La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]
- Автор: Брэкетт Ли Дуглас
- Год: 1956
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Beata Della Frattina
- Жанр: Героическая фантастика
Электронная книга - «La spada di Rhiannon [The Sword of Rhiannon - it]». Краткое содержание книги:
Scyld disse, con voce aspra:
«Dallo a me, Altezza. Ci penserò io a farlo parlare.»
«No. Ormai è in uno stato tale che i tuoi metodi potrebbero ucciderlo… e per ora, non voglio che muoia. Prima dovrà rivelare il suo segreto. Devo riflettere.»
Pensierosa, guardò prima Carse, poi Boghaz, poi di nuovo il terrestre.
«A quanto pare, non amano molto remare. Benissimo. In questo caso, togli dal loro remo il terzo schiavo. Obbliga questi due uomini a remare per tutta la notte, senza aiuto. E di’ a Callus di frustare quello grasso due volte ogni clessidra, cinque colpi per volta.»
Boghaz gemette.
«Pietà, Altezza, pietà!» implorò. «Ti ho già detto tutto quello che so. Parlerei, se sapessi qualcosa di più, lo giuro!»
Lei alzò le spalle.
«Forsi dici la verità. In questo caso, le frustate ti indurranno a fare del tuo meglio, per persuadere il tuo compagno a parlare.» Si rivolse di nuovo a Scyld. «E di’ anche a Callus di annaffiare con acqua di mare quello alto, quando gli sembrerà necessario.» I suoi denti bianchissimi lampeggiarono, rivelati da un sorriso crudele. «L’acqua di mare è nota per le sue proprietà curative.»
Scyld rise.
Ywain gli fece cenno di andarsene.
«Provvedi aftinché i miei ordini siano eseguiti con ogni cura, ma ricorda bene che questi due uomini non devono in nessun caso morire. Quando saranno pronti a parlare, portali qui da me.»
Scyld salutò militarmente, e ricondusse i suoi prigionieri al loro posto, nella fossa dei rematori. Jaxart fu slegato dal remo, e condotto verso un altro banco, custodito da quattro robusti soldati; e per Carse, da quel momento, ricominciò l’incubo angoscioso delle ore notturne.
Boghaz era scosso, e il suo enorme corpo tremava. Urlò di dolore, con tutta la forza dei suoi polmoni, quando ricevette i suoi cinque colpi di scudiscio, e poi, quando la prima punizione fu terminata, mormorò all’orecchio di Carse, in tono ansioso:
«Maledetto il momento in cui i miei occhi hanno visto la tua dannata spada! Ci farà finire a Caer Dhu… e che tutti gli dei abbiano misericordia di noi, allora!»
Carse scoprì i denti, in quello che fu il pallido fantasma di im sorriso.
«A Jekkara parlavi molto diversamente.»
«A Jekkara ero un uomo libero, e i Dhuviani erano molto lontani.»
Nell’udire quel nome, qualcosa si contrasse, nelle profondità più segrete della mente di Carse… una specie di palpito nascosto, che fece fremere tutto il suo corpo. Disse, con voce strana, soffocata:
«Dimmi, Boghaz, cos’era quell’odore, nella cabina?»
«Odore? Io non ho sentito niente.»
È strano che lui non abbia sentito niente, pensò Carse, Quando per poco quell’odore non mi ha fatto impazzire. Ma forse sono già impazzito. Forse la prova è stata troppo dura, per me.
«Jaxart aveva ragione, Boghaz.» disse poi, sommessamente, ma in modo che il grasso Valkisiano potesse udirlo. «Ywain tiene nascosto qualcosa là, nella cabina interna.»
Con una traccia d’irritazione nella voce, Boghaz rispose:
«Credi che gli amori di Ywain mi interessino, nella situazione in cui ci troviamo? Per me, potrebbe tenere un reggimento di amanti, nella sua cabina.»
Continuarono a remare in silenzio per qualche tempo, ciascuno immerso nei suoi pensieri, ciascuno curvo sul remo. Poi Carse ruppe improvvisamente quel silenzio con una domanda:
«Chi sono i Dhuviani?»
Per un istante, Boghaz si voltò a fissarlo, pur continuando a remare. I suoi occhietti si erano spalancati per la sorpresa.
«Ma da dove vieni in realtà, amico?» chiese poi, lentamente.
«Già te l’ho detto… vengo da un paese molto lontano, al di là del Shun.»
«Deve trattarsi di un paese molto lontano davvero, se là non avevi mai sentito parlare di Caer Dhu e del Serpente maledetto!»
Boghaz tacque ancora per qualche minuto, poi, continuando a remare, sì strinse nelle spalle.
«Ora sono convinto più che mai che tu stia giocando qualche tuo gioco complicato, per chissà quale scopo recondito. Tutta questa pretesa ignoranza… ma in fondo, io non ho nulla da perdere. E posso assecondarti, se preferisci.» Dopo qualche altra bracciata, sbuffando, il grasso Valkisiano continuò, «Saprai almeno che da un’epoca immemorabile esistono sul nostro mondo dei popoli umani, e, insieme a essi, dei popoli non del tutto umani, gli Halfling. Tra i popoli umani, primeggiava il grande popolo dei Quiru, maestri di ogni scienza e di ogni dottrina; la loro fama è stata tramandata nel corso delle epoche, tanto che ancora oggi essi vengono onorati come superuomini.
«Ma fin dal passato immemorabile sono esistiti anche gli Halfling… le razze che hanno un aspetto quasi umano, ma che non discendono dallo stesso ceppo dell’uomo. I Nuotatori, a esempio, che discendono dalle creature del mare, e i Celesti, che discendono dalle creature alate… e i Dhuviani, che discendono dal serpente.»
Un brivido gelido percorse il corpo di Carse. Perché mai tutto questo, che lui udiva ora per la prima volta, gli sembrava già conosciuto e familiare? Perché quelle parole evocavano echi di strani ricordi, di strani sentimenti, in lui? Certamente lui non aveva mai udito, prima di quel giorno, la storia di quell’antica evoluzione marziana, di quelle razze di ceppo intrinsecamente alieno che si erano evolute, fino ad assumere superficialmente un aspetto quasi umano. Anche se ne aveva gli esempi sotto gli occhi… i Nuotatori e i Celesti… per lui si trattava di qualcosa di nuovo, di qualcosa che era andato perduto, su Marte, tranne che, forse, nell’eco remotissima di qualche impossibile leggenda. Se gli avessero parlato di quelle cose qualche giorno prima, la mente di Carse, la mente dell’archeologo e dello studioso, si sarebbe ribellata a un’ipotesi così fantastica e così assurda, sull’ancestrale passato del pianeta rosso. No, non aveva mai udito niente di simile, in passato… ma era proprio vero? O forse lui già sapeva tutto questo?
«I Dhuviani furono sempre industriosi e saggi, come il serpente dal quale essi discendono,» stava dicendo Boghaz, ansando. «Così grande era la loro abilità, così sincero appariva il loro desiderio di conoscere, che essi convinsero Rhiannon dei Quiru a insegnar loro una parte della sua antica scienza.
«Una parte, ma non tutto! Eppure, ciò che essi appresero fu sufficiente a far sì che essi potessero rendere inespugnabile la loro nera città di Caer Dhu, e potessero anche intervenire, di quando in quando, con le loro armi scientifiche, facendo dei Sark, i loro alleati, la nazione umana dominante del nostro mondo.»
«E fu questo il peccato di Rhiannon?» domandò Carse.
«Sì, fu questo il peccato del Maledetto, che nel suo orgoglio aveva osato sfidare gli altri Quiru, i quali l’avevano ammonito a non rivelare neppure una piccola parte dei suoi poteri ai Dhuviani. E fu per questo peccato che gli altri Quiru condannarono Rhiannon, e lo rinchiusero in una tomba segreta, prima di lasciare il nostro mondo. Almeno, così dice la leggenda.»
«Ma i Dhuviani sono anch’essi una leggenda, oppure no?»
«No, che gli dei li possano maledire per sempre!» borbottò Boghaz. «I Dhuviani sono veri e concreti, e sono il motivo per cui tutti gli uomini liberi odiano i Sark, che hanno stretto una malefica alleanza con il Serpente.»
Furono interrotti dal sopraggiungere di uno schiavo, un Celeste dalle ali mozzate, che si chiamava Lorn. Era stato mandato da Callus a riempire un secchio di acqua di mare, e adesso stava ritornando, con il secchio pieno.