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La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]

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La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]
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Il nome risuonò dentro di lui, come un grido di battaglia. Il fuoco della sua collera, acquietato dalla canzone delle stelle, divampò di nuovo, terribile, spaventoso. La gemma fosca sull’elsa della spada posata sul tavolino parve chiamare d’un tratto la sua mano. Con un balzo, egli l’afferrò.

Ywain si slanciò sulla spada quasi contemporaneamente, lanciando un grido, ma arrivò troppo tardi.

La grande gemma pareva ardere di luce terribile, raccogliendo la potenza delle stelle lucenti e cantanti, aumentandola, e respingendola, usandola come un’arma contro chi l’aveva usata prima.

Il canto di cristallo s’incrinò e si ruppe. La luce che non era luce impallidì, si spense. Era riuscito a distruggere quella strana ipnosi.

Il sangue ricominciò a scorrere impetuoso nelle vene di Carse. La spada pareva muoversi, nella sua mano, come una creatura viva, animata da una volontà propria. Egli gridò il nome di Rhiannon, e si lanciò avanti, nell’oscurità.

Udì un grido sibilante, nel momento in cui la lunga lama s’immergeva nel cuore dell’ombra.

Capitolo IX

LA GALERA DELLA MORTE

Carse si rialzò, lentamente, e si voltò sulla soglia, girando la schiena alla cosa che aveva ucciso, ma che non aveva visto, e che non desiderava vedere. Era sconvolto, paurosamente sconvolto, ed era pervaso da uno strano stato d’animo, una specie di esaltazione febbrile che confinava con la follia.

Era l’isterismo, pensava, che sopraggiunge quando si è sopportato troppo, quando le pareti si chiudono, non c’è via di scampo, e non resta altro che lottare, prima di affrontare la morte.

La cabina era immersa in un pesante silenzio, un silenzio gravido di attonita sorpresa, di infinito stordimento. Scyld aveva lo sguardo fisso e vitreo di un idiota, e aveva la bocca spalancata. Ywain aveva appoggiato una mano a un angolo del tavolino, ed era strano, immensamente strano scorgere in lei quel piccolo segno di debolezza. Neppure per un istante lei aveva distolto lo sguardo da Carse.

Lei disse, raucamente, sommessamente:

«Sei un uomo o un demone, tu che osi combattere Caer Dhu?»

Carse non rispose. Ormai non era più capace di parlare.

Il volto di Ywain galleggiava davanti ai suoi occhi annebbiati, come una maschera d’argento. Ora lui ricordava il dolore, la sofferenza, l’estenuante fatica e l’umiliazione del remo, le lunghe ore e i minuti interminabili, e le cicatrici che lui portava sul corpo, in ricordo del morso impietoso dello scudiscio. Ricordava bene la voce che aveva detto a Callus: «Dagli una lezione.»

Lui aveva ucciso il Serpente. Dopo questa impresa, uccidere una regina pareva una piccola cosa.

Cominciò a muoversi, per colmare la breve distanza che li separava, e c’era qualcosa di terribile nell’esasperata lentezza con la quale faceva i suoi passi, c’era una cupa determinazione, nel suo incedere, lui che era lo schiavo che ancora portava i cerchi di ferro ai polsi e alle caviglie, quei cerchi che lo avevano tenuto incatenato al banco dei rematori, lui che brandiva alta la grande spada, dalla lama scura di sangue alieno.

Ywain indietreggiò di un passo. La sua mano esitò, posandosi sull’elsa della spada che portava al fianco. La principessa non temeva la morte. Temeva invece la cosa che vedeva in Carse, la luce che ardeva implacabile nei suoi occhi. Il terrore che la paralizzò per un momento non nasceva dal corpo, bensì dall’anima.

Scyld lanciò un grido rauco. Sguainò la spada, e si gettò verso Carse.

Avevano tutti dimenticato il grasso Boghaz, che se ne stava rannicchiato nel suo angolo. E in quel momento, il Valkisiano si alzò in piedi, muovendosi con una prontezza quasi incredibile per la sua enorme mole. Quando Scyld passò impetuosamente davanti a lui, egli alzò entrambe le mani, e poi calò pesantemente i pugni sulla testa di Scyld, con forza tremenda.

Scyld crollò sul pavimento, come un sasso.

E in quella breve pausa, Ywain ritrovò il suo orgoglio. La spada di Rhiannon si levò alta, pronta a vibrare il colpo mortale, e rapidamente, veloce come il lampo, la principessa sguainò la sua corta spada, e parò il colpo, quando la lama calò su di lei.

La forza del fendente le fece cadere di mano l’arma. Ora Carse doveva soltanto calare un altro fendente… ma gli parve che, in quel violento impatto, tutte le forze fossero sfuggite dal suo corpo, insieme alla volontà di uccidere. Vide Ywain aprire la bocca, per lanciare un’invocazione di aiuto, e allora la colpì sul volto usando l’elsa della spada, facendola cadere sul pavimento priva di sensi, con una ferita sulla guancia, là dove il metallo aveva colpito la carne.

E in quel momento Boghaz fu davanti a lui, si frappose tra la spada di Rhiannon e il corpo inerte della donna, dicendo:

«Non ucciderla! Potremo riscattare la nostra vita, in cambio della sua!»

Carse rimase immobile, mentre Boghaz legava e imbavagliava la donna, e la disarmava, sfilando dal fodero anche il corto pugnale che portava al fianco insieme alla spada.

In quel momento, il terrestre pensò che loro erano due schiavi che avevano sopraffatto Ywain di Sark, e avevano colpito e ucciso il suo capitano, e che la vita di Matthew Carse e di Boghaz di Valkis avrebbe avuto meno valore di un alito di vento, non appena la loro impresa fosse stata conosciuta.

Per il momento, non correvano pericoli immediati. Non c’era stato molto rumore, e dall’esterno non giungevano suoni di allarme.

Boghaz andò a chiudere la porta della cabina interna, come se avesse voluto nascondere perfino il ricordo di ciò che vi era nascosto. Poi si avvicinò a Scyld, chinandosi su di lui, per accertarsi che fosse morto. I polsi che erano stretti dai cerchi metallici si erano abbattuti sulla testa del capitano, uccidendolo sul colpo. Allora il grasso Valkisiano raccolse la spada di Scyld, e rimase immobile per qualche istante, trattenendo il respiro, rendendosi forse conto dell’enormità di ciò che avevano fatto.

Stava guardando Carse con un’espressione nuova, fatta di rispetto e di ammirazione, e anche di paura. Lanciò un’occhiata alla porta chiusa, e mormorò, come trasognato:

«Non l’avrei mai creduto possibile. Eppure l’ho visto con i miei occhi.» Si rivolse di nuovo a Carse. «Tu hai invocato il nome di Rhiannon, prima di colpire. Perché l’hai fatto?»

Carse, con impazienza, rispose;

«Ti sembra che si possa sapere ciò che si dice, in un momento simile?»

La verità era che neppure lui sapeva per quale motivo avesse invocato il nome del Maledetto. Poteva pensare soltanto che quel nome era stato ripetuto troppe volte, da quando era iniziata quell’incredibile storia, e il sentirne parlare continuamente doveva avere originato, in lui, una specie di ossessione. Lo strumento ipnotico del Dhuviano aveva prodotto certamente degli effetti bizzarri sulla sua mente, facendogli perdere per qualche minuto il controllo sui propri pensieri, e forse perfino la ragione. Riusciva a ricordare soltanto una terribile collera… e gli dei sapevano quante buone ragioni egli aveva per adirarsi, dopo tutto ciò che aveva dovuto subire.

La scienza Dhuviana non era riuscita a soggiogarlo completamente; ma questo non era del tutto inesplicabile. Dopotutto, lui era un terrestre, ed era figlio di un’altra epoca, un’epoca del futuro remoto, completamente diversa. Lui era il frutto di una diversa evoluzione, di un altro mondo e di un altro tempo; non c’era da stupirsi se gli strumenti scientifici di quel mondo, creati per dominare la mente dei suoi abitanti, su di lui non esercitavano l’effetto desiderato. Malgrado ciò, c’era mancato poco… ed era stato orribile. Gli parve ancora, per un istante, di trovarsi sull’orlo dell’abisso dischiuso dallo strumento Dhuviano. Sì, c’era mancato poco. E la sua mente non voleva ricordare. Lui desiderava solo cancellare quello spaventoso ricordo.

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