La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]
- Автор: Брэкетт Ли Дуглас
- Год: 1956
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Beata Della Frattina
- Жанр: Героическая фантастика
Электронная книга - «La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]». Краткое содержание книги:
«Ormai è passato. Dimentichiamo tutto. Ora, dobbiamo pensare al modo di uscire da questa maledetta situazione.»
Il grasso Boghaz, apparentemente, aveva esaurito ogni riserva di coraggio. Era livido, depresso, e quando rispose, parlò con voce bassa e sorda.
«Se vogliamo uscirne nel modo migliore, uccidiamoci adesso, con le nostre mani, e non pensiamoci più.»
Carse capì che il grasso Valkisiano stava parlando seriamente. Lo guardò, e disse, con una punta di irnoia:
«Se la pensi così, per quale motivo hai colpito Scyld, per salvarmi la vita?»
«Non lo so. Penso che sia stato l’istinto.»
«Va bene. Il mio istinto mi dice che è bene cercare di sopravvivere il più a lungo possibile.»
Il più a lungo possibile… ma la situazione pareva indicare che non sarebbe stato per molto. C’era però una ferrea determinazione, in Carse… la determinazione di non accettare in nessun caso il consiglio di Boghaz, e gettarsi sulla punta della spada di Rhiannon, per trovare una morte rapida e pulita. Soppesò la grande spada, con la fronte aggrottata, immerso nei suoi pensieri; poi staccò lo sguardo dalla lama scintillante, ’e fissò Boghaz.
D’un tratto, ruppe il silenzio che si era creato, esclamando:
«Se potessimo liberare i rematori, essi sarebbero pronti a combattere. Sono tutti degli schiavi, dei condannati… non hanno nulla da perdere, perché il loro destino è quello di remare per tutta la vita, in catene, sulla galera di Ywain. Potremmo impadronirci della nave.»
Boghaz spalancò gli occhi, attonito, e un istante dopo li socchiuse, assumendo un’aria calcolatrice, evidentemente ponderando sull’idea di Carse. Dopo un breve intervallo di silenzio, alzò le spalle, e sospirò.
«Suppongo che non possa capitarci nulla di peggio che morire. E vale la pena di tentare. Vale la pena di tentare qualsiasi cosa, quando si è in una situazione disperata come la nostra.»
Provò il filo del pugnale che aveva tolto dalla cintura di Ywain. La lama era forte e sottile. Con l’incredibile perizia di uno scassinatore provetto, infilò la punta nella serratura dei cerchi di ferro che serravano i polsi del terrestre.
«Hai un piano?» domandò.
Carse alzò le spalle, e rispose, cupamente:
«Non sono un mago. Posso soltanto tentare.» Diede un’occhiata alla figura inerte di Ywain. «Tu rimani qui, Boghaz. Barrica la porta, e bada a Ywain. Se le cose volgeranno al peggio, è lei la nostra unica e ultima speranza.»
Ora i cerchi di ferro erano aperti, ai polsi e alle caviglie di Carse. Il meccanismo di chiusura era scattato. Boghaz lavorò per qualche istante sul meccanismo, e quando richiuse gli anelli, essi erano chiusi in modo che chi li portava avrebbe potuto liberarsi facilmente. Riluttante, Carse posò sul tavolino la spada di Rhiannon. Boghaz avrebbe avuto bisogno del pugnale, per liberarsi a sua volta, ma c’era un altro pugnale sul corpo di Scyld. Rapidamente, Carse andò a prenderlo, e lo nascose sotto il corto gonnellino che indossava. Nel fare questo, impartì a Boghaz delle istruzioni brevi e concise, seguendo il piano disperato che aveva cominciato a formarsi nella sua mente.
Un minuto più tardi, Carse aprì la porta della cabina, di quel tanto che gli bastò per uscire sul ponte. Dall’interno, alle sue spalle, giunse un’imitazione perfetta della voce rozza e arrogante di Scyld, che chiamava un soldato. Il soldato accorse subito.
«Riporta questo schiavo al suo banco,» ordinò la voce del grasso Valkisiano, che imitava perfettamente quella di Scyld. «Rimettilo al lavoro, e bada che nessuno venga qui a disturbare la Signora Ywain.»
Il soldato salutò, e trascinò via Carse, che lo seguì apparentemente riluttante, con i polsi e le caviglie di nuovo incatenati. La porta della cabina si chiuse, rumorosamente, e Carse riuscì a udire il rumore della sbarra che veniva sistemata sui suoi supporti.
Sul ponte, e giù per la scaletta. «Conta i soldati, pensa alla maniera di agire!»
No! diceva un’altra voce dentro di lui, Non pensare, altrimenti non troverai mai il coraggio di farlo!
Il tamburino, che era anch’egli uno schiavo. I due Nuotatori. Il sorvegliante, che era in piedi, all’inizio della corsia, e stava frustando un rematore. File e file di spalle, curve sui remi, che si muovevano ritmicamente, seguendo il battito del tamburo. File di volti, sopra quelle spalle. Volti di topi, di sciacalli, di lupi. Lo scricchiolio e il gemito degli scalini, l’odore penetrante di sudore e di acqua marina, il battito incessante, monotono, cupo del tamburo.
Il soldato consegnò Carse a Callus, e si allontanò. Callus era all’altra estremità della corsia, rispetto al sorvegliante. Jaxart era di nuovo al remo, insieme a un magro prigioniero Sark, che portava un marchio sul volto. I due schiavi sollevarono lo sguardo per un momento, fissando Carse, e poi lo riabbassarono.
Ruvidamente, Callus spinse Carse al suo posto, sul banco, e il terrestre si curvò sul remo, remissivo. Callus si chinò, per fissare la catena del banco a quella che Carse portava alle caviglie, e a quella che portava ai polsi, brontolando tra sé:
«Spero che Ywain ti lasci a me, quando avrà finito, carogna! Fino a quando resisterai, potrò divertirmi a piacimento, allora!…»
Callus s’interruppe, allora, bruscamente, e non disse più nulla, né allora né mai. Carse gli aveva trafitto il cuore con il pugnale, con una rapidità e una perfezione tali che neppure Callus si accorse del colpo, fino a quando non cessò di respirare.
«Non perdere la battuta!» ringhiò Carse a Jaxart, sottovoce. Il grande Khond obbedì. Una nuova luce cominciò a risplendergli negli occhi. L’uomo che portava il marchio sul volto rise, una breve risata silenziosa, avida e terribile.
Carse tagliò, con un rapido colpo di pugnale, la cinghia alla quale era appesa la chiave che apriva le serrature delle catene principali, quelle fissate ai banchi, e lasciò che il cadavere rotolasse lentamente sulle assi, per finire nella sentina.
L’uomo incatenato al remo sinistro, il più vicino, sull’altro lato della corsia, aveva visto la scena, come pure il tamburino.
«Non perdete la battuta!» ripete Carse, più forte, e Jaxart lanciò un’occhiata minacciosa da quella parte, e la battuta fu mantenuta. Ma il tamburo rallentò il ritmo, perse un colpo, due, e infine tacque.
Carse si liberò completamente delle catene che gli stringevano i polsi e le caviglie. Fissò intensamente il tamburino, e il ritmo ricominciò, ma il sorvegliante stava già accorrendo, gridando, facendo schioccare minacciosamente la frusta.
«Cosa succede qui, maiale?»
«Ho le braccia stanche,» gemette l’uomo, con voce tremante.
«Stanche, eh? Ti farò stancare anche la schiena, se succederà un’altra volta!»
L’uomo che si trovava alla sinistra di Carse, un Khond, disse, chiaramente e deliberatamente, per attirare su di sé l’attenzione del sorvegliante:
«Molte cose stanno per accadere, lurido Sark.» E tolse le mani dal remo.
Il sorvegliante avanzò verso di lui.
«Davvero? Ma guarda! Il maiale è diventato un profeta!»
Il suo scudiscio si sollevò, e calò sulla schiena del Khond, un volta sola, e poi Carse fu su di lui. Una mano chiuse la bocca dell’uomo, mentre l’altra gli conficcò il pugnale nella schiena. Rapidamente, e silenziosamente, un secondo cadavere rotolò nella sentina.
Un grido gutturale, un sordo grido animale, si levò dalle file dei rematori. Con un gesto imperioso del braccio sollevato, Carse lo fece cessare, indicando con il capo il ponte superiore. Ma lassù nessuno si era ancora accorto di nulla. Tutto si era svolto troppo rapidamente, e troppo silenziosamente, per attirare l’attenzione dei soldati.
Inevitabilmente, il ritmo della remata si era interrotto, ma non si trattava di una cosa inconsueta, e, in ogni caso, spettava a Callus e al sorvegliante metterci rimedio. Fino a quando la remata non fosse completamente cessata, nessuno sarebbe intervenuto, nessuno sarebbe sceso a controllare, a meno che Ywain non fosse venuta a investigare sul ponte… e Carse sapeva che questo era impossibile. E la battuta, seppure irregolare e scomposta, continuava. Se continuava anche la fortuna che li aveva assistiti fino a quel momento…