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La carezza della paura [The Pet - it]

Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:

Quale sarà la prossima vittima dello squartatore, il mostro del New Jersey? Il timido Donald Boyd, capace di parlare solo con creature immaginarie di sua invenzione, assalito dal mostro, viene salvato da uno stallone nero che da allora lo difenderà sempre, apparendo dal nulla. Per Donald è la lotta contro una nuova inspiegabile ossessione.
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Intanto, un altro protagonista veniva respinto contro una parete, e bersagliato da un proiettile. Lui rimase affascinato dagli effetti speciali che riuscivano a far apparire la scena tanto reale e tanto divertente nello stesso tempo.

Chiuse gli occhi.

Immaginò Joyce, distesa bocconi sul pavimento della cucina, mentre il sangue le sgorgava da una ferita sulla schiena, con la mano sinistra aggrappata alla gamba del tavolo, come se volesse rialzarsi.

Poi, si spaventò al pensiero che gli attraversò il cervello: Così impara, quella puttana.

Dopo il film, si incamminò verso l’entrata del viale del parco e si appoggiò al muro. Teneva le mani in tasca. Si mise a osservare la strada. Il clacson di una macchina che passava lo fece sorridere; era Tar che salutava dal sedile posteriore della convertibile di Chris Snowden. Guidava lei ed erano diretti a New York; lei lo salutò con un largo sorriso prima che un autobus le passasse davanti.

I giocatori di football, pensò, hanno tutte le fortune. Poi sentì le gambe che si indebolivano e si rese conto di quello che avrebbe dovuto fare, invece di continuare a piangersi addosso. La partita era terminata da tempo. Le tribune erano vuote. E il sole stava preparandosi a tramontare all’orizzonte della città.

Si precipitò, correndo, frenando solo quando si accorgeva di essere troppo sotto sforzo; dieci minuti più tardi, giacca a vento per terra e camicia aperta sul ventre, si ritrovò da solo sul campo.

Non c’era nessuno al mondo che riusciva a stargli al fianco quando muoveva le gambe in quel modo, respirando a pieni polmoni boccate d’aria fresca.

Nessuno.

Le scarpe da tennis si muovevano rumorosamente sulla pista, il vento gli spingeva indietro i capelli e avvertiva un dolore non spiacevole al fianco sinistro.

Era solo sulla pista; quello era il suo mondo, di nessun altro.

Il suo mondo, dove non c’erano trappole, ostacoli, battaglie.

Per un breve istante, aveva desiderato ammazzare i suoi genitori e in quel momento si era dimenticato della Regola: non sfogare mai la sua rabbia sugli altri, nemmeno sui tuoi nemici.

Invece di dar sfogo alla rabbia e al cattivo umore, bisogna parlare. I bastoni e le pietre possono rompere le ossa, ma le parole non fanno male a nessuno.

Cristo, com’era sbagliato! Sbagliato e pietoso!

Le parole erano ciò che i suoi usavano sempre per litigare — sibilando sottovoce, con cattiveria, con veleno. Usavano lamette verbali, invece di clave reali, per ferirsi reciprocamente a morte. Se n’era reso conto soltanto negli ultimi tempi, eppure nessuno dei due riusciva a colpire l’altro. Non erano ancora arrivati a tanto.

Be’, forse, anche quella era una Regola, pensò mentre iniziava il secondo quarto di miglio, ma era piuttosto idiota. A volte sapeva, lo sapeva e basta, che sarebbe stato meraviglioso prendere a pugni in faccia Brian Pratt.

Il problema era che bisognava sapere che cosa fare per cimentarsi in una rissa e lui non lo sapeva. Il secondo sabato dal suo arrivo ad Ashford, quando aveva nove anni, Brian era andato da lui con un gruppetto di amici. Don si trovava in giardino a giocare con i soldatini, da solo, e Brian gli era saltato addosso. Non c’erano state presentazioni, né preavvisi, né minacce. Pratt gli era saltato addosso, l’aveva buttato a terra e l’aveva preso a pugni sulla schiena una dozzina di volte. Poi era tornato verso la sua bicicletta e se n’era andato. Don aveva urlato per il dolore e la confusione, ma non era andato da suo padre perché sapeva già che cosa gli avrebbe detto: Devi cavartela da solo, figliolo, devi dimostrare che tu sei meglio di loro.

Certo. Ma non credere di essere migliore, perché la nuova Regola dice che non è vero. Tu sei uguale a tutti gli altri. Tu sei il figlio del preside, ma sei uguale agli altri. Certo.

Dannatissime Regole. Cambiano sempre, da un giorno all’altro.

Come poteva decidere il modo di comportarsi se loro continuavano a cambiare le Regole?

Le gambe ormai si erano riscaldate, il respiro era regolare. L’aria non era più fredda, la pista non era faticosa. Allungò il passo, aumentando la velocità e lasciando la mente libera di vagare, perché quello era l’unico modo di non pensare al numero dei giri. Non bisogna prestarci attenzione, solo così la situazione è sotto controllo.

Il cielo cominciò a oscurarsi e il pallido fantasma della luna apparve sopra la città.

Correva da solo nello stadio, pensando a Tracey, a Hedley, a Falcone, a Pratt, a Tar Boston e ai suoi genitori. Se la vita fosse continuata in quel modo, avrebbe deciso di restare a scuola per sempre.

Al secondo miglio, con il fiato leggermente più pesante, le gambe continuavano a reggere.

Gli piaceva correre.

Gli piaceva la solitudine, il modo in cui poteva analizzare i propri problemi, proiettando la mente in avanti. A volte stava al suo passo, altre no e altre ancora non aveva nessuna importanza. Ma nessuno era più veloce di lui, non quando era da solo e il vento gli sbatteva sul viso, non quando lo stadio era pieno di gente gioiosa che sventolava fazzoletti rossi al suo passaggio. Vide la linea del traguardo e si rese conto che, con un po’ di fortuna e una piccola spinta, avrebbe battuto il record mondiale. Con un ulteriore giro della pista sarebbe diventato l’uomo più veloce della terra.

La folla era ai suoi piedi.

Sentiva il suo respiro uscirgli dalle labbra e sapeva che era un cattivo segno, ma c’era ancora della riserva da qualche parte, giù nei polmoni, e andò a cercarla. Emise un verso mentre si preparava allo scatto, al suono della campana. La folla era in delirio, suonava trombette, le telecamere della televisione immortalavano la sua smorfia di fatica, simile a quella di un clown.

Hedley si trovava in mezzo alla pista, intento ad arrotolarsi i baffi e a pettinarsi il ciuffo rosso e Don gli correva incontro, senza rompere il ritmo.

Pratt e Boston erano avanti di due lunghezze, pronti a bloccarlo al suo passaggio, ma lui schizzò come un razzo, fece una finta dall’altra parte, lasciandoli storditi a grattarsi le mani come due scimmie.

Tracey gli stava mandando un bacio.

Chrissy si strappava i vestiti di dosso e si leccava le labbra al suo passaggio.

Mamma e papà scuotevano la testa e si giravano per aiutare il piccolo Sam che aveva qualche problema con i lacci delle scarpe.

Di fronte c’era il traguardo, oltre l’ultima curva.

La folla era in tripudio e spingeva la schiera di poliziotti che cercava di contenerla, anche se loro stessi erano eccitati quanto la folla che cercavano di contenere.

Sentiva i battiti del cuore; stava reggendo; sentiva il ritmo dei suoi passi in perfetta sintonia con quello delle braccia e i movimenti della testa; sentiva il suo nome scandito in continuazione, come il rullio di un tamburo, come il boato della prima colata di cemento, come la marcia di un esercito che attraversa una pianura senza alberi.

Correva più veloce, singhiozzando, perché ormai sapeva di dover battere il record, per mettere bene in chiaro con chi avevano tutti a che fare. Così avrebbero saputo tutti che non era più un fottutissimo bambino.

Correva più veloce, spingendo in fuori il torace, e ruppe il nastro proprio nel momento in cui il frastuono era totale e lo investiva, lo inondava, sollevandolo in trionfo mentre attraversava il prato e si lasciava cadere sulla schiena a braccia e gambe spalancate, con gli occhi fissi sulla traversa della porta del campo.

La gente se ne andò, le telecamere, la polizia, le donne sospiranti.

Ma lui non era solo.

Il campo si allargava di fronte a lui e da quella posizione sembrava ancora più lungo; nell’apertura della galleria fatta di mattoni i cui cancelli di legno erano ancora aperti si vedeva qualcosa. Nell’oscurità. Lo stava guardando. Aspettava. Senza muovere un muscolo.

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