La carezza della paura [The Pet - it]
- Автор: Грант Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-0762-2
- Переводчик: Paola Formenti
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:
«Splendido», disse Brian.
«Avrebbe dovuto esserci anche Fleet.»
«Cristo, vuoi darci un taglio, Boston? Non c’è, è così e basta, e poi lo rimpiangerà domani mattina quando vedrà l’espressione sulla faccia di Provetta.»
Tar ci rifletté un attimo e concluse che Brian aveva ragione. Come sempre. Anche quando aveva torto.
Una svolta a sinistra, un’altra a destra, e Brian parcheggiò sul lato di una strada deserta, le cui case erano in stato decisamente migliore di quelle che avevano appena passato. Erano ugualmente vecchie, ma, per lo meno, i giardini antistanti erano ben tenuti, le facciate erano pulite e dipinte e per la strada non c’erano troppi rifiuti.
L’acqua gocciolava rumorosamente sui tetti, cadendo dagli alberi.
Brian si sfregò le mani e si appoggiò al volante per scrutare meglio attraverso i tergicristalli. «Eccola», disse, puntando un dito. «Quella verde, la seconda dall’angolo.»
Tar seguì la direzione indicata dal dito e annuì. Poi si mise a studiare l’abitato. «Come diavolo fa a vivere quaggiù, amico? Dal modo in cui parla sembra abbia sempre vissuto in un quartiere residenziale o qualcosa del genere.» Osservò la casa più vicina. «Forse abbiamo avuto l’indirizzo sbagliato.»
«No», fece Brian, anche se stava pensando alla stessa cosa. «Probabilmente abita qui fin dalla nascita. È troppo pigro per trasferirsi.»
«Forse ha un laboratorio segreto in cantina dove fa esperimenti sulle donne.»
«Chi? Provetta? Ma stai scherzando. Se tu fossi una ragazza, lo vorresti uno sgorbio come quello sopra di te?»
Tar si strinse nelle spalle e si mise a ridere, e poi fece un profondo respiro. «Lo sai, ci faranno neri se ci beccano.»
«Chiudi il becco, Boston, okay? Non ci beccheranno, e poi abbiamo deciso che lo stronzo se lo merita, no?»
Tar non ebbe bisogno di starci a pensare.
«Esatto. Ma continuo a domandarmi perché non lo attacchiamo di persona, Paperino. Quell’occhio nero che si è fatto resterebbe l’unica parte decente del corpo.»
«Perché…» rispose Brian, domandandosi come mai Tar dovesse sempre rimuginare sulle cose.
«Allora, perché?»
«Cristo, ma sei stupido?»
«Non sono stupido. Sto solo pensando che…»
«Senti», disse Brian, agitando le mani sul volante, «se lo facciamo di persona, poi sapranno tutti che siamo stati noi, no? Ci ritroveremmo addosso il suo vecchio come se fossimo degli assassini e non otterremmo mai il diploma. Ma se facciamo così, Tar caro, Paperino ne passerà delle belle. Il vecchio se la prenderà con lui, Hedley se la prenderà con lui e, se siamo abbastanza fortunati, anche la polizia se la prenderà con lui. Che cosa diavolo vuoi di più?»
Tar non seppe cosa rispondere. Forse aveva un senso. «D’accordo», disse. «Ma se restiamo qui ancora un po’ qualcuno chiamerà la polizia per noi, non per Paperino.»
Brian mugolò qualcosa in segno di approvazione e diede un’altra occhiata alla casa verde. «Okay. Giriamo l’angolo. Io tengo il motore acceso e, per l’amor del cielo, non dimenticarti dell’altra cosa, d’accordo?»
Mentre Brian si rimetteva in carreggiata, Tar si passò una mano sul naso che si era rotto già tre volte.
«Potrei avere bisogno di aiuto. Ecco perché Fleet doveva venire, nel caso non te ne fossi reso conto.»
«Lo so, lo so.»
«Allora aiutami.»
«Cerca di correre più veloce di me, va bene?»
«Non troppo veloce», mormorò Tar mentre svoltavano per andare a parcheggiare sulla sinistra, contro mano.
Non c’era tempo per continuare a discutere. Non appena la macchina si fu fermata, Tar scese tenendo in mano le borse e a spalle curve si diresse sul retro della casa verde. Fece di corsa il vialetto, si voltò solo una volta e buttò le borse contro la porta d’ingresso. Era già tornato sul marciapiede quando scoppiarono, spargendo sulla veranda sterco di cane, uova marce e aceto.
Di fronte alla proprietà c’era una siepe bassa, e mentre arrivava sul marciapiede ci gettò sopra la giacca a vento di Don Boyd, lasciando una manica penzoloni perché venisse notata. Ritornò di corsa alla macchina, che Brian mise in moto prima ancora che avesse chiuso la portiera.
Non partì facendo stridere i pneumatici, ma fu abbastanza veloce per sparire prima che Adam Hedley scendesse dal primo piano, avvolto in un plaid, e cominciasse ad avvertire l’orrenda puzza.
Brian non rise mentre guidava verso la collina. Si limitò a guardare Tar con un sorriso appena abbozzato.
«Missione compiuta», disse.
Qualcosa si muoveva nella pioggia.
Passava per le strade senza fare rumore; passava sotto i lampioni senza lanciare ombre; camminava in mezzo alle pozzanghere, lasciando l’acqua intatta; sfiorava le siepi senza far muovere i rami.
Un cane sulla veranda accanto alla casa di Adam Hedley cominciò ad abbaiare, tirando la catena che lo imprigionava alla porta, ma poi passò a un uggiolio di benvenuto quando il nuovo arrivato si incamminò su per il vialetto. Fissò il terrier, gli volse le spalle e se ne andò, e il cane iniziò a tremare, alzandosi sulle zampe, ringhiando alla sua ombra, urinando sullo zerbino e prendendosela con la luna.
Qualcosa si muoveva nella pioggia, senza fare rumore.
La stanza era ampia e perfetta. I mobili erano abbastanza nuovi per renderla luminosa e sufficientemente vecchi per essere comodi: il letto aveva il baldacchino, proprio come piaceva a Chris, la scrivania e la sedia arrivavano direttamente da Regent Street, Londra, il morbido tappeto multicolore dall’India, il divanetto a due posti proveniva da un negozietto di Soho che aveva scoperto due anni prima. Le pareti erano ricoperte da carta bianca con fiocchi dorati, il soffitto era stato dipinto di fresco, le lampade di alabastro conferivano un giusto tocco di frivolezza, senza però rendere troppo evidente che la stanza apparteneva a una ragazza che desiderava avere un marito e due bambini per completare la propria vita. Nell’angolo più lontano c’era un piano verticale, con una pila di spartiti in bilico sul sedile.
Vicino alla scrivania c’era una porta aperta che conduceva al suo bagno privato. Era stata una delle condizioni per cui aveva accettato di lasciare Manhattan: avere la maggior privacy possibile per tenersi lontana dagli affari della casa, per isolarsi; se fosse stato possibile avrebbe anche chiesto un ingresso indipendente, ma così avrebbe esagerato. Suo padre, di solito indulgente al punto di farsi manipolare, si sarebbe rifiutato e con tutta probabilità l’avrebbe mandata in quella dannata scuola raffinata del Vermont dove sarebbe stata in mezzo a un mucchio di ragazze, assomiglianti a tante stupide mucche.
A sua madre non importava niente; trascorreva la maggior parte del tempo a scrivere lettere fiume ai figli più grandi che stavano a Yale e a Vassar, oppure se ne andava in Florida a trovare la sua vecchia.
Comunque era perfetta e, qualsiasi reclamo avesse da fare, se lo teneva per sé.
Si spazzolò i capelli allo specchio del bagno, smuovendoli da parte a parte, sbuffando al pensiero di doverseli lavare di nuovo. Non le piaceva lavarli, asciugarli, spazzolarli in continuazione per mantenerli lucidi. Le sarebbe piaciuto tagliarli e tingerli di blu. Ma, se lo avesse fatto, avrebbe avuto un’aria ripugnante, e questo non faceva parte dei suoi piani.
L’asciugamano cominciò a scivolarle di dosso e lo afferrò con un’imprecazione, tenendolo in mano mentre spegneva le luci del bagno ed entrava nella stanza buia. Si trattenne dal premere l’interruttore. Non ancora, pensò. Voleva restare nell’oscurità ancora un po’, ad ascoltare la pioggia che batteva sulla finestra, ad ascoltare quel benedetto silenzio che le indicava che era sola. Emise un sospiro di felicità e andò a sedersi nella poltrona accanto alla finestra, abbracciandosi le ginocchia e guardando fuori. Non c’era molto da vedere con tutta quella pioggia, al tramonto, ma le luci della casa dall’altra parte del suo giardino erano ancora visibili, e si facevano sempre più luminose, mentre le foglie stormivano dall’alto degli alberi.