La prima indagine di Montalbano
- Автор: Камиллери Андреа
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
- ISBN: 978-88-04-55020-4
- Жанр: Полицейские детективы
Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:
«Prende qualcosa?»
«Niente! Niente! Non posso pigliare niente per ancora due mesi: ho fatto un fioretto alla Madonna. Sono passato solo per conoscerla e scambiare qualche parola con lei. Sa, qua a Vigàta ho raccolto una larga messe di voti e sento come mio dovere morale…»
«Anche l’onorevole Vannicò è andato bene da queste parti» l’interruppe Montalbano carognescamente, facendo però una faccia di fissa nato e inguaribile.
L’atmosfera cangiò, parse che sul soffitto si formasse una lastra di ghiaccio.
«Beh, sì, anche Vannicò…» ammise a mezza vuci Torrisi.
E po’ improvvisamente preoccupato:
«L’ha già conosciuto?»
«Non ho avuto ancora il piacere.»
Torrisi parse più sollevato.
«Sa, commissario, io mi occupo molto dei problemi, del disagio dei giovani d’oggi. E devo constatare con dispiacere, con rammarico, che anche qua a Vigàta le cose non vanno al riguardo tanto bene. Sa cosa manca?»
«No. Che manca?» spiò il commissario con la faccia di chi aspetta una rivelazione che gli cangi la vita.
«Questo» fece l’onorevole toccandosi con la punta dell’indice il lobo dell’orecchia destra.
Montalbano strammò. Che veniva a dire? Che bisognava diventare froci per capire il disagio giovanile?
«Mi scusi, onorevole, ma mi sfugge quello che manca.»
«L’orecchio, carissimo. Noi non ascoltiamo, non porgiamo orecchio alle voci dei giovani. Per esempio, siamo portati a giudicarli affrettatamente e irrevocabilmente per qualche gesto magari sbagliato che compiono…»
Fiat lux e la luce fu! In un lampo, Montalbano capì lo scopo della visita dell’onorevole, indovi voleva andare a parare.
«E questo è un errore» disse facendo un’ariata severa mentre dintra di sé se la scialava.
«Un gravissimo errore!» rincarò l’onorevole cascandoci vistuto com’era. «Vedo che lei, commissario, è uno che capisce! Certamente è stato il Signore a mandarla qua!»
L’onorevole parlò per una mezzorata, tenendosi sempre sulle generali. Ma ’u sucu del suo sottodiscorso fu: nella testimonianza che farai in tribunale, cerca di non calcare troppo la mano. Cerca di capire il disagio di un giovane macari quanno è ricco, macari quanno appartiene a una famiglia potente, macari quanno spacca la faccia a un vecchio. La famiglia Cuffaro aviva mandato il suo ambasciatore plenipotenziario. Si vede che l’altro onorevole, Vannicò, era il plenipotenziario della famiglia Sinagra. Il questore aviva visto giusto.
L’umore malo che gli era vinuto per la visita dell’onorevole gli passò alle quattro di doppopranzo, quanno arrivò Mery. La quale purtroppo domenica sira sinni dovette tornare a Catania, ma aviva avuto bastevole tempo per arrizzittare la villetta e l’animo (e il corpo) del commissario.
quattro
Naturalmente l’umore malo gli tornò lunedì matina, appena arrisbigliatosi, all’idea di dovirisi prisintari in tribunale. Una volta aviva canusciuto una pirsona che faciva il sovrintendente alle antichità: ebbene, questa pirsona pativa un male scògnito, vale a dire che i musei gli facivano scanto, da solo non ci arrinisciva a stari, la vista di una statua greca o romana a momenti lo faciva sveniri. Lui non arrivava a tanto, ma aviri a chi fari con judici e avvocati era cosa che gli faciva viniri il nirbuso. Manco la passiata a ripa di mari lo sbariò.
A Montelusa ci andò con la so’ machina e per dù ragioni. La prima era che s’apprisentava in tribunale non come commissario ma come privato cittadino e quindi farisi accompagnare dalla machina di servizio era un abuso. La seconda era che l’autista del commissariato addetto alla guida della machina, quanno ci acchianava lui, era un agente simpatico, che di nome faciva Gallo, ma che caminava su ogni strata, macari sulla più spersa trazzera di campagna, come se s’attrovasse sulla pista d’Indianapolis.
Nel tribunale di Montelusa non aviva mai avuto occasione d’andarci. Era un palazzone di quattro piani, sgraziato ed enorme, dintra al quale si trasiva da un grande portone. Superato il portone, c’era una specie di breve corridoio dal soffitto altissimo, affollato di pirsone vocianti che pariva un mercato. A mano manca ci stava il posto di guardia dei carrabinera, a mano dritta una cammara piuttosto nica supra la quale c’era scritto “Ufficio informazioni”. Qui, a fare confuse domande e a ricevere altrettanto confuse risposte dall’unico impiegato c’erano cinco omini prima di lui. Montalbano aspittò il turno so’ e po’ mostrò la convocazione all’addetto. Quello la pigliò, la taliò, consultò un registro, taliò nuovamente la cartolina, riconsultò il registro, isò l’occhi sul commissario, e finalmente disse:
«Dovrebbe essere al terzo piano, aula cinque.»
Pirchì quel “dovrebbe”? Forse in quel tribunale si tenevano udienze mobili, macari su pattini a rotelle? Oppure perché l’impiegato era pirsuaso che niente fosse certo nella vita?
E fu allora, niscenno dall’ufficio informazioni, che la vitti per la prima volta. Una sidicina, un’adolescente che portava un vistito di cotonina da quattro soldi e in mano tiniva una grossa borsa a sacco consunta dall’uso.
Stava appuiata al muro allato al posto di guardia dei carrabinera. E non si poteva non taliarla per i grandissimi occhi nivuri, sbarracati e fissi sul nulla, e per il contrasto tra il viso ancora quasi da picciliddra e le forme del corpo già aggressive e piene. Non si cataminava, pariva una statua. Il corridoio d’ingresso portava a un vasto cortile-giardino molto curato. Ma come si faciva ad arrivare al terzo piano? Montalbano vitti un gruppo di pirsone sul lato manco e si avvicinò. C’era un ascensore. Ma allato, scritto a pennarello su un foglio di carta impiccicato al muro ci stava un avvertimento: “L’ascensore è riservato ai signori giudici e avvocati”. Montalbano si spiò quanti fossero giudici e avvocati tra la quarantina di pirsone che aspittavano l’arrivo dell’ascensore. E quanti gli sperti che fingevano giudici e avvocati. Decise d’iscriversi alla seconda categoria. Ma l’ascensore non arrivava e la gente cominciò a murmuriare. Doppo, un tale s’affacciò da una finestra del secondo piano.
«L’ascensuri si ruppi.»
Santianno, lamentiannosi, gastimiando, tutti si diressero verso un’alta arcata attraverso la quale si vidiva l’inizio di una scala larga e commoda. Il commissario se la fece fino al terzo piano. La porta dell’aula cinque era aperta e dintra non c’era nisciuno. Montalbano taliò il ralogio, erano già le novi e deci. Possibile che tutti erano in ritardo? Gli venne un sospetto e cioè che l’addetto alle informazioni aviva ragione ad essere dubitoso e che l’udienza forse si stava tenendo in un’altra aula. Il corridoio era affollatissimo, le porte si raprivano e si chiuivano in continuazioni, arrivavano folate d’eloquenza avvocatisca. Passato un quarto d’ora s’addecise di spiare a uno che passava ammuttando un carrello sovraccarico di faldoni e carpette.
«Scusi, mi sa dire…»
E gli pruì la cartolina. L’altro la taliò, la restituì a Montalbano e ripigliò a caminare.
«Non ha visto l’avviso?» spiò.
«No. Dove?» fece il commissario andandogli appresso a passettini.
«Nella bacheca. L’udienza è rimandata.»
«A quando?»
«A domani. Forse.»
In quel palazzo regnavano evidentemente non ferree certezze. Scinnì le scale, rifece la fila all’ufficio informazioni.
«Non lo sapeva che l’udienza all’aula cinque è stata rinviata?»
«Ah, sì? E a quando?» s’informò l’addetto all’ufficio informazioni.
E la rivitti per la seconda volta. Era passata circa un’orata e la picciotta era esattamente nella stessa posizione di prima. Doviva aspittare qualichiduno, certo, ma quell’immobilità era quasi innaturale, mittiva a disagio. Per un momento Montalbano fu tentato di avvicinarla e di spiarle se aviva bisogno di qualichi cosa. Ma ci ripensò e niscì dal tribunale.