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La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]

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La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]
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«Hai avuto un primo assaggio di quel che ti posso fare,» disse lei. «Vuoi anche il secondo? O preferisci dirmi, adesso, dove si trova la Tomba di Rhiannon, e cosa vi hai trovato?»

Carse rispose, con voce piatta, priva d’inflessioni:

«Ti ho già detto che non lo so.»

Ma non stava guardando Ywain. La porta interna lo affascinava, tratteneva il suo sguardo irresistibilmente. Qualcosa, nei recessi più profondi della sua mente, parve riscuotersi, e destarsi. Qualcosa di oscuro e di inesplicabile. Era una prescienza, un odio immenso, un orrore innominabile, un tumulto che lui non riusciva a capire.

Ma riusciva a capire ugualmente, fin troppo bene, che quello era il momento culminante, il momento della fine. Un brivido profondo percorse il suo corpo, ed egli s’irrigidì, senza volerlo.

«Che cos’è tutto questo, che io non conosco e che pure quasi mi sembra di ricordare?»

Ywain si protese verso di lui, ansiosa.

«Tu sei forte. Sei orgoglioso di questa tua forza. Sei sicuro di poter sopportare qualsiasi punizione fisica, forse più di quante io osi infliggertene. E io credo che tu possa davvero resistere. Ma vedi, non esistono soltanto le punizioni fisiche. Esistono degli altri metodi per fare parlare un uomo, metodi più rapidi e più sicuri, dai quali neppure l’uomo più forte è capace di difendersi.»

Seguì la direzione dello sguardo del terrestre, fisso sulla porta interna socchiusa.

«Forse,» aggiunse, a bassa voce, «Hai già capito a che cosa alludo.»

Ora il volto di Carse era privo di qualsivoglia espressione, non rivelava nulla, appariva esteriormente impassibile. L’odore di muschio lo prendeva alla gola, aspro e denso come fumo, e quasi lo soffocava. Lo sentiva insinuarsi in lui, torcersi e pulsare, come fumo, riempire i suoi polmoni, infiltrarsi crudelmente nel suo stesso sangue. Velenoso, sottile, crudele, e freddo, freddo di un gelo primievo. Vacillò, ma il suo sguardo fisso non perse nulla della sua intensità. Anche se il suo corpo tremava, i suoi occhi non si abbassavano.

Egli disse, raucamente:

«Credo di sì. Credo di poterlo immaginare.»

«Bene. Allora parla, e non ci sarà bisogno che quella porta si apra.»

Carse rise, un suono basso, aspro e soffocante. I suoi occhi erano strani e velati.

«E per quale motivo dovrei parlare? Tu mi uccideresti ugualmente, più tardi, per impedirmi di rivelare ad altri il segreto.»

Fece un passo avanti. Si rese conto di muoversi. Si rese conto di avere parlato anche se il suono della sua stessa voce gli giungeva vago e indistinto alle orecchie.

Ma dentro di lui gravava una tenebrosa confusione. Le vene delle tempie gli si erano ingrossate come corde, e il sangue pulsava martellante nel cervello, e nel suo cervello c’era una pressione, una pressione tremenda… pareva quasi che ci fosse qualcosa, in lui, che voleva spezzare i legami, e liberarsi.

Non capì per quale motivo avanzasse verso la porta, un passo dopo l’altro, lentamente, ma con sicurezza. Non capì per quale motivo avesse gridato, con una voce che non era la sua:

«Apri dunque, Figlio del Serpente!»

Boghaz si lasciò sfuggire un gemito di orrore, e si rannicchiò in un angolo, nascondendo il viso. Ywain trasalì, e si alzò in piedi, attonita e improvvisamente pallida. La porta cominciò lentamente ad aprirsi verso l’interno.

Non c’era nulla dietro quella porta, se non l’oscurità, e un’ombra. Un’ombra incappucciata e avvolta in un nero mantello, e così immobile, nell’oscurità della cabina, un’oscurità che neppure la luce dell’altra cabina riusciva a dissipare, che non poteva definirsi neppure un’ombra, ma solo il fantasma di un’ombra.

Ma era là. E l’uomo Carse, prigioniero della trappola del suo strano destino, la riconobbe per quello che era.

Era paura, l’antica e malvagia cosa che già strisciava tra le prime erbe della creazione, staccata dalla vita ma coi suoi occhi gelidi e astuti fissi su di essa, ridendo il suo riso silenzioso, donando soltanto la morte più amara.

Era il Serpente.

La scimmia primordiale che viveva in Carse ebbe l’impulso di fuggire, di nascondersi; ogni cellula della sua carne si ritraeva, ogni istinto lo metteva in guardia.

Ma egli non si voltò, non cercò di fuggire, perché c’era una collera, in lui, che crebbe fino a soffocare la paura, fino a cancellare Ywain e gli altri, fino ad annullare ogni cosa, lasciando in lui il desiderio, la feroce volontà di distruggere, di annientare la creatura che stava nascosta oltre la luce.

La sua collera… o qualcosa di più grande? Qualcosa che nasceva da una vergogna e da una sofferenza ch’egli non avrebbe mai potuto conoscere?

Una voce gli parlò dall’oscurità, sibilante e dolce e sommessa.

«Tu l’hai voluto. E sia.»

C’era un silenzio totale, terribile, nella cabina. Scyld era indietreggiato, appoggiandosi quasi alla parete più lontana, e perfino Ywain si era ritirata, raggiungendo l’estremità più lontana del tavolo. Boghaz, rannicchiato nel suo angolo, in preda al terrore più abietto, non osava neppure respirare.

L’ombra si era mossa, con un lieve, secco fruscio. Si era alzata. Una macchia di luce fievole era apparsa, sorretta da mani invisibili… una luce che però non irradiava chiarore. A Carse parve un anello, una corona di minuscole stelle, incredibilmente distanti.

Le stelle cominciarono a muoversi, a ruotare nelle loro orbite invisibili, a girare veloci, sempre più veloci, fino a quando non si trasformarono in una ruota, una ruota di luce stranamente confusa, luminosa e offuscata a un tempo. Ora si udiva una sottile nota acuta, una melodia cristallina che era come l’infinito, perché non aveva principio e non aveva fine.

Era un canto, un richiamo, sintonizzato in modo che soltanto lui potesse udire? O non si trattava dell’udito, ma di qualcosa di diverso, di più sottile e intimo e penetrante?

Non riusciva a capirlo. Forse non udiva quella nota di cristallo con le orecchie, ma con la carne, con tutti i suoi nervi tesi e tremanti. Gli altri, Ywain e Scyld, e Boghaz, parevano immuni da quella strana, inesplicabile percezione.

Carse si sentì afferrare e pervadere da una sensazione di gelo. Era come se quelle minuscole stelle melodiose lo chiamassero dai più remoti recessi dell’universo, incantandolo nelle gelide profondità dello spazio, là dove il cosmo vuoto avrebbe succhiato da lui il calore e la vita.

I suoi muscoli si allentarono, i nervi parvero sciogliersi e scorrere via, portati da quell’ondata di ghiaccio. Sentì che il suo cervello si stava dissolvendo.

Cadde lentamente in ginocchio, mentre le minuscole stelle continuavano a cantare, sommergendolo con quella loro nota melodiosa, cristallina, vibrante. E ora riusciva a capirle. Riusciva a capire il senso di quella melodia, che era una voce, una voce purissima, che gli rivolgeva una domanda. Le stelle gli stavano ponendo una domanda, e lui sapeva che, quando avesse risposto, avrebbe potuto addormentarsi. Sapeva che non si sarebbe svegliato mai più, ma questo non aveva importanza. Ora aveva paura, ma se fosse venuto il sonno, esso gli avrebbe fatto dimenticare ogni paura.

Paura… paura! L’antico, antichissimo terrore razziale che perseguita l’anima, il terrore che scivola nelle tenebre silenziose…

Nel sonno e nella morte avrebbe potuto dimenticare la paura. Doveva solo rispondere a quella domanda ipnotica, che gli veniva bisbigliata sulle ali della melodia:

«Dove si trova la Tomba?»

Bastava rispondere. Bastava parlare. Ma qualcosa gli teneva ancora legata la lingua. Lo rossa fiamma della collera ardeva ancora dentro di lui, combattendo contro lo splendore delle stelle che cantavano.

Lottò, ma c’era troppa forza, troppa potenza, nel canto delle stelle. Udì il suono uscire lentamente dalle sue labbra aride, la risposta…

«La Tomba, il luogo in cui Rhiannon…»

«Rhiannon! Nero Padre che insegnò la sua potenza a te, a te che uscisti dall’uovo del Serpente!»

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