La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]
- Автор: Брэкетт Ли Дуглас
- Год: 1956
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Beata Della Frattina
- Жанр: Героическая фантастика
Электронная книга - «La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]». Краткое содержание книги:
Poi venne la luce, un chiarore soffuso, dolce. Quando egli aprì gli occhi, vide in alto, su di lui, una stretta valle di stelle, vivide e scintillanti, una valle scavata nella roccia, che, più in basso, formava tin arco naturale dalle incrostazioni cristalline che diffondevano intorno una luminescenza tenue, pallida e costante.
Lui si trovava in una caverna marina, una grotta che conteneva uno stagno di fuoco latteo. Quando gli si schiarì la vista, notò che c’era una parete di roccia, dal lato opposto dello stagno, e su quella parete c’erano degli scalini, che sparivano in alto, e giungevano là dove, sulla roccia, c’era una specie di terrazza naturale, uno stretto costone che dominava lo stagno. E su quella terrazza di roccia c’erano tutti i Re del Mare, con Ywain e Boghaz incatenati, e i capi dei Nuotatori e dei Celesti. Gli sguardi di tutti erano fissi su di lui, e nessuno parlava.
Carse scoprì di essere legato a una sottile guglia rocciosa, in piedi, completamente solo.
Emer era diritta davanti a lui, immersa fino alla vita nell’acqua lattea e luminosa dello stagno. Tra i suoi seni la perla nera mandava riverberi foschi, e l’acqua fosforescente scendeva dai suoi capelli, come un ruscello di diamanti. La fanciulla teneva tra le mani una grande gemma grezza, di un colore grigio opaco, e nebulosa, come un’immagine vista attraverso un velo d’acqua o di sogno.
Quando la fanciulla vide che gli occhi del terrestre erano aperti, disse, con voce limpida:
«Venite, o miei maestri! È il momento.»
Un sospiro di rammarico parve mormorare per tutta la grotta. La superficie dello stagno s’increspò, con un tremolio di fosforescenza, e le acque si aprirono quiete, lasciando uscire tre figure che nuotarono lentamente, venendo accanto a Emer. Erano le teste di tre Nuotatori, canute per gli anni.
I loro occhi erano le cose più spaventose che Carse avesse mai visto. Perché erano occhi giovani, splendenti di una strana gioventù aliena che non apparteneva al corpo, e in essi c’erano una saggezza e una forza che lo sgomentarono.
Ancora in parte stordito dal colpo vibratogli da Barbadiferro, cominciò a divincolarsi, a tendere le corde che lo tenevano prigioniero, e sopra di lui udì un fruscio, che pareva il battito d’ali di grandi uccelli risvegliati da un lungo, profondo sonno.
Sollevando lo sguardo, allora, egli vide sugli speroni di roccia immersi nella penombra, in alto, tre figure torve, le vecchie, vecchissime aquile dei Celesti, con le ali stanche, e anche nei loro occhi ardeva la luce della saggezza che nulla aveva a che spartire con la carne.
Allora ritrovò le forze, e la parola. Gridò tutta la sua collera, e si divincolò furiosamente, nel futile tentativo di spezzare le corde che lo avvincevano, e sotto la volta echeggiante della grotta la sua voce aveva un suono strano, vuoto e tenebroso, e nessuno rispose, e le funi erano strette, e non c’era possibilità alcuna di liberarsi.
Infine, capì che tutti i suoi sforzi erano inutili. Allora si arrese, stanco e ansante, appoggiando la schiena alla guglia di roccia.
Dall’alto giunse un mormorio rauco, un bisbiglio lieve e sicuro.
«Sorellina… solleva la pietra del pensiero.»
Emer levò alta la gemma nebulosa che reggeva tra le mani.
Fu uno spettacolo strano, spettrale e fantasmagorico. Dapprima, Carse non riuscì a capire. Poi vide che, mentre gli occhi di Emer e dei Sapienti si offuscavano, il grigiore nebbioso della gemma pareva schiarirsi, e illuminarsi di luce propria.
Pareva che tutta la potenza delle loro menti unite si riversasse nel punto focale del cristallo, fondendosi, attraverso di esso, in un solo, intenso raggio. E in quel momento, avvertì la pressione di quelle menti unite nello sforzo sulla sua mente!
Confusamente, Carse intuì quello che essi stavano facendo. I pensieri della mente cosciente erano una minuscola pulsazione elettrica attraverso i neuroni. Quella pulsazione elettrica poteva essere attutita, e neutralizzata, da un impulso contrario e più potente, come quello che Emer e i Sapienti stavano concentrando su di lui, servendosi di quel cristallo elettrosensitivo come di una lente, che raccoglieva e faceva convergere su di lui l’intensità della loro forza mentale.
Quei primitivi non potevano certo conoscere il principio scientifico sul quale si basava il loro attacco sulla sua mente! Nessuno, sul pianeta Marte di quel tempo, conosceva abbastanza la scienza per poterne sfruttare anche i concetti più elementari. Ma quegli Halfling, certamente quelli dotati dei poteri extrasensoriali più forti, dovevano avere scoperto, già nel più remoto passato, attraverso qualche fortuita combinazione di eventi, che quei particolari cristalli avevano il potere di concentrare i separati impulsi delle loro menti, e avevano usato qtiella scoperta, come accadeva presso tutti i popoli primitivi, senza conoscere neppure l’ombra dei principi scientifici sui quali essa era in realtà basata.
«Ma io posso tenerli a bada,» mormorò tra sé Carse, ansioso. «Posso tenerli a bada tutti! Non riusciranno a entrare nella mia mente!»
Lo infuriava, quel battere calmo, impersonale, alle porte della sua mente, nel tentativo di abbattere le sue difese, di scoprire i suoi pensieri, nudi, per i loro occhi. Combatté quella forza con tutta la sua volontà, con tutta l’energia che era rimasta nel suo corpo e nella sua mente, combatté duramente, ma non fu sufficiente.
E poi, come già era accaduto quando egli aveva affrontato le stelle melodiose, suadenti, del Dhuviano, gli venne in aiuto una forza ignota, che era in lui eppure non pareva appartenergli, una forza scaturita da qualche profondità, da qualche recesso della mente del terrestre, che egli neppure sospettava di possedere.
Quella forza costruì una barriera, per proteggerlo dalla potenza dei Sapienti, e la tenne salda, eretta, fino a quando Carse non cominciò a gemere e a gridare, in preda a una terribile sofferenza, un dolore sordo che apparteneva, insieme, alla mente e al corpo. Lo sforzo tremendo gli tese il corpo in ogni fibra, e grandi gocce di sudore cominciarono a formarsi sulla sua fronte, e discesero lente sul viso, mentre tutto il suo corpo si torceva, attraversato da spasimi terribili, ed egli capì, confusamente, orribilmente, che non avrebbe potuto resistere ancora per molto, che tra breve le sue forze si sarebbero prosciugate, e che lui sarebbe morto, sarebbe morto tra le sofferenze più atroci del corpo e dello spirito.
La sua mente era come una stanza chiusa, le cui porte venivano spalancate d’un tratto dalla furia di venti che spiravano da molte direzioni diverse, ed entravano in turbinoso conflitto, sconvolgendo i ricordi accumulati ordinatamente, scuotendo i sogni ormai polverosi e stanchi, e rivelando ogni cosa, ogni cosa, perfino negli angoli più segreti e più oscuri.
Tutti, all’infuori di uno. Un luogo ove l’ombra era solida e impenetrabile, e non sarebbe stata dispersa.
La gemma ardeva tra le mani di Emer. E c’era un grande silenzio, un’immobilità tesa e quieta a un tempo, paurosamente simile al silenzio che regna negli spazi infiniti, tra le isole stellari dell’Universo.
E attraverso quelle immense, silenziose, cristalline distanze cosmiche, la voce di Emer lo chiamò, lo raggiunse, alta e limpida e sicura.
«Rhiannon, parla!».
L’ombra oscura che Carse sentiva annidata nella sua mente parve scossa da un breve fremito, si mosse per un istante, ma non diede altri segni di vita. Carse sentì che essa aspettava, e osservava.
Il silenzio pulsava, nella grotta. E dall’altra parte dello stagno, sulla terrazza rocciosa che pareva sospesa sul bianco fuoco delle acque, gli spettatori si mossero, turbati e ansiosi.
Nel silenzio, si udì il suono querulo, supplichevole, della voce di Boghaz.
«È una follia! Com’è possibile che voi crediate questo barbaro il Maledetto, il Maledetto che visse più di un’era fa?»
Ma Emer non prestò alcuna attenzione alle parole del Valkisiano, e la gemma, tra le sue dita, ardeva come una fiamma viva, sempre più in alto, sempre più in alto.