La prima indagine di Montalbano
- Автор: Камиллери Андреа
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
- ISBN: 978-88-04-55020-4
- Жанр: Полицейские детективы
Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:
“E chista non è cosa da picciliddra” constatò Montalbano sciogliendosi a malincuore dall’abbraccio.
Aviva accominciato a capire, era stato bastevole quel piccolo contatto fisico che valiva più di un discorso di mille parole. Lei era tornata ad assittarsi sul paglione, calata un poco in avanti controllava l’orlo della gonna.
«Ti devo fare qualche domanda.»
«La facissi.»
«Quand’è stato che Cusumano… tu come lo chiami?»
«Pinu.»
«Quand’è stato che Pino ti ha detto di ammazzare il giudice Rosato?»
«Me lo scrisse una quinnicina di jorna prima di nesciri dal càrzaro.»
«Sei andata qualche volta di persona a trovarlo in carcere?»
«Una sola vota. Prima no, non mi facivano trasire pirchì ero minorenne. Ma Pinu mi mannava però i bi- gliettini.»
«Ma se non sai leggere!»
«Veru è. Ma chi mi portava i bigliettini mi li liggiva.»
«Dove sono questi bigliettini?»
«Pinu voliva che iu l’abbrusciassi. E iu l’abbrusciava.»
«Il revolver quando te l’ha dato?»
«Mi lu fici aviri da quella pirsona stissa ca mi portava i bigliettini.»
«Dopo che Pino è uscito dal carcere vi siete incontrati?»
«Ancora no.»
«E perché?»
«Pirchì prima aviva a ammazzari a ’u judici.»
«Ma scusami: se ammazzavi il giudice, tu a Pino non l’avresti più visto.»
«E pirchì?»
«Perché ti avrebbero arrestata. E per un omicidio lo sai quanti anni di galera sono?»
Lei rise, di gola, gettando la testa narrè.
«A mia non m’arristavano. C’erano dù omini di Pinu pronti a purtarimi fora da ’u tribunali appena ca iu sparava.»
«Vuoi dire che mentre tu sparavi due uomini di Cusumano avrebbero fatto un’azione diversiva che ti avrebbe permesso di scappare?»
«Sissi, una cosa accussì.»
«Sai che cosa?»
Rosanna ebbe una leggerissima esitazione.
«Ittavanu ’na bumma.»
Niente male, una bomba tra la folla come diversivo.
«E naturalmente tu a questi uomini non li conosci.»
«Nonsi.»
Montalbano ristò per un attimo pinsoso.
«Chi fici? S’ingiarmò?» spiò la picciotta.
Ci aviva pigliato gusto a rispunniri alle domande.
«No» disse il commissario. «Non mi sono ingiarmato. Riflettevo. Ammettiamo che tutto che quello che hai contato a Fazio e a me sia vero…»
Lei di colpo si susì addritta, tisa, le mano stritte a pugno lungo i scianchi.
«Veru è! Veru!»
«Calmati. Volevo sapere perché ti sei decisa a dirci tutto, a tirare in mezzo il tuo amante.»
«È un mancatore di parola.»
«Spiegati.»
«M’aviva dittu che se i sbirri mi pigliavano prima di sparari, iu nun mi faciva mancu una jornata di càrzaro, nisciva subitu. E inveci…»
«E invece si è scordato di te.»
Lei nun arrispunnì, l’occhi le si fecero nivuri nivuri.
«È troppo pigliato» disse Montalbano.
Lei diresse la vampa nivura dei so’ occhi nell’occhi del commissario. Ma non raprì vucca.
«Troppo pigliato a godirisi la mogliere frisca frisca che per tre anni non si è potuta godiri.»
Rosanna tiniva i pugna accussì sfritti ch’erano addivintati bianchi.
«E a tia ti ha levato dai cabasisi con questa minchiata dell’ammazzatina del judice Rosato.»
La picciotta era oramà arrivata al punto di rottura. Ancora una mezza parola e qualichi cosa sarebbe certamente capitata.
«E la prova che ti voleva pigliare pi fissa è nel fatto che il revorbaro che ti ha fatto aviri non potiva sparari, era scassato.»
La vitti espirare, anzi la sentì, pirchì lei tirando fora l’aria fece una rumorata stramma, precisa ’ntifica a quanno si riceve un cazzotto nella panza. Non lo sapiva che il revorbaro non avrebbe mai funzionato. E la cosa che doviva capitare capitò, ma non quella che s’aspittava il commissario. Rosanna si susì, si calò in avanti, agguantò l’orlo della gonna, si sfilò il vestito dalla testa, lo ittò ai pedi di Montalbano, restò, bellissima, una lama di luce, in mutandine e rggiseno.
«Ripigliati ’u vistitu. Da tia nun voglio nenti.»
E cominciò ad andargli contro. A lento. Montalbano letteralmente scappò verso la porta, niscì, la chiuì alle so’ spalle. Una volta, in un circo, aviva visto fare accussì a un domatore con una tigre che si era arribillata.
Poco prima che sonasse mezzojorno, s’arricampò Fazio.
«Dottore, notizia sicura. Cusumano Giuseppe è fuori paese. Torna o stasera tardi o domani a matino presto. Non dubiti che prima o poi l’agguanto e glielo porto.»
«Non ne dubito. Ho bisogno che sia fatto un controllo, ma non per via burocratica. Altrimenti perdiamo minimo minimo un mese.»
«Se posso.»
«Si tratta di sapere se è vera una cosa che mi ha detto la picciotta. E cioè che una simanata avanti che Cusumano fosse rimesso in libertà, lei è andata a trovarlo in carcere a Montelusa.»
«Dottore, se ci è andata dovrebbe risultare dal registro. Vado a fare una telefonata.»
Doppo manco deci minuti era nuovamente davanti al commissario.
«Tra un’ora me lo dicono.»
«Senti, abbiamo un televisore?»
«In commissariato? No. Ma il bar qua vicino ce l’ha. Ce lo facciamo accendere, se vuole.»
«Andiamo a pigliarci un cafè.»
Nel bar non c’era proprio nisciuno. Fazio, ch’era di casa come del resto tutti gli òmini del commissariato, disse al banchista d’addrumare la televisione e di sintonizzarla su Retelibera. Il notiziario era in corso.
Cose solite: due rapine in banche della provincia, una casa di campagna abbrusciata, un catàfero sconosciuto dintra a un pozzo. Doppo ci fu un’intervista a un sottosegretario che arriniscì a parlare per deci minuti senza che si capisse di che stava a parlare. Doppo ancora spuntò la faccia di Rosanna Monaco e Fazio, che non sapiva nenti, a momenti faciva cadiri il cafè dalla tazzina. Fuori campo, Nicolò Zito ripitì diligentemente quello che gli aviva detto il commissario e cioè che qualche appartenente alle famiglie che nell’ultimi quattro anni avevano avuto come cammarera eccetera eccetera.
«Bella pensata» commentò Fazio. «Ma lei crede che si presenterà qualcuno?»
«Ne sono certo. Quelli che non hanno niente da nascondere, lo faranno. Per farci vedere quanto sono rispettosi della legge. Quelli invece che hanno il carbone bagnato, fingeranno di non avere saputo del nostro invito. Ma noi riusciremo a sapere lo stesso i nomi di chi non si è voluto fare vivo. Con tanticchia di fortuna.»
Prima di andare a mangiare, istruì bono l’agente addetto al centralino: se qualichiduno telefonava per la picciotta, doviva essere invitato a venire in commissariato dalle quattro di doppopranzo in poi. Se invece qualichiduno era impidito, che lasciasse il nummaro telefonico.
Con la vucca che ancora sapiva di mare – le triglie erano un miracolo di frischizza – si fece una lunga passiata al molo, fino ad arrivare sutta al faro.
Aviva la sensazione fastiddiosa di stare sbagliando tutto, ma non arrinisciva a capire indovi stava l’errore. O forse l’errore stava propio nel suo modo di portare avanti l’indagine: si sentiva come chi si mette a fare il morto sull’acqua di mare e avverte che una leggera corrente lo sta trasportando. E allora, inerte, a quella corrente s’abbandona.
Quanno mise pedi in commissariato, Fazio non c’era. In compenso il centralinista l’informò che avivano telefonato cinco pirsone a proposito di Monaco Rosanna. Di questi cinco, quattro sarebbero venuti in ufficio dalle quattro a intervalli di mezzora l’uno dall’altro. Il quinto invece, il signor Trupiano Francesco, era impidito dalla ’nfruenza, non se la sintiva di nesciri di casa, il signor commissario, se voliva, potiva passare da lui a qualisisiasi ora. Dato che per il primo appuntamento mancava quasi un’orata e dato che il signor Trupiano abitava vicino, Montalbano s’addecise ad andarlo a trovare. Gli venne a raprire il signor Trupiano di pirsona, un vecchio sicco sicco, con la coppola in testa, i guanti di lana e una mantellina sulle spalle.