La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]
- Автор: Брэкетт Ли Дуглас
- Год: 1956
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Beata Della Frattina
- Жанр: Героическая фантастика
Электронная книга - «La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]». Краткое содержание книги:
«Non abbiate paura. Il Serpente è morto! Jaxart… vuoi ripulire la nave?»
Prima di obbedire, Jaxart si fermò, e lanciò uno sguardo bizzarro a Carse.
«Come hai fatto a sapere che è morto?» domandò.
«Sono stato io a ucciderlo,» rispose Carse.
Tutti gli uomini lo guardarono, allora, con espressioni nuove e attonite, e nei loro occhi c’era un grande timore, come se egli fosse stato un essere sovrumano, e non un loro compagno. Tra le file dei ribelli si diffuse un mormorio, una voce che crebbe tutt’intorno, soffocata dall’eco lontano di ima oscura paura.
«Egli ha ucciso il Serpente!…»
Accompagnato da un altro uomo, Jaxart entrò di nuovo nella cabina, e portò fuori il cadavere. Un pesante silenzio cadde allora sul ponte. Nessuno parlò, e molti trattennero il respiro. La piccola folla si aprì, facendo ala al passaggio, scostandosi fino a creare un ampio corridoio, attraverso il quale i due portatori del cadavere passarono lentamente, avvicinandosi al parapetto della nave. Anche nella morte, il nero corpo informe, avvolto dal pesante mantello, il corpo senza volto, celato dal cappuccio nero come il mantello, era il simbolo del male, di un orrore antico e senza nome.
Carse dovette lottare nuovamente contro quella paura gelida e repellente, e contro quell’impeto di collera strana. Con uno sforzo di volontà, si costrinse a guardare.
Nell’immobilità del crepuscolo, il tonfo che il cadavere fece, cadendo, risuonò sorprendentemente alto e sinistro. Nel mare di fiamma bianca, ondulati cerchi concentrici di fiammelle guizzanti si formarono, e si spensero lontano, confondendosi con la bianca distesa.
Allora gli uomini ricominciarono a parlare. E cominciarono a gridare frasi oscene e offensive all’indirizzo di Ywain, minacciandola e schernendola in ogni maniera. Qualcuno chiese a gran voce il sangue della principessa, e molti si sarebbero avventati su per la scaletta, decisi a torturarla orribilmente e a ucciderla, se Carse non li avesse minacciati, con la grande spada sguainata, ergendosi come un difensore davanti alla scaletta.
«No! È il nostro ostaggio, e vale tanto oro quanto pesa!» gridò.
Non spiegò in qual modo avrebbe potuto usare la principessa, né entrò in particolari, ma sapeva che quelle argomentazioni sarebbero state sufficienti a soddisfarli, almeno per il momento. E per quanto egli potesse odiare Ywain, detestava l’idea di vederla torturare e fare a pezzi da quel branco di belve feroci, che poco o nulla avevano di umano.
Cercò di spostare su un altro argomento l’attenzione dei ribelli.
«Ora che abbiamo vinto e la nave è nostra, dobbiamo eleggere un capo. Chi scegliete?»
C’era una sola risposta possibile, a questa domanda. Il nome di Carse salì al cielo, urlato dai ribelli, ripetuto fino ad assordarlo, e Carse, nell’udire il suo nome scandito come un grido di battaglia, fu pervaso da un senso di esultanza, da una gioia selvaggia che per qualche istante lo inebriò completamente. Dopo quei giorni di umiliazione e di tormento, era meraviglioso sapere di essere di nuovo un uomo libero, un uomo vero, perfino in un mondo alieno e minaccioso.
Gridò, per dominare il tumulto, e quando riuscì a farsi udire, disse:
«Va bene! Adesso, ascoltatemi! I Sark ci uccideranno lentamente, tra le più atroci torture, per quello che abbiamo fatto… se ci prenderanno. Così, ascoltate bene il mio piano! Noi ci uniremo ai liberi naviganti, ai Re del Mare che regnano a Khondor!»
Tutti accettarono fino all’ultimo uomo, senza un attimo di esitazione, e il nome di Khondor risuonò alto nel cielo del crepuscolo.
I Khond che si trovavano tra gli schiavi parevano impazziti, in preda a una selvaggia esultanza. Uno di loro strappò una lunga striscia di stoffa gialla dalla tunica di un soldato morto che giaceva scompostamente sul ponte, e ne fece una bandiera, che issò sul pennone dove fino a poco prima aveva sventolato lo stendardo col drago di Sark.
Obbedendo all’ordine di Carse, subito Jaxart assunse il comando della nuova ciurma della galera, e Boghaz riportò in cabina Ywain, e ve la rinchiuse, Gli uomini si dispersero per tutta la galera, ansiosi di liberarsi dei cerchi di ferro che ancora stringevano i loro polsi, o delle catene che ancora appesantivano i loro movimenti, ansiosi di depredare i cadaveri dei soldati, prendendo i loro abiti e le loro armi, e ancor più ansiosi di tuffarsi negli otri di vino. Solo Naram e Sballali rimasero, con i grandi occhi fissi su Carse, negli ultimi chiarori del tramonto.
«Voi non siete d’accordo?» domandò Carse.
Negli occhi di Shallah ardeva quella stessa luce strana, soprannaturale, che il terrestre già vi aveva visto una volta.
«Tu sei uno straniero,» disse lei, con voce sommessa e dolce, «Straniero per noi, e straniero per il nostro mondo. E ripeto che posso avvertire in te un’ombra oscura, un’ombra che mi fa paura, perché tu la porterai con te ovunque tu vada.»
Poi gli voltò le spalle, e Naram disse:
«Ora noi ritorniamo a casa.»
I due Nuotatori rimasero fermi, immoti, per un breve momento, sul basso parapetto. Ora essi erano liberi, liberi delle loro catene, e i loro corpi erano pervasi da una gioia intensa, una gioia così grande che quasi faceva male. Si inarcarono per un momento, tesi, sicuri, gioiosi, e svanirono al di là del parapetto.
Dopo un momento, Carse li rivide. Saltavano e s’immergevano gioiosi, come delfini, s’inseguivano e si superavano scherzosamente, si chiamavano con quelle loro voci limpide e dolci, sollevando dalle onde spruzzi di pura fiamma, traendo riverberi colorati dalla grande distesa bianca che giungeva al lontano, cupo orizzonte.
Deimos era già alto nel cielo della sera; gli ultimi chiarori del crepuscolo erano già svaniti, e Fobos apparve a oriente, come una nuova, luminosa scintilla, e cominciò la sua veloce scalata della grande, tenebrosa cupola del cielo notturno. Il mare si trasformò in una distesa di liquido argento. I Nuotatori si allontanarono veloci e sicuri, verso occidente, seguiti da due lunghe scie di fuoco, una traccia di argenteo scintillare che si fondeva in luce liquida e impallidiva poco a poco.
La galera nera faceva rotta per Khondor, con tutte le vele spiegate e turgide, giganti oscuri nello sfondo liquido del cielo notturno. E Carse rimase dov’era, ritto sulla piattaforma, con la spada di Rhiannon stretta tra le mani.
Capitolo X
I RE DEL MARE
Carse era appoggiato al parapetto, e stava guardando il mare, immensa distesa che lambiva il lontano orizzonte, quando giunsero i Celesti. Tempo e distanza erano ormai dietro le loro spalle e dietro la galera, come una lunga scia che seguiva la nave. E in quel periodo, Carse aveva potuto riposare. Ora indossava tin gonnellino pulito, e una nuova tunica, si era lavato e sbarbato, e ormai le ferite si erano rimarginate, sulla schiena e nel resto del corpo. Era ritornato padrone degli ornamenti che gli erano stati rubati, prima da Boghaz e poi da Scyld, e l’elsa della lunga spada sfavillava, con il suo fantastico gioiello, sopra la sua spalla sinistra.
Boghaz, in quel momento, era accanto a lui. Boghaz era sempre al silo fianco, dovunque egli andasse, in qualsiasi punto della nave si trovasse. Il grasso Valkisiano puntò il braccio verso il cielo occidentale, ed esclamò:
«Guarda lassù!»
Dapprima, Carse pensò che in lontananza fosse apparso un gran volo di uccelli, forse uno stormo che migrava al di sopra delle acque. Ma poi, mano a mano che si avvicinarono, diventarono sempre più grandi, e infine egli capì che si trattava di uomini, o meglio di quasi-umani, Halfling della stessa specie dello schiavo dalle ali mozzate.