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La corona di spade

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La corona di spade
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I carri uscirono in fila, i cavalli aggiogati, le tele di copertura e gli anelli di sostegno in ferro abbassati. Kiruna e le altre Sorelle che avevano prestato giuramento erano tutte raggruppate nel primo, e non ne erano molto contente. Avevano smesso di protestare non appena avevano visto che era inutile, ma Perrin sentiva ancora mormorii di rabbia. Almeno avevano un mezzo di trasporto. I loro Custodi proseguivano a piedi intorno al carro, silenziosi e duri, mentre le Aes Sedai prigioniere erano anche loro in piedi, rigide, ma raggruppate e circondate dalle Sapienti che non erano con Rand, ovvero tutte tranne Sorilea e Amys. I Custodi delle prigioniere le osservavano torvi in un altro gruppo a circa cento passi di distanza, l’immagine stessa di una gelida morte in attesa, nonostante le ferite e i siswai’aman che li controllavano. A parte il grosso cavallo nero di Kiruna, con le redini in mano a Rand, e la giumenta color topo dalle caviglie sottili che era stata assegnata a Min, tutti i cavalli delle Aes Sedai e dei Custodi che non erano stati consegnati agli Asha’man — o usati per rimpiazzare qualche cavallo da tiro per i carri, cosa che tra i proprietari aveva scatenato un’agitazione superiore al fatto di dover camminare! — erano legati in una lunga fila e attaccati alle porte posteriori dei carri.

«Flinn, Grady, voi lo credete?»

Uno degli Asha’man che aspettava di entrare nel passaggio, il tizio tarchiato con la faccia da contadino, aveva osservato Rand incerto, poi aveva spostato lo sguardo sull’uomo anziano e rugoso che zoppicava. Entrambi avevano appuntata sul colletto della giubba una spada d’argento, ma non il Drago. «Solo uno sciocco pensa che i suoi amici se ne restino inermi quando lui non guarda, mio lord Drago» citò il vecchio con un tono di voce duro. Parlava come un soldato.

«Tu che ne pensi, Dashiva?»

Dashiva era trasalito. Sembrava sorpreso che qualcuno si fosse rivolto a lui. «Io... sono cresciuto in una fattoria.» Si era sistemato il cinturone benché non ne avesse bisogno. In teoria si esercitavano con la spada quanto con il Potere, ma non sembrava che Dashiva ne riconoscesse un capo dall’altro. «Non ne so molto sul fatto di avere dei nemici.» Nonostante l’imbarazzo, era parso in qualche modo insolente, ma in fondo tutto il gruppo di Asha’man sembrava essere stato svezzato nell’arroganza.

«Se resterai con me,» gli aveva spiegato Rand «lo imparerai.» Il suo sorriso aveva dato i brividi a Perrin. Rand aveva sorriso anche mentre ordinava agli altri di varcare il passaggio, come se dall’altro lato sarebbero stati attaccati. Aveva detto loro che c’erano nemici ovunque. Dovevano ricordarlo sempre. C’erano nemici ovunque e non si sapeva mai chi fossero.

L’esodo continuava ininterrotto. I carri si mossero con un rumore sordo dai Pozzi di Dumai a Cairhien, e le Sorelle sistemate nel primo ricordavano delle statue di ghiaccio traballanti. I loro Custodi camminavano accanto al carro, con le mani serrate sulle else delle spade e gli occhi che non si soffermavano mai su un solo punto. Ovviamente pensavano che le loro Aes Sedai avessero bisogno di protezione tanto da quelli che erano già presenti sulla collina quanto da nemici che avrebbero potuto apparire all’improvviso. Le Sapienti marciavano fra le prigioniere in loro custodia; alcune di loro usavano dei bastoni per spronare le Aes Sedai, anche se le Sorelle stavano facendo uno splendido lavoro nel fingere che non vi fossero né Sapienti né bastoni. Arrivarono i gai’shain Shaido, in una colonna formata da file di quattro elementi sotto lo sguardo di una sola Fanciulla. La ragazza indicò un punto dove non sarebbero stati d’intralcio poi scattò per unirsi alle altre Far Dareis Mai, e i gai’shain si inginocchiarono dove lei aveva ordinato, rimanendo in fila nudi come vermi e fieri come aquile. I Custodi rimanenti arrivarono controllati dalle loro guardie, ed emanavano un tale concentrato di furia che Perrin riusciva a fiutarlo al di sopra di qualsiasi altro odore. Furono seguiti da Rhuarc con gli altri siswai’aman e le Fanciulle, e da altri quattro Asha’man, ognuno che guidava due cavalli, uno per sé e uno per ognuno dei primi quattro. Fu poi il turno di Nurelle con le sue Guardie Alate, che avevano fra le mani le loro lance con i guidoni rossi.

Gli uomini di Mayene erano molto fieri di essere stati lasciati come retroguardia, continuavano a ridere e a vantarsi con i Cairhienesi su cosa avrebbero fatto se fossero tornati gli Shaido, anche se per la verità non erano proprio in coda. Per ultimo venne Rand in groppa al castrone di Kiruna e Min sulla sua giumenta. Sorilea e Amys camminavano da un lato del cavallo nero, Nandera e una mezza dozzina di Fanciulle dall’altro, e Dashiva conduceva una giumenta baia in fondo alla processione. Il passaggio lampeggiò e scomparve, Dashiva batté le palpebre e osservò sorridendo debolmente il punto dove prima l’aveva aperto, quindi si arrampicò goffamente in sella. Sembrava che parlasse da solo, ma con ogni probabilità il motivo era la spada incastrata fra le gambe, che l’aveva quasi fatto cadere. Di certo non poteva essere già pazzo.

La collina era coperta da un vero e proprio esercito, allineato per fronteggiare un attacco che era chiaro non si sarebbe verificato. Un esercito piccolo, in verità, solo qualche migliaio di uomini, ma sarebbe sembrato comunque ragguardevole prima che gli Aiel portassero i loro gruppi oltre il Muro del Drago. Rand ispezionò la campagna circostante mentre andava lentamente verso Perrin. Le due Sapienti lo seguirono da vicino, parlando sottovoce mentre l’osservavano. Lo seguirono anche Nandera e le Fanciulle che controllavano tutto il resto. Se Rand fosse stato un lupo, Perrin avrebbe detto che stava fiutando l’aria. Teneva lo scettro del Drago davanti a sé sopra la sella, la lama di una lancia lunga sessanta centimetri, decorata con dei tasselli verdi e bianchi e dei Draghi incisi su di essa; di tanto in tanto lo soppesava fra le mani, come per ricordarsi della sua esistenza.

Quando ebbe raggiunto Perrin, Rand lo studiò con la stessa attenzione che aveva riservato al territorio circostante. «Mi fido di te» disse alla fine, annuendo. Min si mosse e Rand aggiunse: «Anche di te, Min. E di te, Loial.» L’Ogier era a disagio e lanciò un’occhiata esitante a Perrin. Rand si guardò attorno, scrutò gli Aiel, gli Asha’man e tutti gli altri. «Sono così pochi quelli di cui posso fidarmi» sussurrò esausto. Il suo odore era un miscuglio che sarebbe bastato per due uomini. Rabbia e paura, determinazione e disperazione. Intessuta fra tutti quei sentimenti c’era la stanchezza.

Rimani sano, avrebbe voluto dirgli Perrin, resisti. Fu il senso di colpa a trattenerlo. Gli avrebbe detto quelle cose perché lui era il Drago Rinato, non perché era un suo amico d’infanzia. Certo, desiderava che il suo amico rimanesse sano, ma il Drago Rinato ‘doveva’ rimanere sano.

«Mio lord Drago» gridò a un tratto uno degli Asha’man. Era poco più che un ragazzo, almeno dall’aspetto, con grandi occhi scuri simili quasi a quelli di una ragazza, e sul colletto non aveva né la spada né il Drago, ma il suo portamento era fiero. Perrin aveva sentito il suo nome, Narishma. «A sudovest.»

Tra gli alberi, a circa un chilometro e mezzo di distanza, era apparsa una figura, una donna che correva tenendosi la gonna. Agli occhi di Perrin, era chiaramente un’Aiel. Supponeva che fosse una Sapiente, anche se non poteva davvero esserne sicuro solo vedendola. L’apparizione di quella donna scatenò tutto il suo nervosismo. L’arrivo di qualcuno proprio nel punto dov’erano apparsi saltando fuori da un passaggio non poteva essere una buona notizia. Gli Shaido stavano già causando problemi a Cairhien quando Perrin era partito alla ricerca di Rand, ma per gli Aiel una Sapiente era una Sapiente, indipendentemente dal clan di appartenenza. Si scambiavano visite come si trattasse di prendere un tè da un vicino mentre i loro clan si combattevano a morte. Due Aiel che stavano tentando di uccidersi a vicenda si sarebbero fatti indietro se una Sapiente avesse cercato di passare fra loro. Forse la battaglia del giorno prima aveva cambiato anche quello, forse no. Perrin sospirò afflitto. Nella migliore delle ipotesi non poteva trattarsi di buone notizie.

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