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La prima indagine di Montalbano

Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:

Del commissario Salvo Montalbano credevamo ormai di sapere tutto: di conoscerne vita, morte e miracoli, i luoghi, i gusti, le compagnie… Ma il suo creatore, Camilleri, riserva ai suoi lettori ancora tante sorprese. Nei tre racconti di questo volume presenta un giovanissimo poliziotto, all’inizio della carriera, che intreccia una relazione non con la ben nota Livia, ma con una certa Mery; e il teatro delle sue indagini non è la solita Vigàta, ma uno sperduto paesino di montagna della Sicilia più segreta dal buffo nome di Mascalippa… Tra misteriose uccisioni di animali, ragazze troppo silenziose e troppo intriganti e il finto rapimento di una bambina, quello che risulta sempre familiare è l’incorruttibile carattere di Montalbano, con qualche intemperanza giovanile in più, ma già riconoscibile come uno dei più umani e amati protagonisti della narrativa italiana contemporanea.
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Montalbano fu più lesto di lei, affirrò la borsa per primo. La so’ ’ntinzioni era quella di fari un gesto di cortesia, perciò strammò alla reazione della picciotta che, stavolta usando le dù mano, cercò di strappargliela via.

Istintivamente, Montalbano la trattenne con forza. La picciotta incrociò i so’ occhi ed egli vi liggì una disperazione addirittura sarbaggia. Per tanticchia stettiro a fari un assurdo, ridicolo tira e molla senza parole. Po’, com’era prevedibile, la cucitura laterale della borsa si spaccò e tutto quello che c’era dintra cadì ’n terra. Un oggetto assà pisante colpì il dito grosso del pedi mancino del commissario che calò la testa a taliare. Intravide un grosso revorbaro, ma la picciotta, che era addivintata velocissima nei movimenti, arrivò prima a pigliarlo. Montalbano le agguantò il polso, glielo turcì, ma il revorbaro restò saldo in mano alla picciotta. Allura il commissario, con tutto il piso del corpo, la spinse contro il muro, ve la impiccicò, in modo che la mano con il revorbaro e la so’ mano che le teneva il polso si venissero a trovare strette tra il muro e la schina della fìmmina. La picciotta reagì con la mano libera, graffiando la faccia di Montalbano. Il commissario arriniscì a pigliarle macari questa per il polso e la tenne alta forzandola contro il muro. Ansimavano tutti e dù come amanti che facivano l’amuri, Montalbano con la parte vascia del corpo tra le gambe divaricate della picciotta premeva forte il ventre di lei, il petto di lei, e l’odore tanticchia asprigno del suo sudore non era pi nenti spiacevole, macari in quella situazione. Che pareva senza vie d’uscita. Tutto ’nzèmmula il commissario sentì alle sue spalle una rumorata di freni e una vuci che gridava:

«Fermati, porcu! Polizia! Lascia la picciotta!»

E si rese conto che quel poliziotto credeva di stare assistendo a una violenza carnale, a uno stupro. Era un equivoco più che giustificato.Voltò appena la testa e riconobbe uno dei so’ omini, l’agente Galluzzo. Ma- cari Galluzzo l’arriconobbe e si pietrificò.

«Co… co… co…» balbettò.

Voliva dire commissario e invece faciva il verso della gallina.

«Aiutami, è armata!» ansimò Montalbano.

Galluzzo era omo di pronte decisioni. Senza dire ai né bai, mollò un cazzotto sul mento della picciotta. La quale chiuì l’occhi e sciddricò, sbinuta, lungo il muro. Montalbano la scostò con dilicatizza, ma fece fatica a impadronirsi del revorbaro. Le dita della picciotta s’arrefutavano di lassare l’arma.

cinque

La carta d’identità, caduta ’n terra con le altre cose ch’erano nella borsa, dichiarava senza possibilità di dubbio che Rosanna Monaco, di Gerlando e di Marullo Concetta, abitante in Vigàta, via Fornace 37, era da appena qualichi misi maggiorenne. La carta era nova nova, segno che la picciotta se l’era fatta nesciri quanno era arrivata alla maggiore età. Di fronte alla liggi quindi pienamente responsabile delle so’ azioni. Stava assittata sulla seggia davanti alla scrivania del commissario, la testa calata a taliare il pavimento, le vrazza a pinnuluni, e da dù ore non c’era verso di farle raprire vucca.

«Mi dici di chi è il revolver?»

«Ce l’avevi per difesa?»

«Da chi volevi difenderti?»

«Ce l’avevi per sparare a qualcuno?»

«A chi volevi sparare?»

«Perché t’appostavi all’ingresso del tribunale?»

«Aspettavi qualcuno?»

Nenti. Doppo la forza, l’agilità, la sviltizza ritrovate all’improvviso durante quella silenziosa colluttazione che a Montalbano, a tratti, era parsa un intenso rapporto amoroso, ora era tornata a quella specie di tormentata impassibilità che aviva suscitato la curiosità del commissario fin dalla prima volta che l’aviva veduta. Sì, lo sapiva benissimo Montalbano che “tormentata impassibilità” era un ossimoro cretino, ma non trovava altre parole per definire quello che gli faciva veniri in mente l’atteggiamento di Rosanna.

S’arrisolse, non potivano andare avanti in questo modo.

«Mettila in sicurezza» ordinò a Galluzzo ch’era alla machina da scrivere per il verbale e che era arrini- sciuto a battere solo la data. «E portale qualcosa da mangiare e da bere.»

E doppo, isando la vuci:

«Io vado a parlare coi suoi genitori.»

L’aviva fatto apposta a dire apertamente la so’ ’ntinzioni, ma la picciotta manco parse avirlo sintuto. Prima di lasciare il commissariato, si fece spiegare da Fazio dov’era la via Fornace, gli disse di fare alcune cose, niscì, si mise in machina e partì.

La via era la secunna a dritta doppo quella dov’era successa la facenna del revorbaro. Non era asfaltata, s’appresentava già come una trazzera. Il nummaro 37 era una casa a un piano con allato un magazzino tanticchia più granni di un canile, però era meno sdirrupata delle altre. La porta della casa non era chiusa, via via che s’avvicinava Montalbano sentiva uno scomposto vociare. Dalla soglia gli parse di trovarsi davanti a qualichi cosa di mezzo tra l’asilo infantile e la scola elementari. Là dintra c’erano una mezza dozzina di picciliddri, andavano da un anno ai sette.

Una fìmmina d’età indefinibile, che tiniva in vrazzo un neonato, era ai fornelli di una cucina a legna. Non si vidiva un telefono, non si vidiva un frigorifero, non si vidiva un televisore. Ma non si trattava di povertà, pirchì i picciliddri erano vistuti boni e dal soffitto pinnivano caci e salami, doviva trattarsi d’arretratezza, di una mentalità che si trincerava nell’ignoranza.

«Chi voli?» spiò la fìmmina.

«Montalbano sono, commissario di pubblica sicurezza. C’è suo marito?»

«Chi voli da me’ maritu?»

«C’è o non c’è?»

«Nonsi, non c’è. è ’n campagna a travagliari, cu i figli granni.»

«E quando torna?»

«Stasira, alla scurata.»

«Lei è la signora Concetta Marullo?»

«Sissignura.»

«Ha una figlia di nome Rosanna?»

«Ho chista disgrazia.»

«Senta, abbiamo fermato sua figlia perché…»

«Minni futtu.»

«Non ho capito.»

«E iu ci l’arripetu: minni futtu. Pi mia putiti arristarla, ’ncarzararla, marinarla alla furca…»

«Abita qua con voi?»

«Nonsi, tri anni narrè la ittai fora di casa.»

«Perché?»

«Pirchì è una svrigugnata.»

«Perché dice che è una svergognata? Che ha fatto?»

«Chiddru ca fici, fici.»

«E sa dove abita adesso?»

«Ccà allatu. Me’ maritu, c’havi ’u cori bonu, ci desi ’u purcili pi durmiricci. E iddra ci si trova beni, pirchì ’u purcili è la vera casa so’.»

«Potrei vederlo?»

«‘U purcili? Certu. La porta unn’è chiusa.»

«Senta, sa se sua figlia ha motivi di rancore verso qualcuno?»

«Chi minchia nni sacciu, iu? Ci dissi ca sunnu anni ca nun la praticu. Nun sacciu nenti.»

«Un’ultima domanda: suo marito possiede un’arma?»

«Chi arma?»

«Un revolver.»

«Babbìa? Me’ maritu havi sulu un cuteddru pi tagliarisi ’u pani.»

«Appena torna, dica a suo marito di venire in commissariato.»

«Vidissi ca torna tardo e stanco.»

«Mi dispiace, l’aspetterò.»

Niscì con un principio di malo di testa, tutto il dialogo si era svolto a voce alta per sovrastare il bordello che faciva l’asilo infantile.

Il porcile, Rosanna l’aviva ripulito bene e qualichiduno aviva dato una passata di bianco alla pareti. A stento ci capevano una brandina, un tavolinetto, dù seggie. A taliarla da un’altra prospettiva, potiva macari essiri la cella di un convento di francescani. La cucina consisteva in un fornello a mattoni traforati. Per lavarsi, Rosanna adoperava una bacinella posata sul tavolino, l’acqua la pigliava da un pozzo poco distante che Montalbano aviva intravisto. Uno spago teso da una parete all’altra faciva da armuar: c’erano appinnuti dù vistita e un cappotto rivoltato. La biancheria era supra una seggia. Tutto di un’estrema povertà, ma pulitissimo. Non una foto, non un giornale, non un libro. Cercò, invano e a lungo, una littra, un pizzino, qualichi cosa di scritto.

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