La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]
- Автор: Брэкетт Ли Дуглас
- Год: 1956
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Beata Della Frattina
- Жанр: Героическая фантастика
Электронная книга - «La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]». Краткое содержание книги:
Carse non andò da lei. Ywain fu lasciata sola con il suo guardiano, e Carse continuò a fissarla, nascostamente. Era così facile immaginare i pensieri che si agitavano nella sua niente. Lei sfava pensando a ciò che si provava stando sul ponte della propria nave, come una prigioniera. Lei stava pensando che quella cupa, dirupata costa che appariva lontano, davanti alla nave, era il simbolo della fine di tutti i suoi viaggi. Lei stava pensando che ormai era giunto il momento di morire.
E allora, dall’albero maestro, venne un grido acuto, gioioso.
«Khondor!…»
Dapprima, Carse poté vedere soltanto una grande rupe scoscesa, che torreggiava altissima sulle onde bianche, simile a un promontorio che sporgeva tra due fiordi. Poi, da quella rocca apparentemente spoglia, impervia e inabitabile, si levò un gran volo di Celesti, che si avvicinarono battendo le grandi ali nel vento, in così gran numero che l’aria parve pulsare di quel possente battito d’ali. E vennero anche i Nuotatori, come uno sciame di piccole comete che lasciavano una lunga coda di fiamma bianca sulle acque ondulate. E dall’imboccatura dei fiordi uscirono delle lunghe navi, più piccole e più snelle della galera, veloci come creature marine, con le fiancate protette da grandi scudi.
Il viaggio era finito. La nera galera di Sark venne scortata a Khondor, tra alte grida e acclamazioni.
E ora, Carse poteva comprendere il senso delle parole di Jaxart. La natura aveva costruito, con quello scoglio, una fortezza virtualmente inespugnabile, una fortezza difesa da ogni attacco proveniente dalla terraferma da una muraglia di invalicabili montagne, e difesa da ogni attacco proveniente dal mare da una scogliera proibitiva e inaccessibile, e con una sola via d’accesso, costituita dallo stretto fiordo tortuoso che si apriva a nord. E anche quell’apertura era protetta da grandi baliste, che avrebbero trasformato il fiordo in una trappola mortale per qualsiasi nave nemica vi si fosse avventurata.
Il canale tortuoso si allargava, alla fine, in una rada chiusa, protetta dalla roccia e dalla terra, un porto sicuro, che neppure il vento poteva attaccare. Le navi pirate dei Khond, i battelli da pesca, e una varietà d’imbarcazioni di provenienza straniera, riempivano il bacino, e la nera galera da guerra scivolò in mezzo a loro come una regina, verso l’ormeggio.
I moli e le scalinate ripidissime che portavano in alto, sulla sommità della rocca, ed erano unite grazie a gallerie coperte con la parte superiore della città, brulicavano di folla… c’era tutta la popolazione di Khondor, e c’erano le tribù alleate che avevano chiesto e trovato rifugio presso i Khond. Erano gente dall’aspetto rude e violento, dai corpi forti e solidi, e piacquero subito a Carse. Gli scogli e le montagne riecheggiavano delle loro alte grida di saluto e delle loro acclamazioni, che rimbalzavano tra le rocce impervie con la potenza del tuono.
Protetto da quel tremendo frastuono, Boghaz si affrettò a dire ansiosamente a Carse, per la centesima volta:
«Lasciami contrattare, per il nostro segreto! Posso ricavarne un regno per ciascuno di noi… e, se vuoi, molto di più!»
E per la centesima volta Carse rispose:
«Non ti ho mai detto di conoscere il segreto. E, anche se lo conoscessi, sarebbe mio.»
Boghaz imprecò, in un parossissmo di frustrazione, e domandò agli dei che cosa avesse mai fatto per meritare un simile trattamento.
Per un attimo, Ywain si voltò, e guardò negli occhi il terrestre, ma poi distolse subito lo sguardo.
Nuotatori a centinaia, ammantati di spuma luminescente, Celesti con le loro superbe ali ripiegate… e per la prima volta Carse vide le loro donne, creature di una bellezza così squisita, così incredibilmente perfetta, che faceva male guardarle… e poi, gli alti e biondi Khond, e gli uomini e le donne di tribù straniere, un caleidoscopio di colori e di metallo sfavillante. Le grandi funi di ormeggio vennero lanciate dai moli, furono raccolte dai marinai e assicurate saldamente agli anelli di metallo. E allora la galera catturata si fermò giunta finalmente in porto.
Carse scese a terra, alla testa della sua ciurma, e Ywain camminò eretta al suo fianco, portando le catene come se fossero state dei preziosi ornamenti d’oro, che lei aveva scelto di sua volontà per soddisfare una sua vanità.
Sul molo c’era un gruppo di uomini, un gruppo che rimaneva isolato dalla folla osannante, e che aspettava i nuovi arrivati. Era un manipolo di uomini duri e rudi, e guardandoli si aveva l’impressione che nelle loro vene l’acqua di mare scorresse al posto del sangue… erano incalliti veterani di molte battaglie, alcuni dal volto fiero e solenne, altri dal volto rosso e gioviale, e uno di loro aveva il volto e il braccio destro orribilmente sfigurati e segnati da molte cicatrici.
In mezzo a loro si ergeva un Khond alto e severo, il cui aspetto faceva pensare a un fulmine prigioniero della carne, con i capelli del colore del mare, e al suo fianco c’era una fanciulla vestita di una lunga veste azzurra.
I lisci capelli biondi della fanciulla erano raccolti dietro la nuca in una rete di oro puro, e tra i seni, lasciati scoperti dalla lunga veste, splendeva solitaria una enorme perla nera. Teneva la mano sinistra appoggiata alla spalla di Shallah, la Nuotatrice.
Come tutti gli altri, la fanciulla stava guardando con più interesse Ywain che non Carse. Allora egli si rese conto, con un senso di amarezza, che tutta quella folla si era radunata non tanto per accogliere lo sconosciuto barbaro che aveva compiuto quella clamorosa impresa, bensì per vedere in catene l’altezzosa figlia di Garach di Sark.
II Khond dalle lunghe chiome fulve conservava a sufficienza il senso dell’ospitalità per rivolgere a Carse il segno della pace, e annunciare:
«Io sono Rold di Khondor. Noi, i Re del Mare, ti diamo il benvenuto.»
Carse rispose al saluto, ma si accorse che l’altro non gli prestava più attenzione, preso com’era dal selvaggio piacere ch’egli traeva dalla visione dello stato umiliante in cui era ridotta la sua grande nemica.
Avevano molte cose da dirsi, Ywain e i Re del Mare.
Carse guardò di nuovo la fanciulla. Aveva udito il saluto che Jaxart le aveva rivolto, con voce velata dall’emozione, e da esso aveva saputo che si trattava di Emer, la sorella di Rold.
Non aveva mai visto, prima di allora, nessuna donna simile a lei. C’era intorno a lei qualcosa, un’aura sottile, che le dava l’aspetto della fata, di un elfo, di una creatura magica e incantata che viveva nel mondo degli uomini solo per cortesia, o forse soltanto per un capriccio, e che avrebbe potuto andarsene di là in qualsiasi momento, a piacimento, ritornando nel magico, fatato mondo dal quale era venuta.
I suoi occhi erano grigi e tristi, ma la sua bocca era dolce, e pareva fatta solo per il sorriso. Il suo corpo possedeva la stessa grazia agile, leggera, che Carse aveva notato nel corpo degli Halfling, eppure si tratta senza ombra di dubbio di un corpo umano, del corpo di una donna dalla bellezza purissima, eccezionale, e delicata.
E c’era anche dell’orgoglio, in lei… un orgoglio pari a quello di Ywain, anche se le due donne erano così diverse tra loro. Ywain era tutta splendore e fuoco e passione, era una splendida rosa dai petali rossi come il sangue. E Carse poteva comprendere Ywain. Poteva giocare il suo stesso gioco, e vincerla, perché essi parlavano la stessa lingua.
Ma si rese conto, fin dal primo istante in cui la vide, che egli non avrebbe mai potuto comprendere Emer. Lei faceva parte di tutte le cose che egli aveva lasciato dietro di sé tanto, tantissimo tempo prima. La fanciulla era la musica perduta, e i sogni dimenticati, era la pietà e la tenerezza, era tutto quel mondo vago e delicato che egli aveva potuto scorgere nei primi anni dell’infanzia, e che da allora non aveva visto mai più.