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La carezza della paura [The Pet - it]

Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:

Quale sarà la prossima vittima dello squartatore, il mostro del New Jersey? Il timido Donald Boyd, capace di parlare solo con creature immaginarie di sua invenzione, assalito dal mostro, viene salvato da uno stallone nero che da allora lo difenderà sempre, apparendo dal nulla. Per Donald è la lotta contro una nuova inspiegabile ossessione.
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Suo padre era sul pianerottolo in basso, accanto a Gabby D’Amato, il capobidello. Diede un’occhiata all’orologio e poi alzò lo sguardo facendo un’espressione fintamente ironica.

«Non ti stai dimenticando qualcosa?»

Si sentì il viso in fiamme e avrebbe voluto dire a suo padre di piantarla, di prendere la punizione e di impiccarsi, perché lui non se la meritava di certo e non aveva fatto niente. Ma chi era suo padre per permettersi di giocherellare con la sua vita?

E voleva gridare, perché cazzo il vecchio non gli si levava di dosso e andava a mettere sotto pressione qualcun altro, tanto per cambiare?

Avrebbe voluto dirlo.

Stava per riuscirci.

Ma poi gli venne da pensare a che cosa sarebbe successo a casa, a quello che avrebbe detto sua madre, a come lo avrebbe trattato suo padre.

Controllati, risolvila da te.

Merda, pensò; oh, merda.

E poi fece un sorriso da agnellino e tornò verso l’armadietto per prendere qualcosa da leggere. Da sotto arrivava il chiacchierio dei due uomini, che ridevano serenamente, si sentì anche la pacca che Norman batté sulla spalla ossuta del vecchio bidello. Se ci fosse stato il cavallo nero, pensò mentre tornava nell’ingresso, li avrebbe sbattuti al muro senza pensarci un secondo.

A cena, sembrò quasi di essere tornati ai vecchi tempi. Suo padre era in vena e sua madre squittiva eccitata, parlando dell’incontro del comitato che aveva avuto luogo quella sera stessa a scuola, per cui non ebbe la possibilità di raccontare loro quello che gli era successo dopo la punizione.

Prima Tar e Brian.

Li aveva incontrati nel corridoio, lo avevano immobilizzato in un angolo e lo avevano preso a manate sulle spalle, intervallate da qualche pugno leggero sul braccio.

«Ehi, stronzo», aveva detto Tar, di umore nero almeno quanto i suoi capelli, «stai cercando di cacciarci nei guai?»

«Che cosa?»

Brian, convinto com’era che il suo viso dai lineamenti duri e decisi e che i suoi capelli biondo stoppa lo facessero assomigliare a un marine, l’aveva preso per la cintura e l’aveva tirato violentemente verso di sé. «Tuo padre ha fatto quattro chiacchiere con noi, amico. Ci ha detto di non fare più cosacce nell’aula di Hedley.»

Oh, Cristo, aveva pensato Don. Oh, Cristo.

«Be’, non ci ha fatto niente», aveva proseguito Tar, sorridendo e mostrando a Don una fila di denti macchiati di nicotina, «ma ha detto che ci terrà d’occhio, vero, Brian?»

«Esattamente.»

«State a sentire, ragazzi», aveva risposto Don, trattenendo il respiro quando si era sentito afferrare alla cintura da un dito penetrante.

«No», aveva risposto Brian. «Sta’ a sentire tu, Paperino. Sta’ attento a quello che fai perché il piccolo Tar e io non dimentichiamo tanto facilmente. E sta’ sicuro che non perdoniamo.»

Dopo un piccolo sorriso, se n’erano andati e, nell’avvicinarsi alla porta, Brian si era voltato e aveva detto: «Fa’ attenzione, Paperino. Colpirò quando meno te l’aspetti.»

Subito dopo era arrivato Falcone, tutto tremante. «Hai avuto problemi con i ragazzi, Donald?»

«No, signore.»

«Oh, bene.» E gli aveva teso il compito in classe dicendo con un sorriso: «Ecco, Boyd, è tutto tuo». Aveva dato un’occhiata al voto e si era sentito male, trattenendosi a fatica.

Poi aveva cominciato a vedere rosso.

Il rosso tanto familiare che era solito vedere quando era sul punto di perdere le staffe (controllati), quella nuvola rossa che cominciava ad avvolgerlo tutto da capo a piedi e che se n’era andata solo perché era riuscito a ricordarsi della regola (risolvila da te). Ma era stato difficile. Hedley e la signora Klass non avevano fatto altro che ricordargli per tutta la settimana le sue responsabilità, durante le ore di punizione, gli avevano rinfacciato tutti i sogni a occhi aperti che faceva e il calo della media dei voti. E poi anche questa.

Era durato solo un istante e, una volta sparito il rosso, si era appoggiato tremante al muro, dopo che Falcone se n’era andato.

Ma la cena fu carina e preferì non menzionare il compito in classe per timore di essere rimproverato per il resto della vita. E non parlò né di Brian né di Tar. Norman avrebbe detto che si era limitato soltanto a dare loro un avvertimento più che amichevole, non avrebbe mai creduto che prima o poi suo figlio avrebbe pagato a causa della boccaccia paterna.

Dopo il dessert, si fece una doccia, si lavò i capelli e quasi urlò per la difficoltà che incontrò nel trovare un paio di jeans puliti. Emise un sospiro in direzione del cavallo, pensando all’appuntamento che aveva e augurandosi di non sembrare troppo ridicolo, e toccò il naso dell’animale in segno di portafortuna. Una camicia, un pullover a V, le scarpe della domenica, poi si precipitò nell’ingresso alla ricerca del portafoglio, proprio nel momento in cui suo padre usciva dalla cucina addentando una mela.

«Esci con gli amici, eh?» chiese Norman.

«No», rispose allegramente sua madre dalla cucina. «Credo abbia un appuntamento.»

«Davvero? Non stai scherzando?»

«No», confermò sua madre. «Davvero.»

Don ebbe l’impressione di essere invisibile e si spostò per catturare l’attenzione di suo padre. «Già», disse, sperando in un’approvazione. «Andremo al cinema. Forse poi passiamo da Beacher. Non so. Lei deve essere a casa per mezzanotte.»

«Ah, Cenerentola», commentò sua madre, ridendo, e lui si chiese come mai le si fosse fatto tanto acuto il tono della voce.

«Chi è?» domandò Norman, mentre allungava un miracoloso biglietto da dieci dollari proprio nel momento in cui Don si stava girando dall’attaccapanni con in mano la giacca a vento. «Un anticipo sulla paga settimanale», gli disse, notando il suo istante di esitazione. «Diamine, perché no? È qualcuno che conosco?»

«Forse», rispose Don, indossando il giaccone e aprendo la porta. «Tracey Quintero.»

«Quintero?» Norman aggrottò le sopracciglia per un istante. «Oh! Sì, sì. La piccola italiana. È nella tua classe. È splendida.»

«Spagnola, papà. È spagnola. Suo padre è di Madrid. È un poliziotto.»

«Oh, bene.»

«Ricordagli di questa sera, Norm», gli gridò Joyce, tra lo scroscio d’acqua del rubinetto.

Don aspettò, sorridendo alla vista del padre che alzava gli occhi al soffitto. «Ti ricordi della riunione, vero?»

«Certo», sorrise. «Lo so, dovrò essere di ritorno prima di voi, la chiave è nel garage, nel caso perdessi la mia, e sarà meglio che torni prima di voi, altrimenti passerò qualche … guaio.»

Norman sorrise e gli diede una pacca sul braccio. «Cerca di fare attenzione, okay? Non fare diventare tua madre isterica solo per un ritardo.»

Joyce urlò qualcos’altro, ma venne sommerso dal rigurgito dello scarico del lavandino; Don fece un cenno con il capo a suo padre e se ne andò il più velocemente possibile. Conosceva quello sguardo — era tipico di quando Norman pensava fosse arrivato il momento di parlare da uomo a uomo, il che, generalmente, succedeva quando l’uno o l’altro aveva solo cinque minuti a disposizione. E generalmente veniva interrotto prima di proferire la frase iniziale.

Dio, c’era andato vicino, pensò; si scrollò le spalle in modo melodrammatico e fece un gesto di saluto a sua madre, che si trovava in mezzo al tinello, intenta ad asciugarsi le mani con Norman al suo fianco. Facevano sempre così, come se stesse partendo per la guerra e, a meno che non fosse rincasato prima di loro, li avrebbe ritrovati nella stessa posizione, leggermente brilli per tutto il bourbon che avevano l’abitudine di bere guardando la televisione.

In attesa del loro piccolo.

Ma quella sera, la fortuna lo aveva assistito; dovevano andare a una riunione — con gli insegnanti, i funzionari pubblici e il comitato per la Festa di Ashford — e non avrebbe dovuto sorbirsi quella scenetta.

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