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La carezza della paura [The Pet - it]

Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:

Quale sarà la prossima vittima dello squartatore, il mostro del New Jersey? Il timido Donald Boyd, capace di parlare solo con creature immaginarie di sua invenzione, assalito dal mostro, viene salvato da uno stallone nero che da allora lo difenderà sempre, apparendo dal nulla. Per Donald è la lotta contro una nuova inspiegabile ossessione.
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Non c’era luce alle sue spalle, nonostante i lampioni della strada fossero accesi; non proiettava ombre.

Ma c’era qualcosa. Riusciva a vederlo.

E lo stava guardando. Aspettava.

Non faceva rumore.

Si asciugò il sudore dagli occhi e dal viso con il braccio e diede un’altra occhiata.

Era sparito.

Lo stadio era vuoto e lui era sdraiato per terra.

Inspirò profondamente, buttò fuori il fiato, guardò ancora e poi fissò la galleria. «Ossigeno, ragazzo», si disse, mentre si rimetteva in piedi. «Hai bisogno di un po’ del vecchio O2, non so se mi spiego.»

Era sparita la giacca.

Guardò nel punto sulla linea delle cinquanta iarde dove l’aveva lasciata cadere, lo fissò con un tremito di perplessità e poi alzò lo sguardo per sondare tutto il campo. Infine si voltò, per dare un’occhiata anche alle tribune. Era sparita. Sapeva di averla lasciata in quel punto: sentiva ancora lo stacco dalle sue mani e il rumore che aveva fatto, toccando terra. E adesso era sparita. Rimase ad aspettare per qualche istante che qualcuno si mettesse a ridere; aspettò di essere sicuro che non si trattasse di uno scherzo. Una volta appurato questo, resosi conto che ormai non era sicuro più nemmeno sulla pista, si mise le mani in tasca e si diresse verso casa.

È un inferno, pensò Tracey.

Sedeva tutta sola sui gradini di un edificio malandato in un quartiere qualsiasi dei sobborghi cittadini. Ai lati della strada file di macchine parcheggiate, il marciapiede affollato di bambini e non un volto conosciuto, non una voce familiare.

L’inferno.

Quella doveva essere Long Island — alberi, spiagge, case e palazzi eleganti, il posto, che, una volta visto, faceva sparire qualsiasi altro. Ma persino Ashford era meglio, per l’amor del cielo. Per lo meno c’era la partita di football, in cui in quel momento avrebbe dovuto suonare il flauto; c’erano i suoi libri, i suoi animali di pezza, il silenzio della sua stanza; ad Ashford c’era Don Boyd.

Si vergognò solo al pensiero di come lo aveva baciato prima ancora di rendersene conto. Sembrava quasi che l’avesse preso a pugni sulla pancia; si era sentita come se si fosse data una sberla da sola ed era corsa subito in camera sua senza dare a sua madre il solito resoconto minuto per minuto di quello che aveva fatto fuori casa. Forse era arrossita, perché le sue sorelle l’avevano presa in giro a più non posso, facendole continuamente domande finché suo padre si era messo a brontolare — niente chiacchiere, lui doveva guidare, aveva bisogno di concentrarsi sugli idioti che si trovavano per strada come lui.

Si prese le ginocchia tra le mani e si mise a guardare una partita di baseball che si stava pericolosamente trasformando in una rissa, e all’improvviso le venne in mente lo Squartatore, e quello che avrebbe potuto fare a quei ragazzi. Ebbe un tremito. Deglutì. Lanciò uno sguardo verso le finestre sopra di lei, verso la finestra dalla quale si vedeva suo padre che guardava in strada. Gli sorrise, lo salutò e sospirò quando le fece cenno di alzarsi dai gradini e di entrare in casa.

Dannazione, pensò, se è un poliziotto così forte, perché non costringe la nonna a trasferirsi? Almeno in un posto con gli alberi, invece di portarifiuti.

Long Island era un inferno.

Si fermò sull’ingresso, si voltò e fece un sorrisetto amaro. Arnvederci, ventesimo secolo, disse alla strada rumorosa. Devo andare sulla macchina del tempo. Allacciati la cintura di sicurezza, per favore, sarà un viaggio difficile e noioso.

La veranda originale della casa era stata abbattuta molto tempo prima che Don e la sua famiglia si trasferissero, poiché il proprietario precedente era convinto che il legno fosse marcito e non voleva che restasse ferito qualcuno nel caso un’asse o un gradino si fossero staccati. Era stata sostituita da un’altra veranda, che aveva il tetto spiovente e la ringhiera delle scale in ferro battuto nero e attorcigliato. Era l’unica casa del quartiere ad avere una simile veranda e una volta Norman aveva insistito di voler rimettere quella vecchia; era stato prima della morte di Sam. Ormai si limitava a lagnarsi di avere un porticato poco più grande di una tettoia.

Don si sedette sull’ultimo gradino. Era entrato in casa per asciugarsi il sudore e per prendere un maglione, pensando di andarsene subito in camera, quando si era accorto che i suoi non erano ancora tornati. Non avrebbero mai saputo che era uscito. Avrebbero continuato a pensare che era stato obbediente. Si era seduto sul letto e aveva fissato la parete ormai vuota dove una volta c’era lo stallone; poi aveva percepito il vuoto sugli scaffali, il rumore sordo del suo respiro e il freddo che le pareti dipinte di bianco sembravano emanare. Aveva dato un’occhiata alla stanza dei suoi, alla stanza di Sam, poi aveva aperto la porta del solaio ed era salito.

Erano là, raggruppati sugli scatoloni, sparsi disordinatamente sul pavimento polveroso, buttati su un baule che una volta apparteneva a suo nonno. Aveva ingoiato il nodo alla gola, era rimasto immobile e infine aveva raccolto il poster riportandolo da basso. Lo aveva attaccato sopra la scrivania e si era messo a fissarlo pensieroso.

Si vedeva male a causa della luce che se ne stava andando.

Sentiva solo le foglie, le ombre e il silenzio della casa alle sue spalle.

Passarono velocemente un paio di automobili, ma non ci prestò nessun’attenzione; un gruppo di bambini schiamazzava al tramonto, ma non sorrise ai loro saluti; una convertibile rossa stava risalendo la strada, con la radio a pieno volume, e fu solo quando si rese conto che si era fermata nel vialetto di una casa vicina che voltò lentamente la testa, come se fosse troppo pesante per muoversi.

La portiera venne sbattuta.

Chris. Ebbe un fremito. Era Chris Snowden e non era con Tar. Indossava ancora il maglione scuro da cheerleader, le scarpe da ginnastica, ma la gonna a pieghe era stata sostituita da un paio di jeans sbiaditi.

E non stava tornando a casa; stava attraversando i giardini che li dividevano per dirigersi verso di lui.

Si schiarì la gola, mentre si domandava che cosa avesse in mente di fare; voleva prenderlo in giro, voleva tentarlo, oppure si trattava di qualche richiesta per il compito di zoologia.

Aspettò che si fermasse ai piedi delle scale, poi cominciò a scendere un gradino alla volta verso di lei.

«Ciao.»

Aveva diviso in mezzo i capelli chiari, raccogliendoli in due trecce che le ricadevano sul seno. Aveva il viso arrossato, e i grandi occhi erano di un blu così scuro da sembrare quasi nero.

Don le sorrise, cautamente. Gli tornò in mente la sua espressione di ansia quando si era accorta che si era fatto male all’occhio, e la rivide quando lei gli si avvicinò di più, con un mezzo sorriso sulle labbra.

«Sembra migliorare», disse.

«Lo sento appena», rispose lui, toccandosi senza nemmeno rendersene conto. La ragazza si voltò a osservare la strada vuota; lui non riusciva a distogliere gli occhi dal suo profilo. «Ho visto… che eri con Tar, prima. Ho pensato che ve ne sareste andati in città.»

Una scrollata di spalle e un’espressione di vago disgusto. «Si è sentito male. Brian aveva della birra in macchina e dopo la partita hanno avuto un’accesa discussione, da veri uomini. Ha perso Tar.» E, puntando verso casa sua: «E anche la mia auto».

«Che schifo.»

«Quello stronzo non mi ha nemmeno aiutata a pulirla. L’ultima volta che l’ho visto stava andando nel parco.» Un sorriso pieno di ironia la sfiorò maliziosamente. «Se Dio esiste, finirà nel laghetto.»

Don sorrise fra sé dell’idiozia dei due ragazzi e fece del suo meglio per non fissarla quando si voltò verso di lui, appoggiandosi alla ringhiera con le braccia e mettendo il mento sul polso. Non stava succedendo davvero; era qualcosa che la sua mente si stava immaginando per punirlo dell’idea che si era fatto di poter comandare il mondo e renderlo migliore.

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