La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]
- Автор: Брэкетт Ли Дуглас
- Год: 1956
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Beata Della Frattina
- Жанр: Героическая фантастика
Электронная книга - «La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]». Краткое содержание книги:
Sulla soglia del palazzo, Barbadiferro diede un amichevole colpo sulla spalla del terrestre, un semplice buffetto che fece barcollare Carse.
«Ci saranno molti e gravi discorsi questa notte, mentre il Consiglio sarà riunito a banchetto. Ma prima, avremo tutto il tempo per ubriacarci come conviene. Che ne dici?»
E Carse rispose:
«Andiamo!»
Capitolo XI
IL NOME DI RHIANNON
Quella notte le torce illuminarono con il loro bagliore fumoso la grande sala del banchetto. Fra le colonne, sui focolari rotondi, dei fuochi ardevano rosseggianti, e le fiamme si levavano calde e splendide. Le splendide colonne erano coperte di scudi, e di insegne di molte navi. L’immenso salone era stato ricavato dalla roccia viva, con gallerie che davano sul mare.
Nella sala, erano state disposte delle lunghe tavole. E ora, tra queste tavole, un nugolo incessante di servitori si muoveva rapidamente, portando grandi otri di vino e sontuosi arrosti fumanti, appena tolti dal fuoco. Carse aveva nobilmente seguito l’esempio di Barbadiferro per tutto il pomeriggio, e alla sua vista un po’ vacillante pareva che tutta Khondor fosse radunata in quella sala, a fare festa, alla musica selvaggia delle arpe e al canto dei bardi, le cui voci narravano amori ed eroiche gesta e battaglie.
Lui sedeva, tra i Re del Mare e i capi dei Nuotatori e dei Celesti, su un palco che si levava all’estremità nord del salone. Anche Ywain era presente. L’avevano costretta a rimanere in piedi, e lei era rimasta immobile e altera per ore e ore, senza dare alcun segno di debolezza, tenendo ostinatamente la testa alta, come per sfidare tutti coloro che la circondavano. Carse non poteva fare a meno di ammirarla. Gli piaceva, in lei, il fatto ch’ella fosse sempre l’orgogliosa, fiera Ywain di Sark.
Intorno alla parete curva erano state poste le figure di prua delle navi catturate in guerra, e così Carse si sentiva circondato da cupi mostri torreggianti nell’ombra, mostri in agguato, che tremavano sull’orlo della vita, mentre il chiarore incerto delle torce traeva riverberi da occhi di pietre preziose, o da artigli di metallo prezioso, illuminando fuggevolmente un volto scolpito, parzialmente distrutto da un ariete.
Emer non si vedeva da nessuna parte, nella sala.
La testa di Carse risuonava dall’incessante conversazione, e girava un poco per l’ebbrezza del vino, e dentro di lui si stava accumulando un’eccitazione crescente. Accarezzava di quando in quando l’elsa della spada di Rhiannon, che teneva tra le ginocchia. Ma c’era tempo, c’era tempo, e poi il momento sarebbe venuto.
Con un tonfo sonoro, Rold depose sul tavolo il corno dal quale aveva bevuto.
«E ora,» proclamò. «È il momento di passare agli affari.» Aveva la lingua un po’ legata, come tutti coloro che partecipavano al banchetto, ma era pienamente padrone di sé. «E di quali affari dobbiamo occuparci, miei signori? Ebbene, del più piacevole tra tutti!» Scoppiò in una risata tonante. «Quello che ha occupato la mente e il pensiero di tutti noi per tanto tempo… quello che era stato un sogno, e che adesso è realtà, grazie agli dèi! La morte di Ywain, la Signora di Sark!»
Carse s’irrigidì. Era il momento che aveva aspettato.
«Un momento! Ywain è mia prigioniera.»
Tutti l’acclamarono, a quelle parole, e brindarono di nuovo alla sua salute, tutti meno Thorn di Tarak, l’uomo dal braccio rigido e dal volto sfigurato, che per tutta la sera era rimasto seduto in silenzio, bevendo come gli altri, senza però ubriacarsi.
«Ma certo!» disse Rold. «E, come tua prigioniera, è tuo diritto scegliere di quale morte dovrà morire!» Si voltò a guardare Ywain, con lo sguardo di un uomo che pregusta un raffinato piacere per molto tempo sognato. «Come dovrà morire, dunque?»
«Morire?» Carse si alzò in piedi. «E chi ha detto che Ywain deve morire?»
Allora lo fissarono tutti, sbalorditi e increduli, perché quelle parole, sul momento, li avevano tanto sorpresi, che nessuno riusciva a credere di averle udite davvero. Ywain fece un amaro sorriso.
«E per quale altro motivo avresti dovuto portarla qui?» domandò Barbadiferro, finalmente. «La spada è una morte troppo pulita e misericordiosa, per lei, altrimenti l’avresti uccisa tu stesso sulla galera. Certo l’hai portata qui, perché noi possiamo vendicarci, vero?»
«Non l’ho portata qui per darla a nessuno!» gridò Carse. «Io dico che è mia, e dico anche che non deve morire!»
Ci fu una pausa di silenzio, un silenzio gravido di attonito stupore. Gli occhi di Ywain cercarono, e fissarono, quelli del terrestre, scintillanti di maliziosa ironia. E poi Thorn di Tarak disse, nel silenzio, una sola parola:
«Perché?»
Stava fissando Carse negli occhi, ora, lo fissava duramente con occhi nei quali ardeva una luce di follia, e il terrestre si sentì a disagio, perché era difficile rispondere a quella domanda.
«Perché la sua vita è troppo preziosa, come ostaggio. Siete forse dei bambini, per non riuscire a capire una cosa tanto semplice? Non capite che, in cambio della sua vita, voi potreste acquistare la libertà di ogni schiavo Khond che marcisce sulle galere e nelle prigioni di Sark… che forse potreste convincere Sark a scendere a patti?»
Thorn rise. E non era una risata piacevole a udirsi.
Il capo dei Nuotatori disse:
«Il mio popolo non agirebbe mai così.»
«Neppure il mio,» ribadì l’uomo alato.
«E tanto meno il mio!» Ora Rold era in piedi, rosso per la collera. «Tu sei uno straniero, Carse. Forse non capisci come vanno le cose, da noi!»
«No,» disse Thorn di Tarak, con tona strana, minacciosa dolcezza nella voce, più spaventosa di qualsiasi grido. «Restituitela al suo popolo. Mandatela via. Lasciate libera colei che ha imparato la pietà e la misericordia sulle ginocchia di Garach, che si è abbeverata di sapienza alla fonte dei suoi maestri di Caer Dhu. Lasciatela andare libera, in modo che possa lasciare ad altri il marchio delle sue benedizioni, come lo ha lasciato a me nel giorno in cui bruciò la mia nave.» I suoi occhi ardenti fissavano il terrestre, parevano quasi trafiggerlo. «Lasciatela vivere… perché il barbaro l’ama!»
Carse lo fissò, attonito. Si accorse, vagamente, che i Re del Mare erano tutti in piedi, ed erano protesi verso di lui… i nove capi guerrieri che avevano gli occhi di tigre, con le mani già posate sull’impugnatura delle spade. Vide che Ywain curvava le labbra in un sorriso beffardo, quasi ridendo di uno scherzo che soltanto lei poteva capire. E, d’un trattto, egli scoppiò in una grande risata.
Era una risata tonante, che gli scuoteva il corpo, che risuonava forte nella sala silenziosa.
«Guardate!» esclamò poi, e si voltò, ha modo che tutti potessero vedere, sulla sua schiena nuda, le cicatrici lasciate dallo scudiscio. «È forse una lettera d’amore, quella che Ywain ha scritto sul mio corpo? E se anche fosse… non era certo un canto di passione quello che il Dhuviano cantava, quando io l’ho ucciso!»
Si voltò di nuovo, con le guance infiammate dal vino bevuto, e dalla consapevolezza del potere che egli aveva su quella gente.
«Che qualcuno, tra voi, provi a ripeterlo, e sarò io stesso a staccargli la testa dal collo! Guardatevi! Che grandi sovrani, che geniali strateghi, intenti a disputarsi la vita di una sgualdrina, intenti a discutere scioccamente, per il solo piacere della vendetta!» Il suo tono si fece più veemente, più appassionato, e la sua voce vibrò nella sala. «Perché invece non vi unite, dal primo all’ultimo, e insieme lanciate un attacco contro Sark?»
Ci fu un improvviso tumulto, nel salone, rumore di panche e sedie smosse, di piedi che si muovevano, mentre tutti si alzavano in piedi e cominciavano ad agitare i pugni contro di lui, come un branco di lupi ululanti, sdegnati per la sua insolenza. Quei volti feroci e barbuti parevano domandare il suo sangue, quei pugni levati in alto parevano una sentenza di morte.