La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]
- Автор: Брэкетт Ли Дуглас
- Год: 1956
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Beata Della Frattina
- Жанр: Героическая фантастика
Электронная книга - «La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]». Краткое содержание книги:
Il tamburino ebbe il buonsenso di continuare a battere il ritmo sullo strumento, o forse fu soltanto una reazione dettata dalla forza dell’abitudine. Carse passò parola… «Continuate a remare, fino a quando non saremo tutti liberi!»… e di bocca in bocca, di banco in banco, l’ordine si diffuse per tutta la fossa dei rematori. Il ritmo della vogata riprese, normalmente, anche se con una certa lentezza. Rannicchiandosi sulle assi, Carse infilò la chiave nella serratura delle catene comuni, strisciando sulla corsia, passando da un banco all’altro, con rapidità ed efficienza. Una volta liberi dalla catena principale, gli schiavi non ebbero bisogno di ordini, per cominciare a liberarsi delle catene che serravano loro i polsi e le caviglie, aiutandosi a vicenda.
Malgrado ciò, meno della metà dei rematori era già libera dai ceppi, quando un soldato, che evidentemente non aveva nulla di meglio da fare a bordo, scelse quel momento per sporgersi dal parapetto del ponte, e guardare in basso, nella fossa dei rematori.
In quel momento, Carse aveva appena finito di liberare i Nuotatori. Si voltò, e vide l’espressione del soldato cambiare improvvisamente, da stanca e annoiata a vigile, attenta e incredula. Istintivamente, il terrestre s’impadronì della frusta che era sfuggita al sorvegliante ucciso, ed era rimasta sulla corsia, facendola sibilare in alto, verso il soldato. L’uomo lanciò un grido di allarme, mentre il lungo staffile s’attorcigliava intorno al suo collo, e si tendeva, trascinandolo irresistibilmente nella fossa, dove cadde e giacque immobile.
Subito Carse balzò sulla scaletta.
«Avanti, canaglie, schiavi di Sark!» urlò. «Questa è la vostra occasione!»
E tutti lo seguirono come un solo uomo, urlando il loro grido bestiale, il grido feroce di creature che hanno fame di vendetta e di sangue, e che per troppo tempo hanno aspettato il loro momento. Salirono come una marea impetuosa, inarrestabile, su per la scaletta, agitando le loro catene, e quelli che erano ancora legati al banco lavoravano come folli, per liberarsi e raggiungere gli altri.
Poterono approfittare del breve vantaggio della sorpresa, perché l’attacco era seguito così immediatamente al grido di allarme del soldato, che le spade erano ancora per metà nei foderi, gli archi non erano ancora pronti a lanciare le frecce. Ma questo vantaggio non sarebbe durato a lungo. Carse sapeva bene quanto sarebbe stato breve quel momento di sorpresa.
«Colpite! Colpite con tutte le vostre forze finché potete farlo!» gridò a gran voce.
Gli schiavi si riversarono gridando sui soldati, armati di pezzi di tavolato, delle loro catene, e dei loro pugni, e i soldati si prepararono a sostenere il loro attacco. Carse, con la sua frusta e il suo pugnale, Jaxart, che urlava la parola ’Khondor!’ come un grido di battaglia, corpi seminudi contro le armature di maglia di ferro, la forza della disperazione contro la forza della disciplina. I Nuotatori scivolavano come ombre brune nella mischia, e lo schiavo dalle ali mozzate brandiva una spada, trovata chissà come. I marinai vennero a dare man forte ai soldati, ma dalla scaletta orde di lupi famelici continuavano a riversarsi sul ponte.
Dal castello di prua e dalla piattaforma del timoniere, gli arcieri cominciavano a prendere la mira, ma dopo avere scagliato poche frecce furono costretti a fermarsi, perché la mischia si era fatta così confusa e serrata che esisteva il pericolo a ogni colpo, di uccidere uno dei propri uomini. L’odore dolciastro del sangue si levò nell’aria, venne preso dal vento e portato intorno, come un’impalpabile nube che ammorbava l’aria. I ponti cominciarono ad arrossarsi, ed erano viscidi, là dove le mischie infuriavano, e il sangue scorreva intorno copioso. E poi, gradualmente, la forza superiore, e la superiore disciplina, dei soldati di Ywain, cominciarono a prevalere. Carse vide che i soldati avevano formato dei nuclei di difesa, e che iniziavano il contrattacco, respingendo lentamente i prigionieri ribelli; e tra le file degli schiavi, il numero dei caduti aumentava spaventosamente.
Allora, in un impeto furibondo, il terrestre corse verso la cabina. Certamente i Sark dovevano avere trovato strano il fatto che la loro principessa e il loro capitano non fossero apparsi sul ponte, a guidarli, ma l’attacco era stato troppo improvviso, e la mischia troppo furibonda, perché i soldati avessero potuto riflettere su altri problemi, all’infuori di quello di sopravvivere e vincere il nemico. Carse cominciò a picchiare furiosamente sulla porta della cabina, gridando il nome di Boghaz.
Il Valkisiano sollevò la sbarra, e Carse entrò nella cabina.
«Porta quella sgualdrina sulla piattaforma del timoniere,» ansimò. «Ti aprirò io la strada.»
Prese dal tavolino la spada di Rhiannon, la impugnò, e uscì di nuovo dalla cabina, seguito da Boghaz, che portava tra le braccia Ywain prigioniera.
La scaletta era a meno di due passi dalla porta. Gli arcieri erano discesi, per unirsi ai loro compagni impegnati in una furibonda serie di corpo a corpo, e sulla piattaforma non c’era nessuno, all’infuori del terrorizzato marinaio Sark che si aggrappava alla ruota del timone come se fosse stata un’ancora di salvezza. Carse, mulinando la grande spada, si aprì un varco, e presidiò la scaletta, mentre Boghaz saliva, con un’agilità insospettabile in un uomo così grasso, e, una volta giunto sulla piattaforma, metteva diritta Ywain, in modo che fosse visibile da tutti coloro che si trovavano in basso.
«Guardate!» gridò allora Carse, ai piedi della scaletta. «Ywain è in nostra mano!»
Ma in realtà, non c’era bisogno che egli lo dicesse. La vista della principessa, legata e imbavagliata, nelle mani di uno schiavo, fu come un terribile colpo inferto ai soldati, e come una pozione magica per i ribelli. Un gemito di disperazione e un urlo possente di esultanza si mescolarono, dai ponti insanguinati, e salirono al cielo.
Qualcuno trovò il cadavere di Scyld, e lo trascinò sul ponte. Vedendo che il loro capitano era morto, ed era tenuto alto dai ribelli, in modo che tutti potessero vedere, i soldati e i marinai di Sark, privi dei loro capi, persero ogni coraggio. Le sorti della battaglia si capovolsero repentinamente, allora, e gli schiavi non esitarono ad approfittare del loro vantaggio.
Era la spada di Rhiannon a guidarli, fendendo gli stendardi che portavano il drago di Sari:, e facendoli cadere come stracci dall’albero maestro. E sotto la scintillante lama caddero molti nemici, e infine cadde anche l’ultimo soldato di Sari:.
D’un tratto, ogni movimento cessò, e ci fu una pausa di silenzio, uno strano, profondo silenzio che incombeva solenne sulla nave conquistata. La nera galera galleggiava, sospinta dalla brezza, rollando e beccheggiando dolcemente sul bianco mare increspato. Il sole era già basso sull’orizzonte. Esausto, Carse salì fino alla piattaforma del timoniere.
Ywain, sempre stretta tra le braccia di Boghaz, seguiva ogni suo movimento, con occhi fiammeggianti di collera infernale.
Carse raggiunse l’estremità della piattaforma, e si fermò, appoggiandosi alla spada. Gli schiavi, esausti per la violenza della battaglia, e inebriati dai fumi deliziosi della vittoria, si erano radunati sul ponte inferiore, come un anello di lupi ansanti dopo una caccia felice.
Jaxart, che era andato a ispezionare le cabine, uscì dall’ultima di esse. Avanzò sul ponte, agitando la spada rossa di sangue verso Ywain, e gridando:
«Un degno amante teneva nascosto nella sua cabina! Il figlio di Caer Dhu, il fetido Serpente!»
La reazione degli schiavi a quelle parole fu immediata. D’un tratto essi parvero dimenticare la gioia della vittoria, la stanchezza della battaglia. D’un tratto essi parvero pervasi da un nuovo terrore, da un’angoscia tremenda, e si fecero più vicini gli uni agli altri, spauriti, malgrado il loro grande numero, anche solo nell’udire quel nome terribile e odiato. Carse riuscì a fatica a farsi udire.