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La prima indagine di Montalbano

Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:

Del commissario Salvo Montalbano credevamo ormai di sapere tutto: di conoscerne vita, morte e miracoli, i luoghi, i gusti, le compagnie… Ma il suo creatore, Camilleri, riserva ai suoi lettori ancora tante sorprese. Nei tre racconti di questo volume presenta un giovanissimo poliziotto, all’inizio della carriera, che intreccia una relazione non con la ben nota Livia, ma con una certa Mery; e il teatro delle sue indagini non è la solita Vigàta, ma uno sperduto paesino di montagna della Sicilia più segreta dal buffo nome di Mascalippa… Tra misteriose uccisioni di animali, ragazze troppo silenziose e troppo intriganti e il finto rapimento di una bambina, quello che risulta sempre familiare è l’incorruttibile carattere di Montalbano, con qualche intemperanza giovanile in più, ma già riconoscibile come uno dei più umani e amati protagonisti della narrativa italiana contemporanea.
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Appena arrivato in commissariato l’avvisarono che avivano telefonato da Mascalippa che il camioncino con le casse della robba sarebbe arrivato a Marinella alle cinque e mezza del doppopranzo. Naturalmente fece in modo di essere a Marinella alle cinque e un quarto, ma il camioncino portò dù ore di ritardo, arrivò che già scurava. Per di più l’autista si era fatto male a un vrazzo e quindi non era in condizione di scarricare le casse. Santianno come un turco, Montalbano se le incollò una appresso l’altra e alla fine s’arritrovò con una spalla slogata e una fitta d’ernia bilaterale. In compenso, l’autista pretese diecimila lire di mancia, non si sa bene a che titolo, forse come risarcimento morale per essere stato impossibilitato allo scarrico. Montalbano raprì solo una cascia, quella che conteneva il televisore. Nell’appartamento c’era già la presa dell’antenna ch’era installata sul tetto-solario, la collegò e addrumò, sintonizzandosi sul primo canale. Niente, pagliuzze bianche e una rumorata di friggitoria. Cercò gli altri canali, variava solo la quantità di pagliuzze e certe volte la friggitoria addivintava risacca o altoforno. Allora acchianò sul tetto-solario e si addunò che l’antenna era stata spostata, forse da qualche colpo di vento. Faticanno, arriniscì a girarla tanticchia. Quindi scinnì di cursa a taliare il televisore: ora le pagliuzze si erano cangiate in ectoplasmi, fantasmi in una friggitoria. Facendo zapping disperatamente, finalmente vitti chiara la faccia di uno speaker. Parlava arabo. Astutò la televisione e si andò ad assittare sulla verandina per farsi passare il nirbuso. Doppo decise di mangiare qualcosa, il pane scongelato l’infilò in forno per quadiarlo, e doppo si mangiò una scatola di tonno di Favignana con oglio e limone.

Pinsò che doviva assolutamente trovare qualichi fìmmina per tenere in ordine la casa, puliziare la biancheria e fargli da mangiare. Ora che aviva casa, non potiva arrangiare sempre da solo. Corcatosi, scoprì che non aviva nenti da leggere. Tutti i so’ libra stavano in due casse ancora chiuse, le più pesanti. Si susì, raprì la prima cassa e, naturalmente, non trovò quello che circava, il romanzo giallo di un francisi che si chiamava Magnan, intitolato Il sangue degli Atridi. L’aviva già liggiuto, ma gli piaciva per come era scritto. Raprì macari la seconda cassa. Il libro era propio in furino in funno. Taliò la copertina e lo posò in cima all’ultima pila: gli era pigliata una gran botta di sonno.

Arrivò tanticchia in ritardo, le nove e deci, pirchì non era arrinisciuto a trovare un posto per parcheggiare. Lei era lì, lo stisso vistito di cotonina, la stissa borsa, lo stisso sguardo sperso nei grandi occhi nivuri. Esattamente indovi l’aviva già vista dù volte, né un centimetro in più a dritta né un centimetro in meno a manca. Come uno di quelli che addimannano la limosina, che si scelgono un luogo d’elezione e lì stanno fino a quanno morino o qualichiduno non li porta in un ricovero. ’Stati o ’nvernu li vedi sempre lì. E macari lei addimannava qualichi cosa, la limosina no, questo era evidente, ma che cosa? Sulla porta dell’ascensore ci stava impiccicato un foglio a pennarello: “rotto”. Acchianò i tre piani e quanno trasì nell’aula nummaro cinco, che era una cammara chiuttosto nica, la trovò china di gente. Nisciuno gli spiò chi era e che veniva a fare.

S’assittò nell’ultima fila, allato a un tipo rosso di capelli che aviva in mano un quaterno e una pinna biro e che ogni tanto pigliava appunti.

«È da molto che è incominciato?» gli spiò.

«Il sipario si è alzato da dieci minuti. Sta recitando l’accusa.»

Che modo retorico d’esprimersi! Sipario! Recitare! Eppure, dall’aspetto, l’omo pariva un tipo concreto e asciutto.

«Scusi, perché ha detto che il sipario si è alzato? Non siamo a teatro.»

«Non lo siamo? Ma questo è tutto un teatro! Da dove viene lei, dalla luna?»

«Montalbano mi chiamo. Sono il nuovo commissario di Vigàta.»

«Piacere. Mi chiamo Zito e sono un giornalista. Ascolti l’accusa, la prego, e poi mi dirà se è teatro o no.»

Doppo una decina di minuti che quel signore con la toga parlava, al commissario venne un dubbio.

«Ma lei è sicuro che sia il Pubblico ministero?»

«Che le dicevo?» fece, trionfante, il giornalista Zito.

L’accusa aviva parlato preciso ’ntifico come se era la difesa. Aviva sostenuto che l’aggressione da parte di Cusumano Giuseppe c’era stata, è vero, ma bisognava considerare il particolare stato emotivo del giovane e il fatto che l’aggredito, il signor Melluso Gaspare, scendendo dalla macchina, aveva dato del cornuto al Cusumano. Domandò il minimo della pena e una caterva di attenuanti. A questo punto venne chiamata la guardia comunale.

Ma come si svolgeva quel processo? Quale ordine seguiva? La guardia disse di non avere visto praticamente niente perché era intento a parlare con dù cani randagi che gli facivano simpatia. Si era addunato della cosa quanno il Melluso era caduto a terra. Aviva pigliato il numero di targa della macchina che poi era risultata di proprietà del Cusumano e quindi aviva accompagnato al pronto soccorso il Melluso. A domanda del difensore, che altri non era che l’onorevole Torrisi, ammise di aver sentito distintamente la parola “cornuto” aleggiare da quelle parti, ma in coscienza non era in grado di dire da chi era stata detta. Con sua somma sorpresa, Montalbano si sentì chiamare. Finito il rituale delle generalità e dell’assicurazione di dire la verità, s’assittò ma, prima che potesse raprire vucca, si sentì rivolgere una domanda dall’onorevole Torrisi.

«Lei naturalmente ha udito il Melluso dare del cornuto al Cusumano?»

«No.»

«No? Come no? Ma se quella parola l’ha udita la guardia comunale che si trovava assai più distante da lei!»

«La guardia l’ha sentita è io no.»

«Ha l’udito debole, dottor Montalbano? Ha sofferto di otite da piccolo?»

Il commissario non arrispunnì e venne immediatamente licenziato. Poteva andarsene, ma volle ascutare l’arringa dell’onorevole. E fece bene, pirchì ebbe la rivelazione del “particolare stato emotivo” del picciotto. Dunque, tri anni avanti il Cusumano si era maritato con l’amata zita Lo Cascio Mariannina. Ebbene, alla nisciuta della chiesa, propio sul sagrato, era stato ammanettato da dù carrabinera per una cunnanna passata in giudicato. Insomma, quel fatale jorno della sciarra col Melluso, il Cusumano era appena nisciuto dal carcere e stava letteralmente volando tra le braccia della sua sposina per consumare quel matrimonio che fino ad allora era stato solo “rato”. Al sentirsi dare del cornuto, il giovane, che ancora non aveva colto il fiore che la Lo Cascio Mariannina aveva solo a lui dedicato…

E qui Montalbano, che non ne poteva più, e si tratteneva a malappena dal mettersi a vummitare, salutò il giornalista Zito e sinni niscì. Tanto, era sicuro che Cusumano se la sarebbe scapolata e che era grasso che colava se al suo posto non andava in càrzaro Melluso.

All’imbocco del corridoio che portava all’uscita, si bloccò. La picciotta si era spostata di dù passi in avanti e parlava con un quarantino sicco e capelluto, vistuto alla sanfasò, con un cravattino di quelli che usano solo certi avvocati. Il quarantino scosse la testa facendo ’nzinga di no e si diresse verso il giardino. La picciotta tornò al solito posto, alla solita immobilità. Montalbano le passò davanti, si trovò fora dal palazzo. Era inutile farsi domande, spirciarsi la testa sul pirchì e sul pircome, certamente quella picciotta non avrebbe avuto più modo d’incontrarla. E quindi tanto valiva scordarsela.

Ammàtula tentò di far partire la machina per tornarsene a Vigàta. Provò e riprovò, ma non ci fu verso. Che fare? Chiamare il commissariato e farsi veniri a pigliari? No, la facenna per la quali s’attrovava a Montelusa era facenna privata. S’arricordò che sulla strata del tribunale aviva visto un’autofficina. Ci andò a pedi e spiegò al capofficina la situazione. Questi fu gentile assà e fece accompagnare il commissario da un meccanico. Esaminato il motore, il meccanico diagnosticò un guasto al circuito elettrico. Nel tardo pomeriggio, e non prima, poteva passare dall’officina e ripigliarsela riparata. Montalbano gli consegnò le chiavi.

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