La prima indagine di Montalbano
- Автор: Камиллери Андреа
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
- ISBN: 978-88-04-55020-4
- Жанр: Полицейские детективы
Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:
«Come hai fatto a trovarmi?»
«Ho letto in un giornale un articolo dove ti davano una specie di benvenuto a Vigàta. E così, dato che dovevo passare di qua, ho deciso di farti un saluto. Scappo subito.»
«Ti posso offrire qualcosa?»
«No, niente, grazie.»
«Come stai, papà?»
«Non mi lamento. Tra qualche anno vado in pensione.»
«Che pensi di fare, dopo?»
«Mi metto in società con uno che ha una piccola azienda che produce vino.»
«E che facevi da queste parti?»
«Stamatina sono stato a trovare tua madre, a far puliziare la tomba. Oggi è l’anniversario, te lo sei scordato?»
Sì, se l’era scordato. Di sua madre aviva solo un ricordo di colore, come un fascio di spiche di grano maturo.
«Che ricordi di tua madre?»
Montalbano esitò un attimo.
«Il colore dei capelli.»
«Era un colore bellissimo. E nient’altro?»
«Niente di niente.»
«Meno male.»
Montalbano strammò.
«Che vuoi dire?»
Stavolta a esitare fu il padre.
«Ci sono state, tra me e tua madre… incomprensioni, discussioni, litigi… Tutta colpa mia. Tua madre non me la meritavo.»
Montalbano si sentiva imbarazzato. Con so’ patre non c’era mai stata confidenza.
«Mi piacivanu assà i fìmmini.»
Il commissario non seppe che dire.
«Ti stai occupando di qualcosa d’importante?» spiò so’ patre con l’evidente ‘ntinzioni di dare una svolta al discorso.
Il commissario gliene fu grato.
«No, niente d’importante. Però mi sta capitando un caso curioso…»
E gli contò il fatto di Rosanna, insistendo soprattutto sull’indecifrabilità della picciotta.
«Posso vederla?»
Quella richiesta Montalbano propio non se l’aspittava.
«Ma sai, papà, non so se sia consentito… va bene, vieni.»
Lo precedette, taliò per primo dallo spioncino. La picciotta stava addritta con le spalle al muro, aviva l’occhi propio verso la porta. Il commissario lasciò il posto a so’ patre. Questi taliò a lungo, doppo si voltò e disse:
«Per me si è fatto tardi, mi accompagni alla macchina?»
Montalbano l’accompagnò. S’abbrazzarono di slancio, non più impacciati.
«Torna presto, papà.»
«Sì. Ah, Salvù, una cosa: non ti fidare.»
«Di chi?»
«Di quella picciotta. Non ti fidare.»
Lo vitti partiri mentre lo pigliava a tradimento una gran botta di malinconia.
Gerlando Monaco, il patre, s’appresentò in commissariato che già era sira, un sacchetto di plastica in mano che conteneva il cangio di biancheria di Rosanna. Macari a lui non si arrinisciva a dargli un’età, era intortato dal travaglio, arrisucato, cotto come un maduni dalla fornaci, ma, contrariamente alla mogliere, pariva nirbuso e prioccupato.
«Pirchì l’arristastivu, ah?» fu la sua prima domanda.
«Aveva un revolver.»
Gerlando Monaco aggiarniò, variò, gli mancò il sciato, circò con una mano una seggia sulla quale cadì pesantemente.
«Madonna biniditta! Ruvina di la me’ casa è ’sta figlia! Un revorbaro! E cu ci lu desi?»
«È quello che vorremmo sapere. Lei ha qualche idea?»
«Idea?! Iu?!»
Certamente era sincero nel suo sbalordimento.
«Senta, mi spiega perché fate dormire vostra figlia in un porcile?»
Gerlando Monaco s’inquartò, fece una faccia tra umiliata e offisa, calò l’occhi ’n terra.
«Chisti sunnu cosi di famiglia che non v’arriguardanu» murmuriò.
«Talìami» fece fermo il commissario. «Se tu non mi dici subito quello che voglio, tu stanotti tinni vai a tiniri compagnia a to’ figlia.»
«Va beni. Me’ mugliere nun la volli cchiù casa casa.»
«Perché?»
«Si era fatta mettiri prena.»
«Incinta? A quindici anni? E chi è stato?»
«Nun lu sacciu. E mancu me’ mogliere lu sapi. Me’ mogliere l’ammazzò di botti, ma iddra nun ci lu volli diri cu era statu.»
«E voi non avete avuto qualche sospetto?»
«Dutturi miu, iu mi susu la matina cu lu scuru e tornu cu lu scuru, me’ mogliere è sempri appressu a li figli cchiù nichi, iddra, Rosanna, da quanno aviva deci anni si misi a fari la criata…»
«Quindi non è mai andata a scuola?»
«Mai. Nun sapi liggiri e scriviri.»
«Qual è il nome della famiglia dove vostra figlia è a servizio?»
«Ca quali nomu e nomu! Cento famigli ha cangiato! E tri anni passati, quannu si fici mettiri prena, la famiglia indovi che faciva la criata erano dù vecchi.»
«Come campa Rosanna?»
«Continua a fari la criata quannu capita. Speci di ’stati quannu vennu i furasteri.»
«Chi tiene il figlio, o la figlia, di Rosanna?»
Gerlando Monaco lo taliò strammato.
«Quali figliu?»
«Non mi hai appena detto che Rosanna era incinta?»
«Ah. Me’ mogliere la purtò da una fìmmina ca faciva la mammana. Però ci vinni la cosa… la comu si chiama, quannu unu perdi sangu.»
«Emorragia.»
«Sissi. Parsi ca stava murennu. E forsi era megliu si muriva.»
«Perché l’avete fatta abortire?»
«Dutturi miu, ragiunassi. Nun abbastava ’na buttana pi figlia, macari un bastardu pi niputi?»
Quanno Gerlando Monaco niscì dalla cammara, Montalbano non ce la fece a susirisi. Provava un duluri sordo alla vucca dello stomaco, come se una mano gli affirrava i vudeddra e glieli turciniava. Serva appena decina, analfabeta, probabilmente violentata a quinnici anni, incinta, vastuniata, fatta abortire maldestramente, portata in punto di morte dalla scanna patita, nuovamente serva obbligata a campare in un ex porcile. Persino la cammara di sicurezza le doviva parere una stanza da grande albergo. Allura, la domanda è chista: può passare per la testa a un commissario la gana di liberare la picciotta, ridarle il revorbaro e dirle di sparare a chi voleva sparare?
sei
Non potiva stare una jornata intera senza mangiari solo pirchì il problema di Rosanna l’assillava. Alla trattoria San Calogero, per primo, si sbafò una quinnicina di antipasti di mare diversi. Non avrebbe voluto, ma erano talmente leggeri e squisiti che pariva che s’infilavano nella vucca senza darlo a vidiri. Come si faciva a resistere, soprattutto se uno a mezzojorno non aviva agliuttuto nenti? E qui ebbe un’alzata d’ingegno. Fece ‘nzinga a Calogero d’avvicinarsi.
«Senti, Calù. Ora a me porti una bella spigola. Ma intanto mi fai priparare tri triglie alla livornese. Il suco dev’essere abbondante e profumatissimo. Mi raccomando. Me li fai avere in commissariato una mezzorata dopo che sono nisciuto da qua. Mandami pure tanticchia di pane e una bottiglia di minerale. Coltello, forchetta, bicchiere, piatto, tutto di plastica.»
«Mai Signuri.»
«Pirchì?»
«Le triglie alla livornese dintra a un piatto di plastica perdino sapore.»
Arrivato nel commissariato semideserto, andò a taliare Rosanna dallo spioncino. Stava assittata sul paglione, le mano sulle ginocchia. Però l’occhi avivano perso la fissità, ora la picciotta pariva tanticchia più rilassata. Il panino era ancora intatto. L’acqua nel bicchiere era impercettibilmente calata, forse si era vagnata le labbra che doviva aviri, più che asciutte, arse.
Quanno arrivò il piatto con le triglie, il commissario lo fece lasciare sul tavolo dell’ufficio so’. Dal piantone si fece dare le chiavi della cammara di sicurezza, pigliò una seggia, raprì la porta, mise la seggia proprio davanti alla picciotta, niscì lasciando la porta aperta. Quella non si era cataminata.