La carezza della paura [The Pet - it]
- Автор: Грант Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-0762-2
- Переводчик: Paola Formenti
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:
Tracey gli spiegò che si trattava dello Squartatore. Le ci era voluta un’ora per convincerlo che Don non era un assassino e che lei non avrebbe dovuto farsi monaca solo perché stava per uscire con un ragazzo.
«Fa … sempre così?» le domandò infine.
Lei sospirò e rispose: «Se è in casa quando devo uscire, sì. La mamma alza le mani come se dovesse scoppiare a piangere da un momento all’altro. Se fosse per loro, dovrei portarmi dietro mia zia Theresa come dama di compagnia, santo cielo».
Non seppe se dire che gli dispiaceva o meno, ma lei si accorse della sua comprensione e coprì la mano di lui con le sue, la strinse e poi si ritrasse lentamente.
«Bene», riprese in modo esplosivo, «di che cosa parliamo?»
Don non lo sapeva, ma di qualcosa dovettero parlare, perché il cibo arrivò e fu mangiato e lui si ritrovò a un tratto davanti alla casa di Tracey, tenendo la ragazza per mano e augurandosi di non sentirsi dire che doveva andare a trovare sua nonna anche il giorno dopo. Avevano passeggiato, da un capo all’altro della città, rìdendo davanti alle vetrine, inventandosi delle parole con le iniziali delle targhe che incontravano, scambiandosi le opinioni sugli insegnanti che avevano in comune. Lui non aveva parlato del risultato del compito di biologia. Lei aveva menzionato lo Squartatore soltanto una volta, passando davanti a un bar dove una coppia di uomini sporchi si tenevano in piedi appoggiandosi al muro e avevano fra le gambe due borse scure. Uno sonnecchiava, l’altro li osservava con intenzione, sogghignando al loro passaggio. Avevano incontrato un terzo derelitto all’angolo successivo, ma lui li aveva ignorati, troppo impegnato com’era a grattarsi la faccia pallida con le mani ruvide.
Tracey aveva supposto che chiunque di quei tre avrebbe potuto essere l’assassino, ma a lui avevano fatto un’impressione di uomini deboli; quel tipo, quel pazzo, doveva essere Maciste per fare quello che faceva alle sue vittime.
«Mio padre», aveva obiettato lei, «è più basso di te ed è capace di rompere il manico di un badile sul ginocchio, quando è arrabbiato.»
Fu in quel momento che gli porse la mano e fu in quel momento che il buonumore e la conversazione subirono un’interruzione.
«Be’», disse lei, guardando verso casa sua, separata dalle altre dal vialetto pavimentato che conduceva nel giardino sul retro.
«Già.»
Si fermò davanti a lui e guardò verso l’alto. Le ombre le scivolavano sul volto, rendendolo più morbido, più liscio, e lui non poté trattenersi dallo sfiorarle una guancia con un dito.
Dio, che pelle liscia.
«Divertiti domani», fu l’unica cosa che Don riuscì a dire.
Lei sporse le labbra. «Già, è vero. Però preferirei venire alla partita.»
Lui si strinse nelle spalle.
Lei si avvicinò, lo fissò, poi si alzò verso di lui e gli diede un bacio. «Ci vediamo lunedì.»
Ormai lei aveva già fatto i gradini e aveva oltrepassato la porta, quando gli venne in mente di contraccambiare quel bacio e si mise a camminare con le mani in tasca, passandosi la lingua sulle labbra per risentire il sapore di Tracey, per ricordarla e, infine, per rendersi conto che lei non aveva promesso di richiamarlo, né di vederlo domenica.
Ci vediamo lunedì, si era limitata a dire.
Nonostante il bacio, le sue intenzioni erano state chiare: Non telefonarmi, ti chiamo io, e non stare con il fiato sospeso.
«Merda», disse. «Merda, amico, hai rovinato tutto.»
Si diede del cretino per tutta la strada e non si accorse nemmeno dei suoi genitori che stavano ancora in salotto, a osservarlo, mentre si richiudeva violentemente la porta alle spalle.
«Ciao», li salutò infine, trattenendosi dal precipitarsi in camera. C’era qualcosa che non andava. Sua madre non osava guardarlo e suo padre tamburellava le dita sul ginocchio. «Che cosa succede? È andata bene la riunione?»
«La riunione è andata benissimo», rispose Norman. «Finché ho scambiato qualche parola con il signor Falcone.»
Chiuse gli occhi lentamente, poi li riaprì di scatto. «Aspetta un minuto», disse, e corse in stanza prima che riuscissero a fermarlo. Prese il quaderno e lo sfogliò finché non trovò il foglio del compito in classe, si precipitò da basso e tornò ad affrontare suo padre, lisciando il compito sul petto per togliere le pieghe che si erano formate.
«Don…»
«Aspetta», disse, e glielo porse. «Guardalo, papà. Dacci un’occhiata.»
«Donald», iniziò a dire Joyce, ma si fermò non appena si accorse dello sguardo del figlio che implorava pazienza.
Norman guardò il compito e lo lesse, muovendo impercettibilmente le labbra. Una volta finito lo passò a Joyce, sospirando prima di tornare a sedersi.
«Be’?»
«Don.» Norman chiuse gli occhi e spinse in fuori il labbro inferiore; stava cercando le parole più giuste.
«Sembra un po’ difficile, se devo essere onesto.»
«Difficile?» ripeté lui, cercando di controllare il tono di voce prima che si facesse troppo acuto. «Difficile? È molto più che difficile, è impossibile, papà! Mi ha persino tolto dei punti che non avrebbe mai tolto ad altri. L’ha corretto prima degli altri di proposito, l’ha fatto deliberatamente. Prima del compito mi ha … mi ha detto che avrei avuto bisogno di tutta la fortuna possibile. Ha detto così, papà, lo giuro su Dio.»
Norman lasciò cadere il compito sulle gambe e si appoggiò la guancia sulle mani, fissando il fuoco.
«Non posso crederlo, Don.»
«Papà…»
«Maledizione, stammi ad ascoltare e smettila di interrompermi, figliolo. Anche se ultimamente ci sono state delle discussioni tra noi due, continuo a credere che quell’uomo sia un professionista e sarà meglio che anche tu cominci a pensarla in questo modo. Non posso credere che abbia voluto riservarti un trattamento diverso dagli altri di proposito. Sarebbe troppo ovvio, non capisci? Cristo, non dovrei fare altro che paragonare il tuo compito con uno qualsiasi della stessa classe e mi accorgerei subito se ce l’avesse con te.»
«Ma è così! Aspetta lunedì, posso portarti un centinaio…»
«No», disse Norman con violenza, ma senza alzare il tono di voce. «Non lo farò. È un ottimo insegnante, Don, e non voglio offenderlo in questo modo.»
«Sei fissato», fece eco sua madre.
Si sentiva confuso, incapace di esprimersi, di parlare.
«Donald», interloquì lei, ormai prossima alle lacrime, «se hai intenzione di andare al college, non puoi permetterti di prendere dei voti così bassi. Non più. Sono importanti queste cose per i college; vengono a controllare se il motivo per cui ti si è abbassata la media è che ormai la scuola sta finendo. È ovvio che sei distratto da … un numero indefinito di cose, perciò, Donald, resterai in casa finché non dimostrerai di poter fare di meglio.»
Le lacrime cominciarono a scorrergli dagli occhi e si sentì come il protagonista di un sogno in cui si era perso e non sapeva più come ritrovare la strada per tornare a letto, a casa. Nelle orecchie sentiva un boato e dalla gola non passava più aria. Ingoiò la saliva, nella speranza di ritrovare la voce, combattendo per non infrangere le regole davanti a suo padre; guardò Norman che stava ancora fissando il fuoco.
Aveva mal di testa e sapeva che il cranio gli si sarebbe spaccato in due se non fosse tornato immediatamente in camera sua.
Tese la mano e Norman gli ridiede il compito.
Guardò senza espressione sua madre e si voltò.
Nell’ingresso, vide fluttuare ombre rossastre.
Si muovevano alle sue spalle, mettendolo a disagio; lo avevano punito, ma non era giusto, anche se loro pensavano proprio il contrario.
Se ne andò. Lentamente. Così lentamente da farsi venire i crampi al polpaccio sinistro. Dovette aggrapparsi alla ringhiera per evitare di precipitarsi di sopra come un pazzo.