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La carezza della paura [The Pet - it]

Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:

Quale sarà la prossima vittima dello squartatore, il mostro del New Jersey? Il timido Donald Boyd, capace di parlare solo con creature immaginarie di sua invenzione, assalito dal mostro, viene salvato da uno stallone nero che da allora lo difenderà sempre, apparendo dal nulla. Per Donald è la lotta contro una nuova inspiegabile ossessione.
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«Sei stato alla partita?»

«No. Ho avuto … altre cose da fare.»

Alzò le sopracciglia. «Abbiamo vinto.»

«Vinciamo sempre.»

«Davvero?»

«Ogni anno», rispose lui, facendo chiaramente capire che da qualche parte c’era un libro pieno di cose che riteneva più importanti, oppure meno noiose. «Specialmente da quando Tar e Brian fanno parte della squadra.»

«Oh?» lei socchiuse gli occhi. «Vieni da Beacher più tardi?»

«Non so. Forse. Dipende dai miei.»

Si rizzò improvvisamente, e lui temette di aver detto qualche cosa di offensivo. Chris aveva un’espressione scura sul volto, dagli occhi le partivano rughe lunghe e profonde, che la rendevano più vecchia e che trasformavano i suoi capelli soffici e chiari in una parrucca da strega, le sue guance morbide in un muso ossuto. Quella trasformazione lo sorprese e si scostò leggermente da lei, non riuscendo a sostenere il suo sguardo. Guardò a destra e notò con sgomento la station wagon che si avvicinava.

Ah, merda, pensò; non adesso.

«Sei nei guai, eh?» gli disse lei con comprensione.

Non poté fare a meno di annuire.

«Merda. Anch’io.»

«Eh? Tu?»

«Oh, certo», rispose Chris con velenoso disgusto, e ogni parola aveva il rumore di una frustata. «Succede sempre così, ormai mi sto abituando. Mi dicono: conosci qualche ragazzo, va’ a qualche festa, fatti socia di qualche club. Ne avrai bisogno, Christine, per la domanda al college. Avrai bisogno di tutto.» Sbuffò e si sforzò di fare un bel sorriso mentre la station wagon entrava lentamente nel vialetto. «Sai, Don, senza offesa, ma c’è molta merda nella tua scuola.»

«Non mi offendo. È vero.»

Il suo sorriso, quando si voltò verso di lui, era spontaneo; abbastanza persistente per essere notato; poi scomparve non appena Norman e Joyce aprirono le portiere e scesero dalla macchina. Norman fece segno a Don di aiutarli a scaricare le borse della spesa.

«Una ragazza», disse lei sottovoce, «non può nemmeno farsi una scopata decente da queste parti.»

Don avrebbe voluto ridere, afferrarla e trovare un posto buio e nascosto per finire insieme quella conversazione. Avrebbe voluto dirle che sapeva bene quello che provava. Invece, rimase fermo e tranquillo a mormorare un arnvederci mentre suo padre lo chiamava nuovamente in aiuto. Chris gli sfiorò il braccio in segno di saluto, sorrise di nuovo e andò a presentarsi ai Boyd, prima di avviarsi verso casa. Norman la stava osservando; Don afferrò le due borse più pesanti e arrancò verso casa, dove sua madre gli aveva già aperto la porta e lo stava aspettando.

Andò a depositarle sul bancone in cucina e si rincantucciò in un angolo ad aspettare la bufera.

Norman lasciò cadere il suo carico sul tavolo, imitato da Joyce e, insieme, cominciarono a muoversi per la stanza in modo impacciato, mettendo tutto a posto, senza degnarlo di uno sguardo.

«Credevo di averti detto che dovevi restare in casa», disse suo padre.

«Chris sembra una ragazza simpatica», osservò sua madre con un sorriso ansioso.

«Lo è», rispose Don. «Sai una cosa, mamma? Vuole essere scopata e io sono ancora maledettamente vergine.»

«Sei in castigo», gli ricordò Norman.

«Be’, forse dovresti cercare di conoscerla meglio, che cosa ne dici?»

Avanti e indietro. Come i pupazzetti di un orologio a cucii.

«Forse, mamma. Non lo so.»

«Suo padre è chirurgo, sai. Lavora a New York. Ho sentito dire che è piuttosto conosciuto.»

«E allora perché abita qui?» domandò, trasalendo quando Norman spalancò un armadietto vicino alla sua testa e gli lanciò uno sguardo che richiedeva chiaramente una risposta.

«Non saprei», rispose Joyce da sopra una scatola di preparato per torte che soppesò fra le mani prima di rimettere sul tavolo. «Da quanto ho sentito dire, non le mancano certo i soldi. E non è che questo sia il paese più bello della terra. Credo che si tratti della madre…»

Norman fece cadere con violenza una lattina di zuppa sul tavolo e affrontò il figlio. «Voglio sapere che cosa diavolo facevi là fuori, Donald, quando ti era stato detto esplicitamente di non uscire di casa.»

Lui abbassò lo sguardo verso la punta delle scarpe e ingoiò il nodo che gli stringeva la gola. Cominciò a tamburellare leggermente sul muro con la mano sinistra. Sentiva caldo al torace, caldo alla nuca, e percepiva lo scandire dei secondi come se fossero pietre gettate in una pozza d’acqua. Joyce si diresse verso la porta d’ingresso, falsamente alle prese con chissà che cosa: rimaneva soltanto per dovere, ma aveva una voglia matta di andarsene perché sapeva già che cosa sarebbe successo.

Quella era la Regola; la famiglia non doveva mai sottrarsi alle discussioni.

«Sono in castigo», disse Don. «Questo non significa che non posso stare seduto sotto una stupida veranda, no?»

«Lo sai benissimo che cosa significa», ribatté Norman.

«No», protestò Donald. «Non so benissimo che cosa significa, perché non mi è mai stato spiegato prima, perché non sono mai stato rinchiuso in casa, prima.»

Joyce si coprì la bocca con la mano, Norman si aggrappò all’angolo del tavolo e per un momento Don temette che si avventasse contro di lui.

Poi volse lo sguardo verso sua madre. «Mamma, che cosa ci fanno le mie cose in soffitta?»

«Le tue cose?»

«Quello che c’era sui miei scaffali. Gli animali. Li hai tolti tutti, ricordi? Vorrei sapere perché si trovano in soffitta. Non ho speranza di rivederli al loro posto?»

«Va’ nella tua stanza», disse Norman, prima che lei potesse rispondere. «Va’ in camera tua e non tornare giù finché non ti sarai deciso a moderare il linguaggio.»

«Sam», disse Joyce.

Il tempo si fermò, non ci furono più rumori; niente aria.

Don alzò un pugno mentre Norman guardava sorpreso sua moglie con espressione di disgusto.

«Oh», mormorò lei e si precipitò fuori dalla stanza.

Per un istante Don vide rosso, prima di potersi rendere conto di quello che stava pensando. Abbassò il pugno, si sforzò di aprire le dita e si diresse verso la scala, mentre suo padre lo seguiva. Sul pianerottolo si fermò a guardare verso il basso.

«E se non mi dispiacesse?» disse in tono piatto.

In quel momento si rese conto, seppe con estrema sicurezza, che se suo padre avesse fatto un solo passo, un solo gradino, si sarebbero picchiati. Avrebbe colpito suo padre o forse sarebbe stato suo padre a scagliare il primo pugno. Aveva visto scene come quella nei film e le aveva giudicate stupide, aveva pensato che non avrebbero potuto succedere nella realtà. Fino a quel momento, fino al momento in cui vide lo sguardo di suo padre che lo fissava senza degnarsi di nascondere l’odio che provava, come se fosse uno sconosciuto che lottava contro se stesso perché le Regole dicono che non si può picchiare il proprio figliolo quando ormai ha diciotto anni.

«Fa’ come ti ho detto», disse deciso Norman.

«Vado», rispose lui, senza concedere altro.

Sedeva a gambe incrociate sul letto, con la schiena appoggiata al muro e le mani in grembo.

Evitava deliberatamente di guardare gli scaffali, la scrivania pulitissima, la finestra, il pavimento.

Si immaginava lo stallone, intento a galoppare per i boschi, e pensava.

Per prima cosa pensò a come sarebbe stato da orfano e a come avrebbe potuto trovarsi un lavoro senza lasciare la scuola.

Pensò a Tracey e al motivo per cui non gli aveva proposto di uscire nuovamente con lui, oppure di vedersi a scuola o in giro.

Pensò a Brian e a Tar, e a Fleet, che non era sempre insopportabile, e al motivo per cui veniva chiamato Paperino, quando non era l’unico Donald della scuola; e poi c’era altra gente che aveva nomi più strani e più buffi del suo, altra gente che meritava più di lui di essere presa continuamente in giro.

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