donna…

«…il segreto della Tomba!» stava dicendo Rold. «Non hai udito? Egli ci può dare la potenza di Rhiannon!»

«Sì,» disse Emer, con infinita tristezza. «Ho udito, e gli credo. Lui conosce bene il nascondiglio segreto della Tomba, e conosce bene le armi che vi sono custodite.»

Si avvicinò ancora, guardando negli occhi Carse, che era in piedi, illuminato dal balenare rossigno delle torce, con la grande spada in pugno. E allora gli parlò direttamente.

«Perché non dovresti saperlo, tu che così a lungo hai meditato nelle tenebre? Perché non dovresti saperlo, tu che hai creato quegli strumenti del male con le tue stesse mani?»

Erano il caldo e il vino che facevano girare le pareti di roccia, e che davano al suo stomaco quel senso di malessere, quella oscura morsa di gelo? Cercò di parlare, e dalle sue labbra uscì soltanto un suono rauco, inarticolato. E la voce di Emer proseguì, implacabile, terribile.

«Perché non dovresti saperlo… tu che sei il Maledetto, Rhiannon!»

L’eco delle pareti di roccia ripeté la parola come una maledizione sussurrata, fino a quando l’intero salone non si riempì di quel fantomatico nome, Rhiannon! A Carse parve che perfino gli scudi appesi alle pareti vibrassero, per il suono di quel nome, e che le bandiere e i festoni tremassero nell’udirle. E la fanciulla rimaneva immobile, sfidandolo silenziosamente a parlare, e la lingua di Carse era immobile e arida, nella sua bocca.

Tutti lo fissavano attoniti… Ywain e i Re del Mare e i convitati, muti tra il vino versato e il banchetto dimenticato.

Gli parve quasi d’essere Lucifero caduto, incoronato di tutta la malvagità e la crudeltà del mondo.

E poi Ywain rise, un suono che conteneva una strana nota di trionfo.

«Dunque è questo il perché! Ora capisco… capisco perché tu chiamasti il Maledetto nella cabina, quando ti ergesti di fronte al potere di Caer Dhu, il potere al quale nessun uomo può resistere, e uccidesti S’San!» La sua voce si levò più alta, e beffarda. «Salve, Signore Rhiannon!»

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