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La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]

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La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]
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Improvvisamente, la fanciulla sollevò lo sguardo, e lo vide. I suoi occhi incontrarono quelli del terrestre… li incontrarono, e vi si fissarono, e non vollero lasciarli. Egli vide cambiare la loro espressione. Vide ogni traccia di colore svanire lentamente dal suo viso, fino a quando quel viso non fu soltanto una maschera di neve. E sentì la sua voce, che gli rivolgeva una sommessa domanda:

«Chi sei?»

Lui chinò il capo, e rispose:

«Signora, io sono Carse il barbaro.»

Vide le dita di lei affondare nella soffice pelliccia di Shallah, e vide che gli occhi della Nuotatrice lo fissavano, con quello sguardo dolce e ostile a un tempo, che ricordava così bene. La voce di Emer rispose, in un bisbiglio quasi inaudibile:

«Tu non hai nome. Tu sei come ti ha descritto Shallah… uno straniero.»

Qualcosa, nel modo in cui ella pronunciò la parola straniero, la fece sembrare piena di misteriose, soprannaturali minacce. Ed era così vicina, così incredibilmente vicina alla verità.

D’un tratto, Carse capì che quella fanciulla possedeva lo stesso potere extrasensoriale degli Halfling, e che quel potere si era sviluppato, nel suo cervello umano, raggiungendo una forza ancor maggiore.

Malgrado il brivido che lo percorreva, si sforzò di ridere apertamente, a quelle parole:

«Devono esserci molti stranieri a Khondor, in questi giorni.» Lanciò un’occhiata alla Nuotatrice. «Shallah non ha fiducia in me, non so perché. Ti ha detto anche che porto con me un’ombra oscura, dovunque io vada?»

«Shallah non aveva bisogno di dirmelo,» mormorò Emer. «Il tuo viso è soltanto una maschera, e dietro la maschera si nascondono un buio e un desiderio… ed essi non appartengono a questo mondo.»

Si avvicinò a lui, a passi lenti, come se fosse stata irresistibilmente attirata, contro la sua volontà. Carse vedeva lo scintillare lieve del sudore che le imperlava la fronte, e bruscamente, improvvisamente, cominciò egli stesso a tremare, un tremito che veniva dal profondo, e che non apparteneva alla carne.

«Vedo… riesco quasi a vedere…»

Non voleva che la fanciulla dicesse altro. Non voleva sentire altro.

«No!» gridò. «No!…»

D’un tratto Emer cadde in avanti, appoggiandosi a lui con tutto il suo peso. Il terrestre la sostenne, e la fece adagiare, piano, sulla grigia roccia, dove lei giacque immobile, immersa in un’incoscienza che assomigliava stranamente a quella della morte.

Impotente, turbato, Carse s’inginocchiò accanto a lei, ma Shallah gli disse, a bassa voce:

«Mi occuperò io di lei.»

Allora Carse si alzò, e subito i Re del Mare furono intorno a loro, come aquile spaventate e ansiose.

«La vista era su di lei,» disse Shallah ai Re del Mare.

«Ma non l’aveva mai presa così, prima d’oggi,» disse Rold, in tono ansioso. «Che cosa è accaduto? Io pensavo soltanto a Ywain.»

«Ciò che è accaduto, è accaduto tra la Signora e lo straniero,» disse Shallah. Sollevò il corpo inerte della fanciulla con le sue braccia forti, e si allontanò con il suo fardello vivo.

Carse sentì che quella strana paura interiore gli raggelava ancora il corpo e lo spirito. La «vista», l’avevano chiamata. Ed era veramente una vista, non una visione soprannaturale nata dalla superstizione di un mondo barbaro o da qualche mente allucinata di profeta, anzi, non era per nulla innaturale… era la manifestazione di facoltà extrasensoriali molto forti, quelle facoltà delle quali si conosceva bene l’esistenza, ma che nessuno aveva saputo spiegare o isolare scientificamente. E quella vista mentale aveva frugato nelle profondità della sua mente, e aveva trovato…

Una subitanea reazione di collera si impadronì di Carse, ed egli disse:

«Un magnifico benvenuto, davvero! Tutti noi siamo stati messi in disparte, perché voi poteste vedere meglio Ywain, e poi tua sorella sviene non appena mi vede!»

«Per gli dei!» esclamò Rold. «Perdonaci… non avevamo alcuna intenzione di offenderti. In quanto a mia sorella, sta troppo con gli Halfling, e come loro si perde troppo nei sogni della mente.»

Poi alzò la voce, e disse:

«Ehilà, Barbadiferro! Vediamo di rimediare al nostro comportamento!»

Il più grande dei Re del Mare, un grigio gigante dalla risata aspra e forte come il vento del nord, si’ fece avanti, e prima che Carse potesse comprendere le loro intenzioni, essi avevano issato sulle spalle il terrestre, cominciando a marciare con lui lungo il molo, in modo che tutti lo vedessero.

«Udite, gente di Khondor!» tuonò Rold. «Udite!»

Al suono di quella voce possente, la folla zittì.

«Questo è Carse, il barbaro. Egli ha catturato la galera… egli ha preso prigioniera Ywain… egli ha ucciso il Serpente! Come lo salutate?»

Il loro saluto per poco non fece crollare le montagne. I due giganteschi Re del Mare portarono Carse su per gli scalini, e non vollero posarlo di nuovo a terra. La gente di Khondor li seguiva, e tra quella gente marciavano gli uomini della galera, che i Khond avevano accettato come fratelli. Dalla sua posizione, Carse riuscì a scorgere per un momento Boghaz, tra la folla, con un sorriso di beatitudine sul grasso volto porcino… un Boghaz che con ciascun braccio circondava la vita di una ragazza ridente e maliziosa.

Ywain camminava sola, al centro di una silenziosa scorta composta dai Re del Mare. L’uomo sfigurato, e dalle profonde cicatrici, la guardava con occhi fissi, pieni d’odio, un odio che pareva sconfinare nella follia.

Rold e Barbadiferro deposero a terra Carse, quando furono alla sommità della scalinata, ansimando.

«Sei pesante, amico mio,» ansimò Rod, sogghignando. «E allora… la nostra penitenza ti ha soddisfatto?»

Carse imprecò, vergognandosi profondamente di quanto era accaduto. Poi dimenticò ogni altra cosa, e fissò, con immenso stupore, la città di Khondor.

Era una città monolitica, scavata nella roccia stessa; la cresta della roccia si era spaccata, probabilmente a causa di qualche spaventoso movimento sismico di assestamento, che risaliva ad epoche ancor più remote della preistoria di Marte. Lungo tutte le pareti interne del crepaccio si aprivano delle porte, e imboccatare di gallerie, un perfetto alveare di abitazioni e di vertiginose scalinate a strapiombo.

Coloro che erano stati troppo vecchi o deboli per compiere la lunga discesa fino al porto, per accogliere i nuovi arrivati, ora li acclamavano dalle gallerie o dai vicoli stretti e dalle anguste piazze.

Il vento del mare soffiava freddo e violento, a quell’altezza, ululando e gemendo nelle strade di Khondor, un ululato e un gemito che non si arrestavano mai, e si mescolavano in un perenne, malinconico concerto, con il rombare delle onde, in basso. Sui picchi più alti c’era un continuo andare e venire di Celesti, che parevano amare i luoghi più elevati, come se le strade fossero state troppo anguste e soffocanti per le loro grandi ali. Essi si lanciavano nell’aria, si lasciavano afferrare dalle mani del vento, planavano lenti e armoniosi nell’azzurro, in lunghi voli, strane piroette, improvvise impennate, descrivendo strani arabeschi e giochi sconosciuti nell’aria, giochi interrotti dalle loro armoniose risate.

Verso l’entroterra, Carse poté scorgere dei verdi campi e dei pascoli, saldamente serrati tra le braccia delle montagne. Guardando quella scena strana e bellissima, provò in cuor suo la certezza che quella città avrebbe potuto sostenere un assedio anche per tutta l’eternità.

Percorsero i sentieri rocciosi, insieme al popolo di Khondor, che sciamava gioiosamente dietro di loro, riempiendo la città soprannaturale di grida festanti e di risate. Poi giunsero in una grande piazza, con due massicci porticati che si ergevano l’uno di fronte all’altro, su due lati. Davanti a uno di essi c’erano delle colonne scolpite, dedicate al Dio delle Acque e al Dio dei Quattro Venti. Davanti all’altro garriva nel vento una bandiera dorata, sulla quale era ricamata l’aquila di Khondor.

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