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La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]

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La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]
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Ma quelli non erano degli schiavi, e le loro ali erano spiegate, ampie e splendide e luminose, nei raggi gloriosi del sole, che pareva trarre da esse scintillii e lucori incantati. I loro corpi snelli, completamente nudi, erano lucenti come avorio levigato. E mentre sfrecciavano veloci nell’azzurro, scendendo verso la nave, parvero agli occhi di Carse di un’incredibile bellezza, una bellezza che le semplici parole e i semplici concetti umani non avrebbero mai saputo descrivere.

C’era un’affinità tra quelle splendide creature del cielo e i Nuotatori. I Nuotatori erano i perfetti figli del mare, e questi esseri erano fratelli del vento e della nube e delle limpide, profonde immensità del cielo. Era come se la mano maestra di un divino scultore li avesse foggiati entrambi, Nuotatori e Celesti, traendoli dai rispettivi elementi originari, modellandoli in sembianze di forza e grazia che li liberavano da ogni impaccio terreno degli esseri umani, legati alla terra e lenti e pesanti per il contatto con essa; perché l’ignoto artefice aveva fatto di loro dei sogni meravigliosi, materializzati in carne e sangue e felicità.

Jaxart, che in quel momento era al timone, gridò:

«Esploratori da Khondor!»

Carse salì sulla piattaforma. Gli uomini si radunarono sul ponte, seguendo con lo sguardo la discesa dei quattro Celesti che fendevano l’aria con le loro grandi ali.

Carse guardò verso prua, dove Lorn, lo schiavo alato, se ne stava in solitudine, ormai da giorni, cupo e triste e pensieroso, senza rivolgere la parola a nessuno, guardando il cielo e pensando forse alla perduta libertà delle sue ali mozzate. Ma ora il Celeste era in piedi, diritto e orgoglioso, e uno dei quattro uomini alati venuti dal cielo si posò accanto a lui.

Gli altri si posarono invece sulla piattaforma, ripiegando le ali luminose con un intenso fruscio.

Salutarono Jaxart, chiamandolo per nome, e poi guardarono con palese curiosità la lunga galera nera, e la ciurma di uomini duri e feroci che la governava; ma la loro curiosità si fissò soprattutto, e palesemente, su Carse. C’era qualcosa, in quel loro sguardo penetrante, che ricordò al terrestre gli occhi di Shallah, e quel pensiero gli diede una bizzarra inquietudine, uno strano, prolungato brivido senza un vero motivo.

«Questo è il nostro capo,» disse Jaxart. «Un barbaro che viene di lontano, da regioni selvagge e sconosciute di Marte, ma anche un uomo valoroso, e pronto di spirito e d’ingegno. Certo i Nuotatori vi avranno raccontato tutto, vi avranno narrato in qual modo egli si sia impadronito, allo stesso tempo, della nave e di Ywain di Sark.»

«Sì.» Essi si rivolsero a Carse, e lo salutarono, con espressione grave e solenne.

Il terrestre disse:

«Jaxart mi ha detto che tutti coloro che combattono Sark possono vivere da uomini liberi, nella libertà di Khondor. Io chiedo di potere esercitare questo diritto.»

«E noi porteremo la tua domanda a Rold, che regge il Consiglio dei Re del Mare di Khondor.»

I Khond che si trovavano sul ponte, mescolati alla ciurma, cominciarono a chiamare i Celesti, gridando i loro messaggi, le loro domande, le parole ansiose di uomini che erano stati per troppo tempo lontani da casa e dalle loro famiglie, che avevano conosciuto una dura schiavitù e avevano forse disperato di poter riacquistare un giorno la libertà perduta. Ci furono molte domande, e i Celesti risposero a tutti, con la loro voce limpida e melodiosa, e dopo qualche tempo, quando il tumulto e la commozione si furono quietati, essi spiccarono di nuovo il volo dalla piattaforma, con le grandi ali spiegate, sfrecciando nell’azzurro, sempre più in alto, fino a scomparire in lontananza, come minuscoli punti sfavillanti.

Lorn rimase a prua, diritto, e li seguì con lo sguardo, fino a quando non rimase altro che l’immensità azzurra e deserta del cielo, dall’uno all’altro orizzonte.

«Presto saremo a Khondor,» disse Jaxart, e Carse si voltò, per rispondergli. Ma un oscuro, improvviso istinto lo indusse a voltarsi di nuovo, a guardare verso prua, e allora vide che Lorn era scomparso.

Non c’era alcun segno del Celeste nell’acqua bianca e lucente. Si era gettato in mare in silenzio, e doveva essere affondato di peso, come un uccello che annega, trascinato dal peso delle sue inutili ali.

Jaxart aveva seguito la direzione dello sguardo di Carse, e dopo qualche istante fu lui a rompere il silenzio, borbottando:

«L’ha voluto lui, ed è stato meglio.» Poi aggiunse un’aspra imprecazione contro i Sark, e Carse sorrise, un sorriso amaro e minaccioso a un tempo.

«Coraggio,» disse. «Possiamo ancora batterli, e far pagare loro tutto ciò che hanno fatto. Dimmi… come mai Khondor ha saputo resistere, là dove Valkis e Jekkara sono cadute?»

«Perché neppure le potenti armi scientifiche dei perversi alleati di Sark, dei Dhuviani, possono arrivare fin là. Capirai il perché quando vedrai Khondor.»

Prima di mezzogiorno, avvistarono la terraferma: una lontana costa rocciosa e inaccessibile. Gli scogli s’innalzavano diritti, invalicabili, dal mare, e al di là degli scogli torreggiava una catena di montagne boscose, simile a una titanica muraglia naturale. Di quando in quando, uno stretto fiordo dalle ripide pareti faceva da scudo a un villaggio di pescatori, e qualche altro villaggio sorgeva solitario e isolato sugli alti pascoli erbosi. Milioni di uccelli marini avevano il loro nido sugli erti scogli, circondati da un bianco collare di fiamma e schiuma luminosa.

Carse mandò Boghaz in cabina, a prendere Ywain. Lei era rimasta là, sotto buona guardia, e Carse non l’aveva più vista dal giorno dell’ammutinamento… se non in una occasione.

Era stata la prima notte dopo l’ammutinamento. Carse, insieme a Boghaz e a Jaxart, era stato intento a esaminare gli strani strumenti che avevano trovato nella piccola cabina interna, quella che era stata occupata dal Dhuviano.

«Queste sono le armi Dhuviane, che soltanto i figli del Serpente sanno come usare,» aveva dichiarato Boghaz. «Ora noi sappiamo per quale motivo Ywain non si sia fatta accompagnare da nessuna nave di scorta. Non ne aveva bisogno, quando un Dhuviano era a bordo della sua galera, e portava con sé le sue misteriose armi.

Jaxart guardò gli strani congegni con una mescolanza di disprezzo, di disgusto e di paura.

«La scienza del Serpente maledetto! Dovremmo gettare queste armi in mare, dietro al corpo di quel fetido figlio di Caer Dhu!»

«No,» aveva esclamato Carse, osservando con attenzione gli strumenti. «Se fosse possibile scoprire il funzionamento di queste armi…»

Aveva dovuto ben presto arrendersi alla constatazione che sarebbe stato impossibile scoprire il segreto delle armi Dhuviane, senza uno studio prolungato. Certo, lui era uno scienziato; la sua specializzazione in archeologia planetaria gli aveva permesso di compiere studi approfonditi nelle più diverse discipline scientifiche, e non dubitava che, con un sufficiente periodo di studio, anche il segreto delle armi di Caer Dhu gli sarebbe diventato palese, almeno entro certi limili. Ma sapeva anche che quella era la scienza di un mondo alieno, una scienza perduta da centinaia di secoli, una scienza della quale era scomparso perfino il ricordo. L’impresa sarebbe stata lunga, e certamente non avrebbe potuto tentarla a bordo della galera.

Quegli strumenti erano stati costruiti da una scienza e da una tecnologia aliene, sotto tutti i punti di vista, da una scienza e da una tecnologia che non avevano alcun punto di contatto con quelle della Terra… una scienza e una tecnologia che avevano saputo creare quel vortice nello spazio e nel tempo, che sapevano manipolare la materia e il tempo in un modo che i più grandi scienziati della Terra ancora non riuscivano a sognare. Quelle armi appartenevano alla scienza di Rhiannon, e anzi ne rappresentavano solo una piccola parte… una parte minima, elementare, se doveva dare ascolto alle leggende.

Carse era riuscito a riconoscere il piccolo apparecchio ipnotico che il Dhuviano aveva usato contro di lui, nel buio. Si trattava di una piccola ruota di metallo, che portava incastonate delle stelle di cristallo, e che si poteva far girare con una lieve pressione del dito. E quando aveva messo in moto la ruota, essa aveva sospirato una nota limpida, armoniosa, una sommessa melodia che gli aveva fatto gelare il sangue, al ricordo della terribile prova alla quale era stato sottoposto, e che lo aveva indotto a interrompere frettolosamente l’esperimento, e a riporre in un canto il congegno.

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