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Rhialto il meraviglioso [Rhialto the Marvellous - it]

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Rhialto il meraviglioso [Rhialto the Marvellous - it]
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Rhialto sbuffò, seccato. «Non ho intenzione di trattenermi a far pasti e banchetti in Shir-Shan. A pensarci bene, forse era preferibile che andaste voi».

«Impossibile! L’uomo più adatto alla missione siete voi. Non avrete che da portarvi laggiù, mettere il Perciplex nella bisaccia e tornare al tempo presente. Un po’ di entusiasmo, Rhialto! Siete pronto?».

«Non ancora. Devo chiarire come far ritorno al presente».

«Un ottimo quesito». Ildefonse accennò a Sarsem di avvicinarsi. «Qual è l’esatta procedura?».

«Non rientra nelle mie competenze saperlo», disse il Sandestin. «Io posso proiettare Rhialto nel passato, attraverso molti Eoni, ma da li in poi dovrà cavarsela coi suoi mezzi, caro Signore».

«Rhialto, non imprecate così», pregò Ildefonse. «Sarsem, parliamoci chiaro: come dovrà agire per programmare un esatto ritorno?».

«Suppongo che potrà confidare nelle capacità di Osherl».

«Risposta soddisfacente!», stabilì Ildefonse. «In Osherl si può avere senz’altro la massima fiducia, lo attesto personalmente».

Basandosi su un’illustrazione dell’Almanacco, Rhialto si vestì con blusa e pantaloni neri, curando di allacciarsi la cintura a sinistra, e si disse pronto. Osherl si ritirò nel suo contenitore, e Sarsem fece apparire nell’aria il vortice di energia temporale che li avrebbe trasferiti nel lontanissimo passato.

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Quando Rhialto ritrovò l’equilibrio e aprì gli occhi, si accorse che i suoi sensi venivano colpiti da una luce viva e colma di tonalità rosa e arancio. Il luogo in cui l’energia temporale l’aveva portato era un’ampia vallata, cinta da dirupi su cui torreggiavano picchi alti più di un chilometro. Il monolito che nel futuro sarebbe stato conosciuto come Punta Eclisse, svettava su tutti gli altri, con la sommità celata da bianchi vapori di nuvole.

Il cielo era sereno, e l’aria gravida di odori non del tutto familiari. A un primo sguardo Rhialto ebbe l’impressione che la valle fosse del tutto deserta ma poi, in lontananza, vide piantagioni di quelli che sembravano meloni, e filari di viti sui fianchi terrosi delle colline meridionali.

Con sollievo notò che il punto di riferimento indicatogli da Sarsem — uno spunzone di roccia basaltica fiancheggiato da tre giovani cipressi — era dove doveva essere, anche se “giovani” non gli sembrava l’aggettivo adatto a descrivere i tre massicci e nodosi alberi. Gettò un’occhiata circolare alla zona e poi si avviò verso la caverna.

Secondo il calcolo di Sarsem, quello doveva essere il tempo immediatamente successivo alla visita fatta da lui. Ildefonse aveva cercato di precisare l’esatta misura di quell’intervallo: «Un secondo dopo? Un minuto dopo? Oppure un’ora?».

L’attenzione di Rhialto era stata però distratta da Osherl, che si lamentava di qualcosa circa i punti della sua ipoteca, ed aveva sentito soltanto un frammento della risposta di Sarsem: «… Accurato al più alto grado!». E poi: «… occasionalmente un curioso effetto di torsione-riflusso nelle suture intertemporali…».

Ildefonse aveva posto un’altra domanda, e ancora una volta la voce querula di Osherl che pretendeva un compenso maggiore aveva coperto la risposta di Sarsem, di cui Rhialto aveva afferrato solo: «… spesso inferiore alla millesima parte dell’uno per cento, all’incirca, il che è tuttavia da considerarsi soddisfacente». Ildefonse aveva fatto notare che l’uno per cento di cinque Eoni poteva essere un periodo di tempo notevole, ma il Sandestin aveva scartato quell’argomentazione con un gesto d’indifferenza.

L’ingresso del cunicolo era però diversissimo da come glielo aveva descritto Sarsem: invece di una crepatura a stento agibile nella parete di gabbro, Rhialto vide con sorpresa una vera e propria porta alta un metro e ottanta, decorata con una fantasiosa cornice di conchiglie porporine. Il pavimento era coperto da uno strato di ghiaia bianca.

Rhialto sussurrò un’imprecazione fra i denti. Qualcosa era chiaramente andato storto. Accese un fuoco fatuo, s’inoltrò nel cunicolo, e dieci passi più avanti si fermò a esaminare la parete. In questo, almeno, Sarsem era stato preciso: all’altezza della sua testa c’era una fessura, quella in cui il Sandestin aveva nascosto il Perciplex.

Gli occorse poco per constatare che il loculo era vuoto, ma quella spiacevole novità non lo stupì eccessivamente. Nell’aria stagnava un odore indefinibile, di natura organica, e la caverna centrale aveva l’aria di essere abitata.

Rhialto evitò di entrare a controllarla, tornò all’esterno e si mise a sedere su un macigno. Da li a poco vide che più in basso, sul fondovalle, un uomo anziano avanzava sul sentiero serpeggiante diretto al fiume. Era minuto, con una gran massa di capelli bianchi e una faccia sottile dalla carnagione azzurrina. Portava un abito a striscie bianche e nere, sandali con suole sporgenti di lunghezza esagerata, ed una spessa cintura affibbiata a sinistra. Quell’abbigliamento parve a Rhialto molto più bislacco e poco pratico del suo e, con una smorfia, si chiese dove avesse trovato origine una moda di quel genere.

Poco entusiasta all’idea di dover cominciare un’indagine, Rhialto si ficcò in un orecchio il traduttore auricolare, raccolse la sacca e scese a balzelloni verso il sentiero. Il vecchio procedeva con andatura decisamente veloce, a tratti lasciando il passo di marcia per quello di corsa e, pur avendo notato l’avvicinarsi di Rhialto, non gli prestò alcuna attenzione: trottando agilmente aggirò un ammasso di rocce e passò oltre. Rhialto fu costretto a inseguirlo.

«Ehi, voi! Signore…», lo chiamò. «Fermatevi un momento. Che bisogno c’è di correre tanto? Diavolo, alla vostra età, un uomo dovrebbe evitare di strapazzarsi a questo modo!».

L’altro acconsentì ad aspettarlo. «Non c’è pericolo. Se mi strapazzassi quanto un riccone, sarei morto vent’anni fa».

«Capisco il vostro ragionamento. Tuttavia di solito la robustezza fisica del povero è dovuta alla frusta del ricco, e non vedo fruste a spronarvi. Che cosa vi porta fra queste alture desolate?».

«Diciamo che preferisco essere qui invece che fuori sulle pianure, dove la confusione regna suprema. E voi? Dalla scarsa eleganza dei vostri abiti, si direbbe che veniate da qualche terra lontana e incivile».

«Una moda diversa, è vero», disse Rhialto. «In effetti io sono uno studioso, mandato qui per cercare un oggetto importante dal punto di vista scientifico».

Il vecchio lo scrutò sospettosamente. «Sul serio? Per quel che ne so io, non c’è nulla del genere in un raggio di almeno cento chilometri. Salvo forse lo scheletro di una mia capra con due teste».

«Ciò che interessa a me è un cristallo. Un prisma azzurro alto un palmo circa, che avrebbe dovuto trovarsi in una caverna qui vicino. Ma non l’ho trovato».

L’altro sputò a terra, pensosamente. «Bah! La mia personale esperienza di prismi, storici o meno, è scarsuccia. Ho già visto la caverna che avete indicato, ma un bel po’ di tempo fa, quando ancora gli Esistenti non ci abitavano. A quel tempo era appena un buco nella roccia».

«Quanto tempo fa? Lo ricordate?».

Il vecchio si tastò il naso, anormalmente lungo. «Lasciatemi fare il calcolo… fu quando avevo ancora quel cialtrone di Nedde a mietermi l’orzo… Garler non aveva ancora preso moglie. Per la terza volta, intendo. Però aveva già costruito quel suo ridicolo granaio. Uh… direi trentun anni fa».

Rhialto non seppe reprimere un borbottio scontento. «E questi Esistenti, che potete dirmi di loro?».

«Molti se ne sono tornati su Canopo. Non erano contenti del clima, se ben ricordo. Ne sono rimasti due, che comunque vestono con decenza e pagano puntualmente i debiti, e questo è più di quel che posso dire del mio figliastro, anche se non sono sicuro che consentirei a mia figlia di sposare un Esistente… Ma non sentite questo tintinnio? Sono proprio loro. Tornano ora da una funzione al loro circolo sociale».

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