La corona di spade
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #7
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La corona di spade». Краткое содержание книги:
«Verrà fatto come ordini, Car’a’carn.» Dopo essersi aggiustata lo scialle con fermezza, la vecchia Sapiente rugosa si rivolse alle tre Sorelle. «Tornate dalle vostre amiche fino a quando non troverò qualcuna che vi prenda per mano.» Lo sguardo torvo di Bera fu una reazione prevedibile, come anche quella di Kiruna, che divenne gelida. Alanna guardò a terra rassegnata, quasi imbronciata. Sorilea non voleva sentire ragioni. Batté le mani e fece un gesto come se stesse cacciando via delle galline. «Be’? Muovetevi! Muovetevi!»
Le Aes Sedai si lasciarono raggruppare con riluttanza, facendo sembrare che stessero andando solo dove desideravano loro. Dopo essersi unita a Sorilea, Amys sussurrò qualcosa che Perrin non riuscì a sentire bene, anche se fu evidentemente colta dalle tre Aes Sedai. Si bloccarono di colpo, girandosi a guardare le Sapienti con espressioni sbigottite. Sorilea batté di nuovo le mani, più forte di prima, e fece lo stesso gesto, ma con maggior energia.
Perrin si grattò la barba e lanciò un’occhiata a Rhuarc. Il capoclan rispose con un accenno di sorriso e si strinse nelle spalle. Affari delle Sapienti. Per lui andava bene; gli Aiel erano fatalisti come i lupi. A quel punto Perrin lanciò un’occhiata a Gedwyn. L’uomo stava osservando Sorilea che faceva la predica alle Aes Sedai. No, stava osservando le Aes Sedai, una volpe che puntava le galline in un pollaio appena fuori della sua portata. Forse le Sapienti saranno meglio degli Asha’man, pensò Perrin. Devono esserlo. Se anche Rand aveva notato quello scambio, lo ignorò. «Tu, Taim, riporta gli Asha’man alla Torre Nera non appena le Sapienti assumono il controllo delle prigioniere. Subito, e ricorda cosa ho detto riguardo gli arruolamenti.»
«Non posso di certo dimenticarlo, mio signore» rispose asciutto l’uomo in giubba nera. «Mi occuperò del viaggio personalmente, ma se posso permettermi ancora una volta... Hai bisogno di una guardia d’onore adeguata.»
«Ne abbiamo già parlato» rispose brusco Rand. «Ho un uso migliore per gli Asha’man. Se avessi bisogno di una scorta d’onore, quelli che resteranno con me andranno bene. Perrin, vorresti...»
«Mio lord Drago,» l’interruppe Taim «hai bisogno di più di qualche Asha’man attorno a te.»
Rand si voltò verso Taim. Il suo volto ricordava quello di un’Aes Sedai per quanto era inespressivo, ma l’odore che emanava fece venire voglia a Perrin di abbassare le orecchie. La rabbia tagliente svanì d’improvviso trasformandosi in un misto di curiosità e cautela, una sottile e accorta, l’altra nebulosa; poi una furia omicida le consumò entrambe. Rand scosse appena il capo e il suo odore si trasformò in ferrea determinazione. Nessun odore di nessuna persona cambiava con tale velocità. Mai.
Privo di quel fiuto, Taim faceva affidamento unicamente sui suoi occhi, e vide solo che Rand scuoteva appena il capo. «Pensaci» disse. «Hai scelto quattro Dedicati e quattro soldati. Dovresti avere degli Asha’man.» Questa parte Perrin non la capì; pensava che fossero ‘tutti’ Asha’man.
«Credi che non possa addestrarli bene come fai tu?» La voce di Rand era sommessa, come il rumore di una lama che viene sfoderata.
«Penso che il lord Drago abbia troppo da fare per insegnare» rispose sereno Taim, anche se Perrin percepì di nuovo l’odore di rabbia. «È troppo importante. Prendi uomini che hanno bisogno di poco addestramento. Posso scegliere quelli che sono più avanti...»
«Uno» Lo interruppe Rand. «E sarò io a scegliere.» Taim sorrise allargando le mani in segno di consenso, ma l’odore di frustrazione superò quasi quello della rabbia. Rand indicò di nuovo senza guardare. «Lui.» Stavolta fu sorpreso di accorgersi che stava indicando un uomo di mezza età seduto su un barile capovolto dall’altro lato del circolo di carri, un uomo che non prestava alcuna attenzione a quanto stava succedendo intorno a Rand. Con il gomito appoggiato su una gamba e il mento su una mano, osservava invece le prigioniere Aes Sedai. La spada e il Drago risplendevano sul colletto alto della giubba nera. «Come si chiama?»
«Dashiva» ripose lentamente Taim studiando Rand. Il suo odore era di sorpresa, persino maggiore di quella di Rand, e irritazione. «Corlan Dashiva. Di una fattoria delle Colline Nere.»
«Andrà bene» rispose Rand, ma nemmeno lui ne sembrava sicuro.
«La forza di Dashiva cresce velocemente, ma ha quasi sempre la testa fra le nuvole. Anche quando non è distratto, non è mai del tutto presente. Forse è solo un sognatore, o forse la contaminazione di saidin gli ha già toccato il cervello. Sarebbe meglio se ti prendessi Torval o Rochaid o...»
L’opposizione di Taim sembrò spazzare via l’incertezza di Rand. «Ho detto che Dashiva va bene. Digli di venire con me, poi consegna le prigioniere alle Sapienti e vai via. Non ho intenzione di starmene qui a discutere tutto il giorno. Perrin, fai preparare tutti alla partenza. Vieni da me quando sono pronti.» Rand se ne andò senza aggiungere una parola, con Min sottobraccio e Nandera e Sulin che lo seguivano come ombre. Gli occhi scuri di Taim brillavano, quindi l’uomo in giubba nera si allontanò, chiamando a piena voce Gedwyn e Rochaid, Torval e Kisman. Gli Asha’man corsero da lui.
Perrin fece una smorfia. Nonostante tutto quello che doveva dire a Rand, non aveva aperto bocca nemmeno una volta. Forse gli sarebbe andata meglio una volta lontano dalle Aes Sedai, le Sapienti e Taim.
Per lui non c’era molto da fare. In teoria adesso era al comando, visto che era stato a capo del salvataggio, ma Rhuarc sapeva meglio di lui cosa andava fatto e la parola di Dobraine e Havien era sufficiente per i Cairhienesi e gli uomini di Mayene. I due volevano ancora parlargli, ma si trattennero fino a che non rimasero soli con Perrin, e questi chiese loro cosa volevano.
A quel punto Havien sbottò: «Lord Perrin, si tratta del lord Drago. Tutte quelle ricerche fra i corpi...»
«Ci è sembrato un po’... eccessivo» lo interruppe senza difficoltà Dobraine. «Siamo preoccupati, come potrai capire. Molte cose dipendono da lui.» Aveva l’aspetto di un soldato e lo era, ma era anche un nobile cairhienese molto esperto nel Gioco delle Casate, e parlava con grande accortezza, come tutti gli altri Cairhienesi.
Perrin al contrario non era abituato al Gioco delle Casate. «È ancora sano» rispose senza mezzi termini. Dobraine annuì, come per dire che era ovvio, e sollevò le spalle come a intendere che lui quella domanda non aveva avuto alcuna intenzione di porla. Havien, però, divenne paonazzo. Mentre li guardava andare dai loro uomini, Perrin scosse il capo. Sperò di aver detto la verità.
Dopo aver riunito gli uomini dei Fiumi Gemelli, disse loro di sellare i cavalli e ignorò tutti gli inchini, la maggior parte dei quali furono repentini. Anche Faile sosteneva che talvolta gli uomini dei Fiumi Gemelli esageravano con le riverenze, che stavano ancora cercando di capire come comportarsi con un lord. Perrin prese in considerazione l’idea di gridare: ‘Non sono un lord!’, ma l’aveva già fatto altre volte e non aveva mai funzionato.
Quando tutti corsero verso i loro animali, Dannil Lewin e Ban al’Seen rimasero indietro. I due erano cugini, ricordavano entrambi dei pali e si somigliavano molto, anche se Dannil aveva baffi simili a corna capovolte, nello stile tarabonese, mentre Ban si era tagliato i capelli secondo la moda dell’Arad Doman e aveva il naso a forma di piccone. I profughi avevano portato molte novità nei Fiumi Gemelli.
«Quegli Asha’man vengono con noi?» chiese Dannil. Quando Perrin scosse il capo il ragazzo sospirò talmente forte che i baffi tremarono.
«E le Aes Sedai?» chiese ansioso Ban. «Adesso saranno liberate, vero? Voglio dire, adesso Rand è libero. Il lord Drago intendo. Non possono rimanere prigioniere, non delle Aes Sedai.»
«Fate in modo che siano tutti pronti a mettersi in marcia» rispose Perrin. «Lasciate che sia Rand a preoccuparsi delle Aes Sedai.» I due sussultarono nella stessa maniera, si somigliavano anche in quello. Perrin si carezzò i baffi preoccupato, poi si tolse di scatto la mano dal mento. Quando un uomo faceva quel gesto sembrava che avesse le pulci.