La carezza della paura [The Pet - it]
- Автор: Грант Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-0762-2
- Переводчик: Paola Formenti
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:
Sbrigati, si disse. Non era il momento di pensare a loro quando doveva preoccuparsi di se stesso — per quello che doveva dire, per come dirlo, per come fare impressione su Tracey senza incespicare con la lingua. Non aveva mai dato appuntamenti tanto seri; si trattava sempre di riunioni con amici al Beacher’s Diner, vicino al teatro. Forse, una volta, era stato un locale raffinato, ma ormai era solo un ristorante con il solito bancone all’entrata. Durante i giorni feriali chiudeva alle nove, nei fine settimana sfamava la folla che usciva dal cinema.
Il problema era che, quando si trovava da solo con una ragazza, non riusciva a mettere insieme più di una dozzina di parole in modo coerente, dal momento in cui andava a prenderla fino a quando doveva riaccompagnarla a casa.
Controllò l’orologio alla luce di un lampione e iniziò a camminare di buon passo. Tracey abitava sette quartieri più a sud e due più a est e lui non voleva arrivare in ritardo. Sperava solo che quella sera suo padre fosse di turno; quell’uomo lo spaventava a morte. Era basso, tarchiato come un barile di cemento e, se mai gli era capitato di scambiare qualche parola di cortesia con qualcuno al di sotto dei quarant’anni, Don ancora non l’aveva sentito.
Ti prego, Dio, supplicò mentre svoltava nella via, ti prego, fa’ che il sergente Quintero non sia in casa.
E mentre si avviava alla porta, controllò di avere le unghie pulite.
«Giuro su Dio», disse Brian, con la voce che superava il brusio degli altri seduti con lui al bancone. «Davvero, erano proprio qui fuori.» Allargò le braccia, spingendo indietro le mani e flettendo le dita. «Sono venuti a rompere proprio qui, santo cielo.»
Ci fu qualche risatina, qualche grugnito e Joe Beacher, con il grembiulone tutto macchiato e il cappello da chef ammosciato, lo fissò minaccioso finché Pratt si decise a chiedere scusa per il linguaggio.
La parte davanti del ristorante era occupata da un lungo bancone con diciotto sgabelli e cinque jukebox e, vicino alla vetrata, erano collocati nove tavolini; c’era una sola cameriera, coadiuvata dallo stesso Joe Beacher che preferiva starsene in quella parte del locale con il suo grembiulone piuttosto che nella più elegante sala sul retro, in giacca e cravatta. L’arredo era in formica e alluminio; sulla parete accanto all’ingresso c’era un orologio rotondo e, sopra, una serie di cartelloni che annunciavano gli avvenimenti cittadini, le vendite di beneficenza e il programma del Piccolo Teatro di Ashford. Di fronte al registratore di cassa c’era un piccolo passaggio che portava direttamente alla sala da pranzo sul retro, dove le pareti erano ricoperte di legno e di acquarelli, raffiguranti le quattro stagioni. Qui, i tavoli erano più spaziosi e le cartelle del menu erano in cuoio rosso; qui, i camerieri erano tre, coadiuvati dal cognato di Joe, vestito di nero, che elargiva gentilezze a tutti e un pizzico di classe. In quel momento la sala era piena di famigliole e signorotti che si affrettavano a finire il pranzo per essere puntuali allo spettacolo delle nove e un quarto; e, nonostante le apparenze da Dottor Jekyll e Mister Hyde, il cibo era il migliore della città.
Don rimase fermo sulla porta, esitante, con Tracey alle spalle, finché lei gli diede una spinta. Sorrise leggermente e si decise a entrare; la fece passare per prima e la seguì fino a un tavolino rosso vicino alla vetrata. Mentre le stava spostando la sedia, dal bancone si levarono dei fischi; dopo essersi seduto, udì la pernacchia di Pratt.
Don sussultò, ci fu una risata che divenne sempre più forte con l’aumentare del rossore sulle sue guance.
«Maledizione», mormorò tra i denti, mentre Tracey gli sorrideva, consigliandogli amabilmente di ignorarli e tendendogli il menu ricoperto di plastica che si trovava dietro il contenitore dei tovagliolini di carta. Respirò profondamente e annuì, poi si mise a studiare la lista della vivande, anche se, in effetti, la conosceva già a memoria.
«Ehi, Don», disse Tar Boston, girando sullo sgabello, «bel colpo, vero?»
Anche se credeva fosse andato tutto bene, non era veramente sicuro che non fosse successo niente di male, che non fosse stato sparso del sangue, che non ci fossero state delle sparatorie. Non poteva esserne sicuro perché era stato impegnato a sbirciare di sottecchi Tracey, indeciso se prenderle la mano, se circondarla con un braccio, o se darle addirittura un bacio. La conosceva da anni, ma non erano mai usciti da soli; l’aveva considerata un’amica fin dai tempi delle medie, ma quando si era sfilata la giacca e aveva visto quello che aveva sotto i vestiti, un figurino niente male, non aveva più saputo che cosa fare. Non era più Tracey, l’amica; quella era Tracey, una donna, e improvvisamente non aveva più saputo quali regole seguire.
La consapevolezza di quel cambiamento lo aveva distratto per tutta la durata del film; non aveva visto niente e sentito poco, ma sarebbe stato in grado di dire con esattezza a chiunque glielo avesse chiesto quante rughe aveva l’angolo dell’occhio destro di Tracey, per quanti centimetri si allungava il colletto bianco della camicia in direzione dell’orecchio, in che modo si intersecava il groviglio di riccioli che le ricadevano sulla nuca.
Canticchiando ironicamente la canzone della scuola, Brian scese dallo sgabello e si stirò, annunciando a tutti che era ora per i veri uomini di andare nel bar vicino per assistere allo Sporco Harry che affrontava, suo malgrado, Pratt. Ci furono dei grugniti e soltanto Tar lo seguì verso la porta, lasciandosi le ragazze alle spalle. Fleet e la sua ragazza, Amanda, si fermarono al loro tavolo chiedendo com’era stato il film.
«Noioso», rispose Tracey. Poi, in direzione di Amanda: «A meno che non ti piaccia Eastwood».
Amanda si aggrappò al braccio di Fleet e finse uno svenimento; venne però subito punita con uno scapaccione sul sedere da colui che invece doveva essere il centro dei suoi interessi.
Don scoppiò a ridere e si rilassò, domandandosi ad alta voce che cosa avrebbe mai detto l’allenatore nel vedere tre dei suoi migliori giocatori in giro a quell’ora di notte, proprio il giorno prima della partita.
«Quell’uomo», disse Fleet, «non si rende conto che un atleta carino e aggraziato come me ha bisogno di un po’ di relax e di stimoli prima di intraprendere l’attacco in trincea.» Sorrise. «Però parlo bene, eh? Mandy mi fa fare sempre le parole incrociate a letto.»
Amanda lo colpì forte sulla schiena e lui rispose con uno sguardo cattivo, poi si unì alla risata generale e si diresse alla porta. Prima che si richiudesse del tutto girò il capo e sventolò un pugno nella loro direzione.
Don gli rispose con un sorriso, dispiacendosi che Robinson se ne stesse già andando. Era stato un disastro e, per la prima volta in tanti anni, avrebbe desiderato essere circondato da altri ragazzi. Persino le loro battutine sarebbero state meglio che starsene seduto come uno stupido a giocare con la saliera, a risistemare le posate e il sottopiatto di carta e a mettere infine le mani incrociate sul tavolo come se dovesse scontare una punizione.
«Ti senti bene?» gli domandò Tracey. «Sei stato completamente zitto da quando siamo partiti di casa.»
Don chinò il capo e rispose: «Bene. Sto bene, non c’è nessun problema».
«È stato un film orrendo.»
«Già.»
«Mio padre ti ha spaventato, vero?»
Alzò lo sguardo, evitando di spostare la testa, e rimase piacevolmente sorpreso nel vederla tanto tranquilla. Comunque, non poteva negarlo: Luis Quintero lo aveva spaventato a morte, presentandosi in uniforme in mezzo al salotto per recitargli la filastrocca minacciosa: «Questa è la mia bambina e cerca di non dimenticarlo; non fare lo stupido con lei, non corromperla, non osare ripresentarti in questa casa se solo le sfiori un capello». Poi gli aveva stretto solennemente la mano ed era uscito dalla stanza, lasciandolo solo a domandarsi che cosa diavolo fosse mai potuto succedere a quell’uomo per renderlo così antipatico.