La carezza della paura [The Pet - it]
- Автор: Грант Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-0762-2
- Переводчик: Paola Formenti
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:
Pensò a Chris, pensò a come poteva essere fatta sotto il maglione e si domandò quante persone sapessero esattamente com’era, e pensò al motivo per cui era andata a parlargli.
Pensò alle Regole.
Pensò a come avrebbe dovuto fare per venirne fuori prima di crollare e finire in un letto, come un invalido moribondo.
Infine non pensò più a niente.
A mezzanotte si risvegliò.
Per un istante non seppe aggrapparsi a nessun pensiero, ma poi sorrise sentendo dentro di sé una sosta di assestamento. Si guardò il torace e rimase sorpreso nel vedere che aveva i vestiti bagnati; si toccò i capelli, madidi di sudore; toccò il letto e lo sentì umido. Ma non si mosse, perché aveva ancora bisogno di assestarsi. Era l’unico modo in cui riusciva a descrivere quella sensazione: una massa leggera raggruppata su una distesa piena di orizzonti, qualcosa che si muoveva e si assestava e che poi si trasformava in qualcosa di più solido, di più compatto, di incredibilmente più duro.
Allungò le mani, la toccò ed era calda, era rossa e si adattava perfettamente alla forma della sua mano. Poi, per un istante, mentre la osservava, la paura rimase sospesa sopra di lui, come una nuvola minacciosa che brontola prima di emettere il primo tuono. Eppure, nonostante il caldo, il rosso, la durezza, si trattava di qualcosa di estremamente confortante, qualcosa di familiare.
Era sua; era lui.
Un sorriso, appena abbozzato.
Si spostò sull’orlo del letto, toccò terra con i piedi e si aggrappò al materasso.
Accese la luce sopra la testiera e distolse lo sguardo dalla lampadina per abituare gli occhi. Si sporse in avanti con eccitazione, preparandosi a spiegare al suo amico quanto gli era appena successo.
Ma non ci riuscì.
Riuscì solo ad aprire la bocca per emettere un urlo senza suono.
Il poster era ancora là, attaccato sopra la scrivania.
La foresta, la strada, il sole che tramontava.
Il poster era là.
Ma qualcuno aveva cercato di distruggere il cavallo nero. Era leggermente graffiato, come se un coltello o una penna avessero cercato di grattare via l’immagine per lasciare soltanto il paesaggio.
7
L’alba di domenica non venne illuminata dal sole. Pioveva, un acquazzone potente che riempiva i tombini delle strade con una velocità inarrestabile e trasformava i vialetti delle case in torrenti marroni. Aggredite dall’acqua, le foglie cadevano per strada e sui marciapiedi, e il vento attorcigliava intorno ai cavi della luce le decorazioni per la Festa di Ashford attaccate ai lampioni del viale. Il parco era deserto. Una manciata di pedoni si affrettava di negozio in negozio, affollando le pasticcerie piene di focaccine dolci e calde, torte e tartine. Le macchine transitavano rumorosamente. Gli autobus schizzavano acqua dalle pozzanghere fino all’altezza delle spalle. I fari erano appena sufficienti per vederci anche in pieno giorno.
Quando il temporale si attenuò, continuò a piovigginare. E sembrava più freddo per via dell’oscurità. Le pozzanghere non avevano riflessi, dalle finestre non si vedeva niente di chiaro; il vento era calato, ma la gente continuava a tener chiusi i baveri e aperti gli ombrelli e quando si sentiva il rintocco di una campana proveniente dall’altra parte della città, rimbombava come la sirena di una nave che sta per fare il suo ingresso in porto.
Anche nella stanza di Don la luce era tetra, ma lui non se ne accorse. Sedeva sul letto con la schiena appoggiata alla parete, e fissava il poster con gli occhi gonfi e arrossati e le mani immobili sui fianchi. Aveva indosso solo i calzoni corti e il torace si muoveva appena al ritmo del respiro.
Sua madre era andata a controllarlo subito dopo la colazione e lui l’aveva fissata finché non l’aveva vista girarsi e chiudere la porta. Suo padre non si era fatto vedere.
Non gliene importava niente.
Stava concentrandosi sulla preparazione di una nuova lista di Regole.
Squillò il telefono.
Tracey balzò in piedi dal divano e si precipitò in cucina, ma non fece in tempo ad arrivare perché sua madre aveva già risposto. Una zia, almeno così sembrava, e Tracey rimase ad aspettare finché capì che doveva trattarsi di una delle solite conversazioni domenicali lunghissime che si mescolavano agli aromi della cena e alla tranquillità dei pomeriggi, quando la casa era immersa in una pace ordinata, per desiderio di suo padre.
Più tardi, pensò; chiamerò Don più tardi.
Brian era preoccupato per le dimensioni del suo collo. Gli era capitato molte volte di fermarsi davanti allo specchio dell’ingresso, prima di uscire di casa, per controllare che non stesse diventando troppo tozzo, troppo largo. Non aveva intenzione di finire come Tar o Fleet, con il collo che si confondeva con le spalle. Voleva apparire il più normale possibile. Gli stronzi là fuori sostenevano che il collo largo fosse una caratteristica delle persone dementi e stupide e lui non si faceva illusioni — quando avesse finito la sua carriera di professionista sui campi da gioco, avrebbe dovuto cavarsela con un lavoro vero, e non si ottengono lavori seri se si ha un aspetto stupido, gonfio, con una faccia che sembra essere stata investita da un branco di elefanti.
Sistemò lo specchietto retrovisore e tirò il collo del maglione per assicurarsi che non era cambiato niente in quegli ultimi cinque minuti.
« Gesù Cristo », urlò Tar, rannicchiandosi sul sedile. « Ti spiacerebbe, per l’amor del cielo, stare attento a dove stai andando? »
Si sentì la tromba di un autobus. Brian diede una violenta sterzata a destra, un’altra a sinistra, e sorrise mentre la macchina cercava di tenere sull’asfalto bagnato e scivoloso. «Niente paura.»
«Niente paura un accidente, amico», ribatté Tar. Si curvò fino a toccare il cruscotto con le ginocchia, con la testa che si intravedeva a malapena dal finestrino.
«Coniglio!» esclamò Brian con un sorriso.
«Attento.»
Si mise a ridere, scosse il capo e lasciò il viale per deviare in una strada laterale completamente allagata. Erano diretti verso l’appartamento sotto la scuola e dopo essersi dato un’ulteriore controllatina al collo, Brian sbirciò sul sedile posteriore per assicurarsi che non avessero dimenticato niente.
«Continuo a pensare», mormorò Tar, «che avremmo dovuto far venire anche Fleet, sai? Diavolo, è stata soprattutto una idea sua.»
Brian alzò le spalle. Non gliene importava un fico secco. Fleet Robinson era praticamente uscito dal giro da quando si era messo a filare con Amanda Adler. Amanda non era poi così male, considerando che non era ben fornita né di tette né di culo. Forse glielo faceva tirare con qualcos’altro. Sorrise. Forse era così.
Tar aveva ragione, comunque. Fleet avrebbe dovuto essere lì con loro, mentre stavano per entrare in un posto che Dio si era completamente dimenticato di pulire. Le case erano vecchie e cadenti; c’era fango dovunque, dal momento che era piovuto, e le ciminiere delle fabbriche sovrastavano tristemente le punte degli alberi. Potevi a malapena credere di essere nella stessa città, e Brian si chiese come mai tutte le ragazze che venivano da lì avessero corpi così belli.
«Cristo, che porcile!» esclamò Tar, con il mento incollato al torace. Aveva i capelli corti, scuri, molto sfumati sopra le orecchie; il viso sembrava esangue in quella luce tetra del tardo pomeriggio. Annusò l’aria mentre tastava il taschino alla ricerca di una sigaretta, la accese e abbassò il finestrino per fare uscire il fumo. Brian odiava il fumo.
Un’altra svolta e Brian rallentò, proseguendo a passo d’uomo. Da quando avevano lasciato il viale, non avevano incontrato una singola macchina, una singola persona. Si cena presto tra i campagnoli, pensò. Fece schioccare le dita, mentre Tar, sbuffando, si rimetteva seduto e prendeva le borse di plastica dal sedile posteriore. Le sistemò per bene tra le gambe e abbassò il finestrino un altro po’. Nonostante gli elastici che tenevano chiuse le borse, si percepiva l’odore e lui si ripulì le mani sui jeans.