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La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]

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La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]
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Gli altri strumenti Dhuviani erano, se possibile, ancora più incomprensibili. Uno era formato da una grossa lente, circondata da prismi di cristallo bizzarramente asimmetrici. Un’altra aveva una pesante base di metallo, sulla quale erano montati dei piatti vibratori metallici. Carse aveva potuto intuire soltanto che quelle armi sfruttavano le leggi di scienze ottiche e acustiche aliene e sottili.

«Nessun uomo può comprendere la scienza Dhuviana,» aveva detto Jaxart, in tono tenebroso. «Neppure i Sark, che pure sono alleati del Serpente.»

Il Khond aveva fissato gli strumenti con l’espressione di odio quasi superstizioso che le armi meccaniche suscitavano tra coloro che non avevano una civiltà fondata sulla scienza.

«È possibile, però, che Ywain, figlia del re di Sark, sappia qualcosa su queste armi,» aveva suggerito Carse, pensieroso. «Vale comunque la pena di tentare.»

Era andato allora nella cabina, dove la principessa veniva sorvegliata a vista, animato da quell’intenzione, e ancora pervaso dalla curiosità che la sua mente scientifica provava nei confronti dei singoli congegni Dhuviani. Aveva trovato Ywain seduta nella cabina, con i polsi serrati dalle catene che poco tempo prima anche Carse aveva portato.

Il terrestre era entrato senza far rumore, cogliendola in un atteggiamento di profonda disperazione… Ywain era stata seduta davanti al tavolino, con la testa china e le spalle piegate, e per un istante gli era sembrata l’immagine stessa della stanchezza e dell’umiliazione. Ma poi, nell’udire il rumore della porta che si richiudeva, Ywain si era raddrizzata bruscamente, e sì era voltata a fissarlo negli occhi, da pari a pari. Carse aveva notato, in quel momento, l’estremo pallore del viso di colei che era stata principessa di Sark, e aveva visto come le ombre giocassero sul suo volto, scavato dall’angoscia e dalla sofferenza di quei giorni.

Non le aveva rivolto la parola subito, ma era rimasto a lungo in silenzio. Non aveva provato alcuna pietà, per lei. L’aveva fissata, sprezzante, assaporando il dolce sapore della vittoria, lieto al pensiero che ora l’arrogante Signora di Sark era nelle sue mani, e che lui avrebbe potuto farne tutto ciò che voleva.

Quando le aveva chiesto di dargli qualche spiegazione sulle armi scientifiche dei Dhuviani che avevano trovato a bordo, però, Ywain era scoppiata in una risata aspra, senza alcuna allegria.

«Devi essere davvero un barbaro ignorante, se pensi che i Dhuviani possano avermi istruita nella loro scienza. Uno di essi è venuto da me, per spaventare con quelle terribili armi il re di Jekkara, che stava covando propositi di ribellione. Ma S’San non mi ha neppure permesso di sfiorare con la punta delle dita quegli oggetti.»

Carse aveva creduto alle sue parole. Si accordavano perfettamente con ciò che Jaxart gli aveva detto… e cioè che i Dhuviani custodivano gelosamente le loro armi scientifiche, tenendole segrete anche per i loro alleati, i Sark.

«E inoltre,» aveva aggiunto Ywain, con aperta ironia, «Perché mai dovrebbe interessarti la scienza Dhuviana, se tu possiedi la chiave della scienza infinitamente superiore che è celata nella tomba di Rhiannon?»

«È vero, io possiedo quel segreto,» aveva risposto Carse, e questa risposta aveva cancellato dal volto di Ywain ogni traccia d’ironia.

«Che cosa intendi farne?» aveva chiesto, dopo un breve silenzio.

«Su questo punto, almeno, ho idee ben chiare,» aveva risposto Carse, in tono minaccioso. «Qualunque possa essere il potere che la Tomba di Rhiannon potrà darmi, me ne servirò per combattere Sark e Caer Dhu… e spero che sia sufficiente a distruggere anche l’ultima pietra della tua città!»

Ywain aveva annuito.

«Una buona risposta. E ora… che ne sarà di me? Intendi forse frustarmi, e incatenarmi al remo? O vuoi uccidermi qui?»

Lentamente, Carse aveva scosso il capo, rispondendo alla sua ultima domanda.

«Se avessi voluto farti uccidere subito, avrei dovuto soltanto permettere ai miei lupi di farti a pezzi.»

Lei aveva scoperto i denti, per un momento, in quello che era stato un pallido sorriso.

«Sarebbe stata una misera soddisfazione, per te. Non certo paragonabile a quella che potresti ottenere, uccidendomi con le tue mani.»

«Anche questo avrei potuto farlo, qui, in questa stessa cabina.»

«E infatti hai tentato, ma non l’hai fatto. Bene… e allora?»

Carse non le aveva risposto. In quel momento aveva capito che, qualunque cosa avesse potuto farle, lei lo avrebbe sempre schernito, orgogliosa e beffarda, fino all’ultimo. In quella donna c’era un orgoglio d’acciaio.

Ma lui aveva lasciato un marchio indelebile su di lei, un marchio che neppure il suo orgoglio avrebbe potuto cancellare. La cicatrice che portava sulla guancia sarebbe guarita, e sarebbe impallidita, col tempo, ma non sarebbe mai scomparsa. Ywain non avrebbe mai potuto dimenticarlo, fino a quando fosse rimasta viva. E aveva provato una cupa soddisfazione, una gioia oscura e sorda, al pensiero di averle lasciato quel marchio.

«Non mi rispondi?» aveva detto lei, beffarda. «Per essere un conquistatore, sei molto indeciso!»

Irato, Carse aveva girato intorno al tavolino, per avvicinarsi a lei. Non le aveva risposto neppure allora, perché ancora non aveva trovato in sé una risposta. Ma aveva saputo soltanto di odiarla, come non aveva mai odiato nessuno in vita sua. Si era chinato su di lei, mortalmente pallido, con le mani aperte, avide.

Ywain era balzata in piedi, subitaneamente, e con le mani ad artiglio gli aveva cercato la gola. Le dita della donna erano state forti come l’acciaio, e le unghie erano affondate nella carne del terrestre.

Allora Carse le aveva afferrato i polsi, piegandoli selvaggiamente, per staccare quelle unghie dalla sua gola, e i muscoli delle braccia si erano tesi come corde, per combattere la forza incredibile di quella donna. Lei aveva lottato contro il terrestre, pervasa da una furia indomabile, e dalla forza della disperazione e dell’orgoglio, in silenzio, e poi, d’un tratto, aveva ceduto, rimanendo inerte e passiva. Aveva socchiuso le labbra, come per respirare meglio, e improvvisamente Carse le aveva chiuso la bocca con la sua.

Non c’era stato amore, né tenerezza, in quel bacio. Era stato un gesto di disprezzo virile, brutale e pieno d’odio. Eppure, per uno strano, breve momento, Ywain era rimasta passiva, accettando quel bacio… e poi aveva affondato i bianchi denti aguzzi nel labbro inferiore dell’uomo, mordendolo crudelmente, e la bocca di Carse si era riempita del sapore dolciastro e amaro del sangue, e lei aveva riso, una risata crudele, ironica, sprezzante.

«E ora, lurido barbaro,» aveva bisbigliato, «Anch’io ho impresso il mio marchio su di te.»

Carse era rimasto immobile a fissarla, per un lungo momento. Poi aveva alzato le braccia, e aveva brutalmente afferrato Ywain per le spalle, e la sedia era caduta, con un sordo fragore, dietro a lei, per la violenza del gesto.

«Avanti!» gli aveva detto lei, ansando. «Avanti, se ti fa piacere!»

Avrebbe voluto spezzarla con le sue mani. Avrebbe voluto…

L’aveva scostata da sé, con violenza, mandandola a sbattere contro la parete, e poi era uscito, e da quel momento non aveva più varcato la soglia della cabina.

E ora, stava accarezzando la cicatrice ancora fresca sul suo labbro, e osservava Ywain, che saliva sul ponte insieme a Boghaz. Si teneva diritta, nel suo usbergo gemmato, orgogliosamente eretta, come una regina, ma le linee intorno alla sua bocca erano più profonde, e gli occhi, malgrado tutto il suo amaro orgoglio, erano tristi.

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