La prima indagine di Montalbano
- Автор: Камиллери Андреа
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
- ISBN: 978-88-04-55020-4
- Жанр: Полицейские детективы
Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:
«Con tanti auguri.»
Montalbano lo scartò. Il regalo di Mery consisteva in un maglione pisanti, da montagna, molto elegante.
«Ti servirà per i tuoi inverni a Mascalippa.»
Appena finito di dire la frase s’addunò che Salvo aviva fatto una faccia stramma.
«Che c’è?»
E Montalbano le disse della promozione e del colloquio col commissario.
«… e perciò non so dove mi manderanno» concluse.
Mery se ne restò silenziosa. Poi taliò il ralogio, erano le deci e mezza, si susì di scatto dalla poltrona.
«Scusami, devo fare una telefonata.»
Andò nella cammara da letto e chiuì la porta per non farsi sèntiri. Montalbano ebbe una leggera fitta di gelosia. Ma del resto non poteva pretendere che Mery non avesse una storia so’ con qualichi altro omo. Doppo tanticchia si sentì chiamare. Quanno trasi nella cammara da letto, Mery si era già corcata e l’aspittava.
Più tardi, mentre sinni stavano abbrazzati, Mery gli disse all’orecchio:
«Ho telefonato a zio Giovanni.»
Montalbano stunò.
«E chi è?»
«Il fratello minore di mamma. Mi adora. è uno importante al Ministero dal quale dipendi. Gli ho domandato d’informarsi sulla tua destinazione. Ho fatto male?…»
«No» disse Montalbano baciandola.
Mery gli telefonò in ufficio alle sei di doppopranzo del giorno appresso. Disse una sola parola.
«Vigàta.»
E riattaccò.
due
A pronunziare quelle tre sillabe, Vi-gà-ta, dunque era stato, nell’alto dell’Olimpo romano, nell’Empireo dei Palazzi del Potere, non un divinatore qualisisiasi, ma un Nume supremo, un Dio di quella religione che si chiamava Burocrazia, uno di quelli la cui parola tracciava un destino irrevocabile. Che, debitamente supplicato, aveva dato un responso chiaro e priciso, meglio assà di quelli della Sibilla cumana o della Pizia o del dio Apollo a Delfi, in quanto i responsi della Sibilla o della Pizia o del dio Apollo abbisognavano sempre dell’interpretazione dei sacerdoti e quasi mai le diverse interpretazioni combaciavano tra loro. “Ibis redibis non morieris in bello” faciva la Sibilla al soldato che stava per partire per la guerra. E ti saluto e sono. Ma era necessario mettere una virgola o prima o doppo di quel non pirchì il soldato sapesse se ci lasciava la pelle in battaglia o se se la scapolava. E indovi andava la virgola era compito dei sacerdoti che davano la loro interpretazione a secondo dell’abbondanza dell’offerta. Qui non c’era nenti da interpretare. Vigàta aviva detto il Nume e Vigàta sarebbe stata.
Montalbano, arricivuta la telefonata di Mery, non ce la fece a restarsene assittato darrè la scrivania del so’ ufficio. Murmuriando una frase incomprensibile al piantone, sinni niscì e si mise a passiare strati strati. Doviva tenersi a fatica, mentre caminava, dal mettersi a ballari il boogie-woogie, che in quel momento era il ritmo col quale il sangue so’ girava. Maria, che bello! Vigàta! Cercò di riportarsela alla memoria e per prima cosa gli venne di rappresentarsi una specie di cartolina postale che mostrava il porto con tre moli e, a mano dritta, la sagoma massiccia di una grossa torre. Poi s’arricordò del corso principale a metà del quale c’era un grande cafè che aviva macari una sala con dù bigliardi. Ci trasiva, in quella sala, per accompagnare so’ patre che ogni tanto si faciva una partita. E mentre so’ patre jocava lui si sbafava un enorme pezzo triangolare di gelato, in genere un “pezzo duro” – accussì lo chiamavano – di cioccolato e panna. O di cassata. Lì facivano gelati che non ne aviva più trovato d’eguali. Ne risentì il sapore tra lingua e palato. E col sapore il nome del cafè gli tornò nitido: Castiglione. Vai a sapìri se esistiva ancora e se faciva sempre gli stessi gelati impareggiabili. Appresso davanti all’occhi gli lampeggiarono dù colori accecanti come la luce di un flash: giallo e azzurro. Il giallo della rina finissima e l’azzurro dell’acqua di mari. Senza addunarisinni era arrivato a una specie di belvedere dal quale s’ammirava un’ampia vallata e le cime dei monti. Certo, non si trattava delle Dolomiti, ma sempre cime di montagna erano. E per lui erano più che bastevoli a farlo precipitare nella malinconia più accuposa, in una sensazione d’esilio insostenibile. Stavolta ce la fece a taliare il paesaggio, e persino tanticchia a goderselo, confortato però dalla certezza che presto non l’avrebbe più visto.
La sira telefonò a Mery per ringraziarla.
«L’ho fatto nel mio interesse» disse Mery.
«Quale interesse? Non capisco.»
«Se ti trasferivano ad Abbiategrasso o a Casalpusterlengo sarebbe stato impossibile vederci. Mentre da Vigàta a Catania ci vogliono poci più di due ori. Ho guardata la carta.»
Montalbano non seppe che dire, commosso.
«Credevi che ti mollavo tanto facilmente?» continuò Mery.
Risero.
«Uno di questi giorni ci voglio fare un salto, a Vigàta. Voglio vedere se è rimasta come me la ricordo. Naturalmente non dirò a nessuno che…»
S’interruppe. Un serpente di ghiaccio gli passò velocissimo lungo la spina dorsale, lo paralizzò.
«Salvo, che c’è? Sei ancora in linea?»
«Sì. No, è che mi è venuto un pensiero…»
«Quale?»
Montalbano esitò, temeva di portare offisa a Mery. Ma il dubbio fu più forte di qualisisiasi convenienza.
«Mery, ci possiamo fidare dello zio Giovanni? Siamo assolutamente certi che…»
All’altro capo del filo risonò una risata.
«Me l’aspettavo!»
«Che t’aspettavi?»
«Che prima o poi mi avresti fatto questa domanda. Lo zio mi ha detto che la tua destinazione è già stabilita, già scritta. Puoi stare tranquillo. Anzi, facciamo una cosa. Quando decidi di andare a Vigàta, avvertimi con un po’ d’anticipo. Così mi faccio dare un giorno di permesso e ci andiamo insieme. Ci vediamo domani?»
«Naturalmente.»
«Naturalmente cosa? Che andiamo a Vigàta insieme o che ci vediamo domani?»
«Tutt’e due le cose.»
Ma seppe subito d’avere detto una farfantarìa. O almeno, una mezza farfantarìa. L’indomani sera sarebbe certamente partito per Catania a passari la sirata con Mery, ma a Vigàta era deciso ad andarci da solo. La presenza di lei l’avrebbe certamente distratto. Per la virità, il primo verbo che gle venne a mente non fu “distrarre”, ma “disturbare”. E di quel verbo se ne era tanticchia vrigognato.
Vigàta era suppergiù come si era stampata nella so’ mimoria, c’era qualichi costruzione nova sul Piano Lanterna, si trattava di orrendi grattacieli nani di una quinnicina o vintina di piani, mentre erano del tutto scomparse le casuzze a ridosso della collina di marna ammassate l’una sull’altra e l’una allato all’altra a formare un intrico di vicoli pulsanti di vita. Erano perlopiù catoj, vale a dire abitazioni fatte di una sola cammara che di jorno pigliavano aria solamente dalla porta d’ingresso di nicissità tenuta aperta. E accussì, mentre passavi per quei vicoli, potevi assistere a un parto, a una sciarriatina familiare, a un parrino che dava l’Estrema unzione a un moribondo, ai preparativi per un matrimonio o per un funerale. Tutto a vista. E tutto in una babele di voci, di lamenti, di risate, di prighere, di biastemie, d’insulti. Spiò a un passante come mai fossero sparite le casuzze e quello gli arrispunnì che se le era portate via, a mare, qualichi anno avanti, uno spavintoso alluvione.
S’era scordato, invece, dell’odore del porto. Un misto d’acqua di mare ferma, di alghe marcite, di cordame infraciduto, di catrame cotto al sole, di nafta, di sarde. Ogni elemento che componeva quell’odore, pigliato a sé, forse non costituiva un gradito omaggio all’odorato, ma l’insieme finiva col formare un sciàuro gradevolissimo, misterioso e inconfondibile. S’assittò supra una bitta. Non si addrumò manco la sigaretta per evitare che quel sciàuro ritrovato venisse inquinato dall’odore del tabacco. E sinni stette accussì a longo, a taliare i gabbiani, fino a quanno un brontolio alla vucca dello stomaco non gli fece presente che era arrivata l’oro di mangiari. L’aria di mare gli aviva fatto smorcare il pititto.