La prima indagine di Montalbano
- Автор: Камиллери Андреа
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
- ISBN: 978-88-04-55020-4
- Жанр: Полицейские детективы
Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:
«C’è un autobus per Vigàta?»
«Sì. Parte dal piazzale della stazione.»
Si fece una lunga caminata, fortunatamente tutta in discesa, per il corso e, arrivato al piazzale, dal tabellone degli orari apprese che un autobus era già partito, il prossimo ci sarebbe stato un’orata appresso.
Tambasiò lungo un viale alberato dal quale si vidiva nella sua interezza la Valle dei templi e, in fondo, la linea del mare. Tutt’altra cosa dei paesaggi quasi svizzeri di Mascalippa! Quanno tornò nel piazzale della stazione vitti che c’era un autobus fermo, su una fiancata la scritta: “Montelusa-Vigàta”.
Le portiere erano aperte. Acchianò da quella di davanti e sul primo gradino, dal quale si potiva vidiri l’interno, si fermò. A fermarlo non fu il fatto che l’autobus fosse vacante ad eccezione di una passeggera, ma che quella passeggera era propio la picciotta del tribunale.
Si era assittata in uno dei dù posti darrè all’autista, quello più vicino al finestrino, ma non taliava fora, taliava fisso davanti a sé e manco parse addunarsi della presenza di un passeggero che stava fermo sulla scaletta. Infatti Montalbano si stava spiando se non era il caso di ricorrere a una provocazione per cangiare in effettiva presenza la presenza-assenza della picciotta, vale a dire andare ad assittarsi nel sedile allato a lei, quando nell’autobus c’erano quarantanove posti liberi.
Ma che motivo aviva per agire accussì? Che faciva quella di malo? Nenti, faciva. E allura?
Acchianò e si andò ad assittare in uno dei dù posti ch’erano sulla stessa linea di quelli darrè all’autista: macari se di profilo, potivà continuare a vidiri la faccia della picciotta. Immobile, lei tiniva la borsa, appuiata sulle ginocchia, con le dù mano.
L’autista andò a pigliare posto, addrumò il motore. E proprio in quel momento si sentì un vocìo:
«Ferma! Ferma!»
Una quarantina e passa di giappunisi, tutti con gli occhiali, tutti sorridenti, tutti con la machina fotografica a tracolla, preceduti da un’affannata guida, andarono all’arrembaggio dell’autobus e occuparono tutti i posti vacanti.
Però nessun giappunisi s’assittò né allato a Montalbano né allato alla picciotta. L’autobus partì.
Alla prima firmata non ci furono scinnute e non ci furono acchianate. I giappunisi si contendevano i finestrini per scattare le foto in una guerra senza esclusione di colpi fatta con le armi di una cortesia letale. Alla secunna firmata, l’autista dovette isarisi dal suo sedile per aiutare una coppia di quasi centenari ad acchianare.
«Lei si segga qua» intimò l’autista a Montalbano indicandogli il posto allato alla picciotta.
Il commissario obbedì e i dù vecchi poterono accussì assittarsi l’uno vicino all’altra e compatirsi a vicenda.
La picciotta non si era spostata pi nenti, Montalbano, nel pigliare posto, dovette di necessità sfiorarle la gamba, ma lei non reagì al contatto, semplicemente la lasciò dov’era. Impacciato, il commissario orientò il suo corpo verso il corridoio centrale.
Con la coda dell’occhio le taliò le minne sode che s’alzavano e s’abbassavano sutta al vestitino di cotone al ritmo del respiro, e su quel movimento sintonizzò l’udito. Era un trucco che gli aviva insegnato il commissario Sanfilippo: arrinèsciri a percepire un rumore accordando l’udito alla vista. E infatti, lentamente, supra al parlottìo dei giappunisi, supra al rumore del motore, cominciò a percepire sempre più nitido il respiro di lei. Che era lungo e regolare, quasi una sciatata da sonno. Ma come accordare quel respiro alla domanda disperata, sì, disperata, che si leggeva nei so’ occhi? Le mano che tenevano ferma la borsa avevano dita lunghe, affusolate, eleganti, ma erano di pelle martoriata da travagli pisanti di campagna; le unghie qua e là spezzate avivano ancora tracce di smalto rosso. Era evidente che la picciotta da qualichi tempo si trascurava. E un’altra cosa notò il commissario, un’altra contraddizione all’apparente compostezza di lei: il pollice della mano dritta ogni tanto si mettteva a trimare senza che la picciotta se ne rendesse conto.
Alla firmata dei templi la comitiva giappunisa rumorosamente scinnì. Il commissario avrebbe potuto cangiare di posto, mettersi più commodo, ma non si cataminò. Passato di picca il cartello stratale che indicava il comincio del territorio di Vigàta, la picciotta si susì addritta.
Stava tanticchia curva per non sbattere con la testa contro la reticella portabagagli. Evidentemente doviva scinniri, ma restò a taliare Montalbano senza domandargli primisso, senza raprire vucca. Il commissario ebbe la sensazione che la picciotta lo taliasse non come un omo, ma come un oggetto, un indefinito ostacolo. Ma indovi aviva la testa?
«Vuole passare?»
La picciotta non disse né sì né no. Allura Montalbano si susì e si spostò nel corridoio per farle spazio. Lei arrivò all’altizza dei gradini e lì si fermò, una mano a tenere la borsa, l’altra a reggersi alla sbarra metallica che correva davanti ai dù posti indovi stava assittata la coppia d’anziani.
Fatti pochi metri, l’autista fermò, azionò la porta automatica, la picciotta scinnì.
«Un momento!» fece Montalbano a voce accussì acuta che l’autista si voltò a taliarlo sorpreso. «Non chiuda, devo scendere.»
La decisione l’aviva pigliata improvisa. Ma che minchiata stava facenno? Pirchì si era accussì fissato? Si taliò torno torno, era alla periferia vecchia di Vigàta indovi non sorgevano palazzi novi o grattacieli nani, c’erano solo case sdirrupate o che ancora si reggevano addritta sostenute da travi, case abitate da gente che campava poveramente non col porto o con traffici cittadini, ma coltivando ancora la campagna stenta del retroterra del paisi.
La picciotta era davanti a lui. Caminava con lintizza, quasi che non aviva gana di tornare. Ora tiniva la testa vascia, pariva che taliasse attentamente la terra sulla quale posava i pedi. Ma la vidiva la terra che taliava? Che cosa vidivano realmenti l’occhi so’?
La picciotta svoltò a mano dritta, imboccando una specie di vicolo che di notti doviva essere una scenografia ideale per una pellicola di fantasimi. Da un lato una fila di magazzini senza porte, i tetti sfondati; dall’altro una serie di casuzze disabitate e agonizzanti. Non passava, letteralmente, manco un cane.
“Ma che sto a fare qua?” si spiò il commissario come arrisbigliandosi da un sogno tinto.
E fece per tornare. Propio in quel momento però la picciotta variò, parse perdere l’equilibrio, lasciò cadi- ri la borsetta, fu costretta ad appuiarsi al muro di una casa. In prima, il commissario non seppe che fare. Ma subito doppo gli parse chiaro che la picciotta doviva aviri avuto un giramento di testa o qualichi cosa di simile, non aviva né truppicato né era inciampata contro una petra. Comunque era bisognevole d’aiuto e il suo intervento ora era più che giustificato. Le si avvicinò.
«Si sente male?»
L’urlo altissimo che fece la picciotta a sèntiri la so’ vuci fu accussì improviso e lacerante che Montalbano, pigliato alla sprovista, fece un salto narrè, scantato. La picciotta non l’aviva sintuto arrivare e le sue parole l’avevano riportata di colpo alla realtà. Ora taliava Montalbano con l’occhi sbarracati e lo vidiva per quello che era, un omo, uno sconosciuto che le aviva appena detto qualichi cosa.
«Si sente male?» ripeté il commissario.
La picciotta non arrispunnì. Principiò a calarsi in avanti, come al ralletatore, il vrazzo stiso, la mano aperta a ripigliare la borsa da terra.