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La prima indagine di Montalbano

Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:

Del commissario Salvo Montalbano credevamo ormai di sapere tutto: di conoscerne vita, morte e miracoli, i luoghi, i gusti, le compagnie… Ma il suo creatore, Camilleri, riserva ai suoi lettori ancora tante sorprese. Nei tre racconti di questo volume presenta un giovanissimo poliziotto, all’inizio della carriera, che intreccia una relazione non con la ben nota Livia, ma con una certa Mery; e il teatro delle sue indagini non è la solita Vigàta, ma uno sperduto paesino di montagna della Sicilia più segreta dal buffo nome di Mascalippa… Tra misteriose uccisioni di animali, ragazze troppo silenziose e troppo intriganti e il finto rapimento di una bambina, quello che risulta sempre familiare è l’incorruttibile carattere di Montalbano, con qualche intemperanza giovanile in più, ma già riconoscibile come uno dei più umani e amati protagonisti della narrativa italiana contemporanea.
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Tornò al corso, che si chiamava via Roma, e subito vitti un’insegna sulla quale ci stava scritto “Trattoria San Calogero”. Raccomandandosi al Signuruzzu, trasì. Tutti i tavoli erano vacanti, di certo non era l’orario giusto, troppo presto.

«Si può mangiari?» spiò a un cammareri coi capelli bianchi che, sentendolo trasire, era nisciuto dalla cucina e lo taliava.

«Non c’è bisognu di pirmissu» arrispunnì asciutto l’altro.

S’assittò, arraggiato con se stesso per la domanda cretina.

«Abbiamo antipasto di mare, spaghetti al nivuro di siccia, o alle vongole o ai ricci di mare.»

«Gli spaghetti ai ricci di mare bisogna saperli fare» fece dubitativo Montalbano.

«La laurea in ricci di mare mi pigliai» fece il cammareri.

Montalbano avrebbe voluto mangiarisi la lingua a muzzicuna. Dù a zero.

Dù frasi ’mbecilli so’ e dù risposte intelligenti.

«E per secondo?»

«Pisci.»

«Che tipo di pisci?»

«Quello che vuole lei.»

«E com’è cucinato?»

«A secunno del pisci che sceglie.»

Megliu cucirisi la vucca.

«Mi porti quello che vuole.»

Capì d’aviri pigliato la decisione giusta. Quanno niscì dalla trattoria s’era mangiato tre antipasti, un piatto di spaghetti ai ricci di mare bastevole per quattro pirsone e sei triglie di scoglio fritte al millimetro, eppure si sentiva lèggio lèggio, pervaso da un benessere tale da stampargli un sorriso ebete sulla faccia. Si fece assolutamente pirsuaso che, una volta a Vigàta, quello sarebbe stato il suo ristorante d’elezione.

Si erano fatte le tri di doppopranzo. Per un’orata tambasiò paisi paisi, doppo decisi di farisi una lunga passiata al molo di livanti. Se la fece, un pedi leva e l’altro metti. Il silenzio era rotto solo dalla risacca tra i frangiflutti, dai versi dei gabbiani e, ogni tanto, dal borbottio del diesel di un motopeschereccio che provava il motore. Proprio sotto al faro c’era uno scoglio piatto. S’assittò. La jornata era di una chiarezza che quasi faciva male, ogni tanto arrivava un refolo. Appresso si susì, era venuto il momento di mettersi in machina e tornari a Mascalippa. A metà del molo si fermò di colpo. Davanti agli occhi gli era comparsa un’immagine: una specie di collina di una bianchezza accecante che dall’alto scinniva a gradoni fino a infilarsi nel mare. Cos’era? Dov’era? La Scala dei Turchi, ecco cos’era! E doveva trovarsi da quelle parti.

Arrivò sparato al cafè Castiglione che stava sempre al solito posto, l’aviva controllato in precedenza.

«Mi sa dire come si fa ad arrivare alla Scala dei Turchi?»

«Certo.»

Il cammareri gli spiegò la strata.

«Mi porti un pezzo durò di là, ai bigliardi.»

«Che gusto?»

«Cassata.»

Trasì nella seconda cammara. Dù giocatori stavano facendosi una partita, assistiti da dù amici. S’assittò a un tavolino, si mangiò lentamente la cassata gustandosi cucchiarata appresso cucchiarata. Tutto ’nzèmmula scoppiò una discussione tra i dù giocatori. Intervennero gli amici.

«Facciamo giudicare al signore» disse uno.

E un altro, volgendosi a Montalbano:

«Lei sa giocare a bigliardo?»

«No» fece Montalbano ’mpacciato.

Lo taliarono sdignusi e ripigliarono a discutere. Montalbano finì il gelato di cassata, pagò alla cassa, niscì, pigliò la machina che aviva lasciata poco distante e partì verso la Scala dei Turchi.

Seguendo le istruzioni del cammareri, a un certo punto girò a mancina, fece qualche metro di strata asfaltata in discesa e si fermò. La strafa non proseguiva, abbisognava caminare sulla rina. Si levò le scarpe e le quasette che lasciò in machina, la chiuì, si rimboccò l’orlo dei pantaloni e raggiunse la ripa del mare. L’acqua era frisca, ma non fridda. Passato un promontorio, la Scala dei Turchi gli apparse ’mprovisa.

Se l’arricordava assai più imponenti, quanno si è nichi tutto ci appare più granni della realtà. Ma anche accussì ridimensionata conservava la sua sorprendente billizza. Il profilo della parte più alta della collina di marna candida s’incideva contro l’azzurro del cielo terso, senza una nuvola, ed era incoronato da siepi di un verde intenso. Nella parte più bassa, la punta formata dagli ultimi gradoni che sprofondavano nel blu chiaro del mare, pigliata in pieno dal sole, si tingeva, sbrilluccicando, di sfumature che tiravano al rosa carrico. Invece la zona più arretrata del costone poggiava tutta sul giallo della rina. Montalbano si sentì sturduto dall’eccesso dei colori, vere e proprie grida, tanto che dovette per un attimo inserrare l’occhi e tapparsi le orecchie con le mano. C’era ancora un centinaro di metri per arrivare alla base della collina, ma preferì ammirarla a distanza: si scantava di venirsi a trovare nella reale irrealtà di un quadro, di una pittura, d’addivintare lui stesso una macchia – certamente stonata – di colore.

S’assittò sulla sabbia asciutta, affatato. E accussì stette, fumandosi una sigaretta appresso all’altra, perso a taliare le variazioni della tinteggiatura del sole, via via che andava calando, sui gradoni più bassi della Scala dei Turchi. Si susì al tramonto e pigliò la decisione di tornare di notte a Mascalippa, valiva la pena di farsi un’altra mangiata alla trattoria San Calogero. Rifece la strata verso la machina a lento e ogni tanto si voltava a taliare, non aviva gana di lasciare quel posto. Guidò verso Vigàta a deci chilometri orari, cummigliato da insulti e male parole dagli automobilisti che dovevano sorpassarlo sulla strata stritta. Non reagì mai, era nelle condizioni di spirito che se qualichiduno gli dava una timpulata, avrebbe offerto l’altra guancia. Alle porte del paisi si fermò da un tabaccaro e si rifornì di sigarette per il viaggio di ritorno. Doppo andò a un distributore di benzina, fece il pieno e il controllo delle gomme e dell’olio. Taliò il ralogio, doviva ancora perdiri una mezzorata. Parcheggiò la machina e, a pedi, tornò al porto. Ora attraccato alla banchina c’era un grosso traghetto.

Una filata d’automobili e di camion aspittava d’ac- chianarvi.

«Dove va?» spiò a uno che passava.

«È il postali pi Lampedusa.»

Finalmenti si fici un’ura decenti. E difatti, quanno trasì nella trattoria, tri tavolini erano già occupati. Il cammareri ora aviva un aiutante più picciotto. S’avvicinò a Montalbano con un surriseddru.

«La servo io comu a mezzujornu?»

«Sì.»

Il cammareri si calò verso di lui.

«Ci piaci la Scala dei Turchi?»

Montalbano lo taliò imparpagliato.

«Chi le ha detto che…»

«Le cose qua si sanno.»

E capace che sapivano già che era uno sbirro!

Una simanata appresso, mentre stavano ancora corcati, Mery sinni niscì con una domanda.

«Ci sei andato poi a Vigàta?»

«No» mentì Montalbano.

«Perché?»

«Non ho avuto tempo.»

«Non hai curiosità di vedere com’è? M’hai detto che ci sei stato da ragazzo, ma non è la stessa cosa.»

Bih, che camurrìa! Se non pigliava una subitanea decisione quella storia va’ a sapìri quanto sarebbe durata.

«Ci andiamo domenica prossima, va bene?»

Si misero d’accordo che Mery sarebbe partita con la sua machina e l’avrebbe aspittato al bar che c’era al bivio per Caltanissetta. Lì, al posteggio, Mery avrebbe lasciato la sua auto e avrebbero proseguito con quella di Montalbano.

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