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La prima indagine di Montalbano

Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:

Del commissario Salvo Montalbano credevamo ormai di sapere tutto: di conoscerne vita, morte e miracoli, i luoghi, i gusti, le compagnie… Ma il suo creatore, Camilleri, riserva ai suoi lettori ancora tante sorprese. Nei tre racconti di questo volume presenta un giovanissimo poliziotto, all’inizio della carriera, che intreccia una relazione non con la ben nota Livia, ma con una certa Mery; e il teatro delle sue indagini non è la solita Vigàta, ma uno sperduto paesino di montagna della Sicilia più segreta dal buffo nome di Mascalippa… Tra misteriose uccisioni di animali, ragazze troppo silenziose e troppo intriganti e il finto rapimento di una bambina, quello che risulta sempre familiare è l’incorruttibile carattere di Montalbano, con qualche intemperanza giovanile in più, ma già riconoscibile come uno dei più umani e amati protagonisti della narrativa italiana contemporanea.
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E accussì gli toccava di tornare a Vigàta facendo finta di non esserci stato qualche jornata avanti.

Montalbano scarrozzò Mery prima al porto e doppo alla Scala dei Turchi.

La picciotta restò ingiarmata. Ma siccome che era fìmmina, vale a dire appartenente a quelle creature che sanno coniugare le cime più aeree della poesia con le più ruvide concretezze, a un certo momento taliò Montalbano che a sua volta non arrinisciva a staccari l’occhi da tutta quella billizza e disse, in dialetto:

«Pititto mi vinni.»

E questo era il busillisi shakespeariano che Montalbano doviva affrontare. Andare alla trattoria San Calogero, a rischio d’essere riconosciuto dal cammareri, o sperimentari un nuovo ristorante con buona probabilità di mangiare malissimo?

All’idea di farisi la strata del ritorno con lo stomaco cunsumato da un pasto che avrebbero arrefutato macari i cani, non ebbe più dubbio. Tornato in paisi, fece in modo che, come per caso, lui e Mery si venissero a trovare sotto all’insegna della trattoria cògnita.

«Vogliamo provare qua?»

Appena trasuto, cercò d’incontrare, arriniscendoci, l’occhi del cammareri.

Abbastò che si taliassero per un attimo.

“Tu non mi hai mai conosciuto” dissero l’occhi di Montalbano.

“Io non ti ho mai conosciuto” arrisposero l’occhi del cammareri.

Doppo aviri mangiato in modo celestiale, Montalbano portò Mery da Castiglione, le consigliò di pigliarisi un pezzo duro.

Finito il gelato, Mery disse che aviva bisogno di andare in bagno.

«Ti aspetto fuori» disse Montalbano.

Niscì sul marciapedi. Il corso era praticamente deserto. Davanti a lui c’era il palazzo del municipio con il suo piccolo colonnato. Appujato a una colonna, un vigile urbano parlava a dù cani randagi. Da mano manca, arrivava lenta una machina. Tutto ’nzèmmula spuntò a gran velocità un’auto sportiva. Proprio davanti a Montalbano, l’auto sportiva sbandò leggermente e strisciò, superandola, contro la machina che andava lenta. I due guidatori fermarono e scinnero. Quello che portava la machina lenta era un signore anziano, con l’occhiali. L’altro era un giovinastro alto e baffuto. Mentre il signore anziano si calava a vidiri il danno della so’ vettura, il giovinastro gli posò una mano sulla spalla e appena l’anziano si raddrizzò a taliarlo, quello gli mollò un gran cazzotto in piena faccia. La cosa fu fulminea. Mentre l’anziano cadiva ‘n terra, dall’auto sportiva scinnì un omo grosso, con una voglia sulla faccia, che affirrò il giovinastro e lo fece trasire a forza nella machina che un attimo doppo partì sgommando.

Montalbano raggiunse l’anziano che aviva la faccia ’nsanguliata e non arrinisciva manco a parlari. Oltre che dal naso, il sangue gli nisciva macari dalla vucca. Il vigile arrivava intanto a pedi lento. Montalbano fece assittare l’aggredito al posto del passeggero, chiaramente non era in condizione di guidare.

«L’accompagni al pronto soccorso» disse al vigile.

Il vigile pariva fare movimenti al rallentatore.

«Ricorda il numero di targa dell’altra macchina?» gli spiò Montalbano.

«Sì» disse il vigile cavando dalla sacchetta una biro e un blocchetto.

Si appuntò il numero. Montalbano, che a sua volta l’aviva memorizzato, si addunò che era scritto sbagliato.

«Guardi che le ultime due cifre non sono giuste. Io le ho viste bene. Non sono 58 ma 63.»

Il vigile corresse il numero di targa di malagrazia e ingranò la marcia.

«Aspetti. Non vuole le mie generalità?» spiò.

«E perché?»

«Come perché? Sono un testimone.»

«Va bene, va bene. Se ci tiene.»

Scrisse il nome, il cognome e l’indirizzo di Montalbano come se fossero cose offensive. Doppo chiuse il libretto, taliò malamente Montalbano e partì senza manco salutare.

Quanno macari Mery apparse sul marciapedi, il vigile stava mettendo in moto la machina dell’anziano per accompagnarlo allo spitali.

«Mi sono data una rinfrescata» disse Mery che non si era addunata di nenti. «Vogliamo andare?»

Passò una misata e mezza senza che foglia si cataminasse. Dalle Superne Sfere non arrivavano messaggi né di promozione né di trasferimento. Montalbano accominciò a fissarsi che si era trattato di una babbiata, che qualichiduno l’avissi voluto sconcicare. E il suo carttere divenne malo, dava càvuci mataforici a dritta e a mancina, come un cavaddro assugliato dalle mosche cavalline.

«Cerca di ragionare» cercava di calmarlo Mery che era diventata il bersaglio principale degli sfoghi dell’amico so’, «ma perché avrebbero dovuto farti uno scherzo simile?»

«E che ne so io? Forse il perché lo sai tu e tuo zio Giovanni!»

E finiva immancabilmente a sciarriatina.

Poi, una bella matina, il commissario Sanfilippo lo chiamò nella so’ cammara e, con un sorriso che gli spaccava la faccia, gli consegnò finalmente il responso del concilio degli Dei. Commissario a Vigàta.

La faccia di Montalbano prima addivintò giarna, poi passò al rosso peperone e quindi cominciò a virare in verde. Sanfilippo si scantò che a quello gli viniva un sintòmo.

«Montalbano, si sente male? Si segga!»

Inchì un bicchiere dalla bottiglia di minerale che sempre teneva sul tavolo e gliela pruì.

«Beva!»

Montalbano obbedì. A causa di quella reazione, Sanfilippo si fece errato concetto.

«Che c’è? Non le va Vigàta? Io la conosco, sa? è una deliziosa cittadina, vedrà che ci si troverà benissimo.»

Nella deliziosa cittadina – come l’aviva definita il commissario – Montalbano ci tornò quattro jorna appresso. E questa volta in forma ufficiale, per presentarsi al collega Locascio che doviva sostituire. Il commissariato era allocato in una costruzione decente, una casetta a tri piani che si trovava propio all’inizio del corso per chi veniva dalla strata di Montereale e alla fine per chi invece arrivava dalla sfrata di Montelusa, il capoluogo indovi ci stavano Prefettura, Questura e Tribunale. Locascio, che abitava al terzo piano nell’alloggio di servizio con la mogliere, gli disse subito che, prima di lasciarlo, avrebbe fatto ripulire l’appartamento.

«Perché?»

«Come perché? Tu non hai intenzione d’usare l’alloggio di servizio?»

«Io no.»

Locascio equivocò.

«Ci tieni a non essere controllato, eh? Beato te che la notte puoi avere traffico!» fece, dandogli una gomitata in un fianco.

Il jorno del passaggio delle consegne, Locascio gli presentò, uno a uno, tutti gli omini del commissariato. C’era un ispettore tanticchia più granni d’età che a Montalbano fece subito simpatia, si chiamava Fazio.

L’appartamento indovi andare ad abitare l’avrebbe circato con calma.

Intanto pigliò un bungalow in un albergo che c’era a dù chilometri fora paisi. I libri e le scarse cose di sua proprietà l’aviva fatto mettiri in un magazzino a Mascalippa e là potevano aspittare.

tre

Il secondo jorno ch’era arrivato a Vigàta pigliò la machina e andò a Montelusa per prisintarsi al questore che di nome faciva Alabìso. Di lui i divinatori predicevano che, al primo movimento deciso dal Ministero, avrebbe avuto il foglio di via: a longo era stato capo della squatra politica (che c’era sempre macari se ogni tanto le davano un nome diverso) e oramà sapiva troppe cose. Il carrico da undici era inoltre rappresentato dal suo carattere certo non flessibile e lontanissimo dai compromessi. Insomma ci sono uomini di qualità che, messi in certi posti, risultano inadatti proprio per le loro qualità all’occhi di gente che qualità non ne ha, ma in compenso fa politica. E Alabìso era oramà considerato un inadatto pirchì non taliava in faccia a nisciuno.

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