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La corona di spade

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La corona di spade
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«Lascia perdere le prigioniere» le disse Rand. «Rimarranno a lungo tali.»

«Ma io continuo a sentire che c’è qualcosa d’importante in loro, se solo riuscissi a isolarla. Qualcosa che hai bisogno di conoscere.»

«‘Quando non sai tutto, devi andare avanti con quello che sai’» citò Rand sarcastico. «Sembra che io non sappia mai tutto, anzi, la maggior parte delle volte so pochissimo, ma sai anche tu che non abbiamo scelta: dobbiamo andare avanti.» Non era affatto una domanda.

Arrivò Loial, con una camminata energica, anche se era visibilmente stanco. «Rand, dicono di essere pronti a partire, ma hai promesso di parlarmi finché il ricordo è fresco.» A un tratto le orecchie gli tremarono per l’imbarazzo e la sua voce tuonante divenne lamentosa. «Mi dispiace. So che non è divertente, ma io devo sapere. Per il libro. Per le Epoche.»

Rand si alzò ridendo e tirò il bavero della giacca dell’Ogier. «Per le Epoche? Gli scrittori parlano tutti in questa maniera? Non preoccuparti, Loial. Sarà ancora una storia completa quando te la racconterò. Non dimenticherò nulla!» Per quanto Rand sorridesse, emanava un odore acido e funesto, che però si dissipò subito. «Ma ti racconterò tutto solo a Cairhien, dopo che ci saremo fatti un bel bagno e avremo dormito in un letto vero.» Fece cenno a Dashiva di avvicinarsi.

L’uomo non era macilento, eppure sembrava tale a causa della sua andatura incerta e strascicante, con le mani incrociate all’altezza della vita. «Mio lord Drago?» rispose chinando il capo.

«Sei in grado di aprire un passaggio, Dashiva?»

«Certo.» Dashiva cominciò a sfregarsi le mani e inumidire le labbra di continuo, e Perrin si chiese se era sempre tanto agitato o se lo era solo quando parlava con il Drago Rinato. «Il M’shael insegna a viaggiare non appena urto studente mostra di essere abbastanza forte.»

«Il M’shael?» ripeté Rand sbattendo le palpebre.

«È il titolo di lord Mazrim Taim, mio lord Drago. Significa ‘capo’ nella lingua antica.» L’uomo riuscì a fare un sorriso che era al tempo stesso ansioso e condiscendente. «Ho letto molto alla fattoria. Tutti i libri che portavano i venditori ambulanti.»

«Il M’shael» mormorò Rand in tono di disapprovazione. «Be’, lasciamo stare. Aprimi un passaggio per farmi arrivare vicino a Cairhien, Dashiva. È ora che controlli cos’è successo nel mondo in mia assenza e che provvedimenti dovrò prendere a riguardo.» Detto questo Rand rise mesto e, alle orecchie di Perrin, quella risata suonò raccapricciante.

3

La collina dell’Alba Dorata

Sull’ampia cima di una collina bassa diversi chilometri a est della città di Cairhien, ben lontano da strade e abitazioni, apparve una sottile linea di luce verticale, più alta di un uomo a cavallo. Il terreno declinava in ogni direzione con una lieve pendenza, ed erano visibili solo sporadici cespugli per più di un chilometro e mezzo, fino alla foresta circostante. L’erba secca cadde a terra mentre quella luce parve ruotare per allargarsi in un varco quadrato che si aprì a mezz’aria. I pezzi di erba caduti erano tagliati di netto, con una precisione che avrebbe fatto invidia al migliore dei rasoi. Tutto causato da un buco nell’aria.

Quando il passaggio fu del tutto aperto, ne emerse un fiume di Aiel velari, uomini e Fanciulle, che si sparpagliarono in tutte le direzioni per circondare la collina. Quasi nascosti dal torrente umano, quattro Asha’man dallo sguardo penetrante presero posizione agli angoli del passaggio, scrutando con cautela la foresta circostante. Non si muoveva null’altro che il vento, la polvere, l’erba alta e i rami in lontananza, eppure ogni Asha’man studiava i dintorni con il fervore di un falco affamato alla ricerca di un coniglio. Un coniglio terrorizzato da un falco forse sarebbe stato altrettanto attento, ma non avrebbe avuto quell’aria minacciosa.

Il flusso umano non ebbe alcuna interruzione. Subito dopo gli Aiel, si riversarono fuori i Cairhienesi a cavallo, soldati che uscivano due alla volta, con la bandiera cremisi della Luce che si sollevò sulle loro teste non appena oltrepassò il passaggio. Dobraine fece allineare i suoi uomini da un lato senza fare una pausa e iniziò a disporli in formazione lungo il pendio, con tanto di elmetti e guanti, ordinati in ranghi precisi e con le lance sollevate alla stessa angolazione. I più esperti erano già tutti pronti a partire all’attacco in qualsiasi direzione, a un semplice cenno.

Subito dopo i Cairhienesi uscì Perrin in groppa a Stepper, il cavallo passò con un solo movimento dalla collina sotto i Pozzi di Dumai a quella di Cairhien e il giovane si abbassò involontariamente. Il margine superiore dell’apertura era ben più alto della sua testa, ma lui aveva visto i danni che poteva provocare un passaggio e non aveva alcun desiderio di provare se era sicuro o meno rimanere immobili. Loial e Aram lo seguirono da vicino — l’Ogier, a piedi e con l’ascia dal manico lungo sulla spalla, dovette piegare le ginocchia — e poi vennero gli uomini dei Fiumi Gemelli, che rimasero accovacciati in sella anche dopo essere usciti dal passaggio. Rad al’Dai portava la bandiera con la testa di lupo rossa, lo stendardo di Perrin secondo quanto dicevano tutti, e Tell Lewin quella con l’aquila rossa.

Perrin cercò di non guardarle, soprattutto la seconda. Gli uomini dei Fiumi Gemelli volevano che le cose funzionassero in entrambi i sensi. Lui era un lord, per cui doveva avere delle bandiere. Era un lord, ma quando comandava di far sparire quei maledetti vessilli, la cosa non durava mai a lungo. La testa rossa di lupo gli dava una definizione che lui rifiutava, mentre l’aquila... Più di duemila anni dopo che il Manetheren era sparito con le Guerre Trolloc, quasi mille dopo che Andor aveva inglobato nelle sue terre parte di ciò che era stato il Manetheren, quella bandiera equivaleva ancora a un atto di ribellione per gli Andorani. Nella testa di alcuni uomini ancora vagavano le leggende. Certo, gli abitanti dei Fiumi Gemelli avevano da qualche generazione la vaga consapevolezza di essere Andorani, ma le idee delle regine non cambiavano con facilità.

In un giorno che gli sembrava già assai lontano, Perrin aveva incontrato la nuova regina di Andor, nella Pietra di Tear. All’epoca non era ancora regina — e non lo era tuttora, in realtà, non prima di essere incoronata a Caemlyn — ma Elayne gli era parsa una ragazza gradevole e graziosa, anche se a lui non piacevano le donne con i capelli chiari. Un po’ piena di sé, ovviamente, in quanto erede al trono. Era anche molto presa da Rand, a giudicare da come si appartava con lui. Rand aveva intenzione di darle non solo il trono del Leone di Andor, ma anche quello del Sole di Cairhien. Di certo sarebbe stata abbastanza grata da ignorare una bandiera con un’aquila che in fondo non significava nulla. Osservando gli uomini che si schieravano dietro quegli stendardi, Perrin scosse il capo. In ogni caso, era una preoccupazione per un altro giorno.

Fra i suoi conterranei non c’era nulla che somigliasse all’ordine e alla precisione dei soldati. Erano quasi tutti ragazzi, come Tod, contadini e figli di pastori, eppure sapevano cosa fare. Ogni quinto uomo prendeva le redini degli animali dei quattro che lo precedevano mentre i cavalieri smontavano velocemente, con i lunghi archi già pronti. Quelli a terra si disponevano in file disordinate e si guardavano intorno più che altro con molto interesse, ma controllavano le faretre con mani esperte e maneggiavano gli archi con familiarità, i grandi archi dei Fiumi Gemelli, che anche tesi erano alti quasi quanto un uomo. Con quegli archi potevano scagliare le frecce più lontano di quanto qualsiasi uomo al di fuori dei Fiumi Gemelli potesse credere possibile, e colpire il bersaglio.

Perrin sperava che quel giorno non sarebbe successo nulla di simile. Talvolta sognava un mondo dove non ce ne sarebbe mai stato bisogno. E Rand...

«Credi che i miei nemici se ne siano rimasti a dormire mentre io ero... via?» aveva chiesto di colpo Rand mentre aspettavano che Dashiva aprisse il passaggio. Indossava una giubba che aveva trovato in uno dei carri, di lana verde e dal taglio elegante, ma certo non il tipo di abito che ormai era solito portare. A meno che non avesse strappato la giubba di dosso a un Custode o tolto il cadin’sor a un Aiel, in tutto l’accampamento non c’era altro che potesse andargli bene. In verità, a giudicare da come aveva fatto perquisire i carri il giorno prima e anche quella stessa mattina, sembrava volesse continuare a indossare seta e ricami.

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